Il mondo è Mers

E siamo giunti con la pubblicazione alle “piazze d’onore”. Come sempre incominciamo dalla Sezione Saggio con “Il mondo è MERS” di Simona Bassi, classificatosi al secondo posto.

IL MONDO E’ MERS di Simona Bassi


Il disturbo depressivo descritto come “notte oscura dell’anima”, una crisi spirituale che ha portato molti intellettuali (fra cui santi) a cercare e dare un senso alla vita, è stato descritto e poi classificato più volte, in modo spigoloso (come fanno i medici occidentali), come un disturbo che porta alla perdita di interessi e al piacere di fare, con le energie che vengono meno e i pensieri che diventano negativi. Con il disturbo depressivo, si guarda alla vita come a un fallimento (un susseguirsi di perdite). Il depresso, non riesce più a lavorare e a studiare, non mantiene le relazioni sociali e si sente impotente anche nella sfera sessuale. La Medicina ne dà una eziologia organica che porta a una scarsa qualità della vita e quindi a un forte rischio di suicidio, che viene letto come autolesionismo. Dal punto di vista Psicologico si potrebbe affermare che il disturbo depressivo subentra dopo un trauma psicologico (uno stress di gravità estrema) nel corso della vita dell’individuo, che può avere un’origine endogena (per esempio appunto il presagio della nostra morte per infezione da CoronaVirus) oppure esogeno (un evento critico che ci colpisce dall’esterno: un abuso, una violenza o la morte di un caro per esempio per COVID). Dal punto di vista Sociologico l’eziologia andrebbe ricercata non in qualcosa di organico, quindi endogeno, come ha dimostrato la medicina occidentale di genetico e quindi anamnestico, ma come qualcosa di esogeno, che ha indotto lo scatenarsi di qualcos’altro di endogeno e quindi legato a questi neurotrasmettitori che produrrebbero pensieri altri rispetto a quelli comunemente accettati: i pensieri indipendenti di un adolescente, piuttosto che i pensieri di discernimento di un adulto, rispetto alla vita e al tutto. L’individuo depresso sente il peso della vita e tutto il dolore del vivere e riflettendo su ciò, si sente senza speranza, senza risorse, impotente di fronte a tutto e quindi man mano è portato a cercare l’isolamento. La depressione può riguardare la percezione della realtà e il medico occidentale sempre in modo rigido e spigoloso, classifica il depresso anche come psicotico. Ora che tutti, ma proprio tutti siamo dentro a questa pandemia globale, in questo mondo che ha voluto globalizzare anche il virus più antico del mondo, per farlo conoscere a tutti quanti, si richiede a tutti di “fare il depresso”: isolamento, distanziamento, inattività motoria e affettiva, ecc…. “siam diventati tutti depressi!!!” Finalmente è la rivincita dei migliori, di quelli che l’han sempre detto che il “mondo è MERS”…e che poi sono stati classificati in medicina ed etichettati in sociologia. La depressione descritta come vortice ovvero la percezione del paziente di sentirsi dentro a una spirale verso il basso, diventa un vortice che è comune a tutti noi, che in fase 1 e poi ancora, abbiamo avuto una qualche perdita e quindi un trauma. La visione del mondo pessimistica del depresso viene accademicamente giudicata in base a protocolli standardizzati e poi smantellata per falsificarla da chi lo cura e da chi gli sta attorno. Un contesto sociale in fase 1 di emergenza sanitaria globale da CoronaVirus rende giustizia a questa grande D: il depresso.

Espiazione

Pubblichiamo oggi il racconto “Espiazione” di Manuela Zucchi, classificatosi al terzo posto assoluto nella Sezione Narrativa del Premio Letterario Clepsamia 2020.

Espiazione di Manuela Zucchi

Quando arrivò, verso mezzogiorno, c’era un gran viavai di gente, nel salone centrale e nelle sale adiacenti. Gli addetti ai lavori, in tute e guanti, maneggiavano i dipinti antichi con la sicurezza dell’ostetrica che accudisce il neonato. I quadri, per terra, parevano offrirsi allo sguardo con la stessa familiarità che senz’altro a suo tempo riservavano agli amici dei pittori, in visita allo studio. Appoggiate alla parete, come oggetti ordinari, le tele apparivano ancora più preziose, proprio perché nude, fragili, esposte. Si sentiva intrusa e privilegiata al tempo stesso, per quell’occasione speciale di trovarsi dietro le quinte di un evento annunciato da mesi di battage pubblicitario. Intanto alzava lo sguardo ammirato agli affreschi neoclassici del soffitto. Non posso trascurarli, pensava, anche se non rientrano nel percorso. Vedrò come organizzarmi con i tempi. Mentre si dirigeva verso l’ufficio della direttrice non poteva distogliere lo sguardo da quelle tele così vicine, apparentemente così accessibili. Era una suggestione difficile da definire, ma non nuova, la stessa che provava in certi giorni d’estate quando, visitando una chiesa deserta, dialogava in silenzio con le grandi pale d’altare che emergevano dal buio delle cappelle.
La porta, pesante, di noce scuro, era incorniciata di stucchi. Bussò.

– Buonasera – la direttrice della fondazione le porse la mano inanellata, e la fece accomodare dall’altra parte della scrivania. – dunque, lei è una guida turistica dell’Associazione “Itinerari emiliani”.
Annuì.

– Ho accettato volentieri la vostra proposta di collaborazione. Mi avete preceduto. Hanno parlato bene di lei, e l’ho contattata apposta – disse, con un leggero sorriso. La Fondazione, non so se è al corrente, ha acquisito Villa Simi, che ospiterà una collezione permanente e mostre estemporanee. La prima verrà inaugurata fra una settimana, il 20 maggio. Le abbiamo preparato tutto il materiale che le occorre. Dopo, può passare in segreteria a prenderlo. Immagino che conosca il tema. Non so se ricorda, c’è stata una mostra analoga, a Parma, due anni fa….

– Ho fatto visite guidate a quella mostra.

– Bene, lei sa che questa è dedicata alla pittura emiliana dal XVI al XVIII secolo.

– Certo.
– Benissimo. Allora le mostro il percorso. Molti dipinti, come vede, sono ancora da appendere, e i dispositivi tecnici, gli allarmi, ecc., devono ancora essere sistemati. Comunque, riuscirò a mostrarle, per quanto possibile, un’anteprima. Ci terrei che nella visita, non più di un’ora e mezza, mi raccomando, mettesse in evidenza soprattutto il significato della mostra. Non è stato facile, come può bene immaginare, trovare un taglio originale, degli spunti nuovi all’argomento che è stato trattato ampiamente in esposizioni anche recenti. Abbiamo scelto, come criterio, il filo conduttore che lega i nostri artisti a Venezia, Roma, l’oltralpe. Da tempo erano in corso vari studi sull’influenza della pittura italiana ed europea nell’ambito padano, proprio attraverso le testimonianze dei viaggi e dei soggiorni compiuti dai maestri. “Pittori in viaggio, ecc. ecc.”, il titolo è venuto così, confesso, una sera, davanti a una bottiglia di vino. Ci sembrava azzeccato. Ci è piaciuto.

– Un titolo che cattura. Io penso infatti …

– Consideri, ma lo saprà già – la interruppe la dottoressa – che i visitatori raramente sono degli intenditori. Quindi faccio appello alla sua sensibilità, alla sua elasticità, alla sua capacità di suscitare l’interesse, sia cauta nei riferimenti storici, possono annoiare. Al contrario, se capisce di avere a che fare con persone preparate, perché ce ne sono, sa, magari sembrano gente alla buona, proprio così, ma poi si rivelano le più esigenti… a proposito, mi scusi, lei è laureata in storia dell’arte?

– Ho la laurea magistrale in lettere, e il master in storia dell’arte.

– A questo punto – disse la direttrice, alzandosi – non ci resta che fare il giro fra questi capolavori.

Non sapeva da che parte cominciare. Ma non doveva rinunciare al suo progetto. Così quando la dottoressa Leoni, dopo averle illustrato le sale, la congedò dicendole:

– Il catalogo può acquistarlo in segreteria, assieme al materiale gratuito, al prezzo che facciamo in mostra, molto conveniente rispetto alle librerie.

– Grazie – rispose. (della generosità, avrebbe volto dire). Ma non era il caso di commentare, soprattutto in vista di quanto stava per chiedere. Raccolse infatti tutto il suo coraggio e disse:

– Se ha ancora qualche minuto, avrei una novità da proporle.
L’altra la guardò perplessa.

– Potremmo parlarne con calma? E’ un discorso delicato.
Si accorse di avere usato due termini impropri: Discorso (quanto c’è ancora da dire?) Delicato (che faccenda sarà mai? In che cosa vuole coinvolgermi?).
Dall’espressione che le rivolse capì che la dottoressa stava frenando l’ansia e cercava di mostrarsi semplicemente annoiata.

– Ho poco tempo, non possiamo discuterne qui?

– Preferisco di no.
La Leoni la riaccompagnò nel suo ufficio. La fece sedere.

– Come le ho detto, sono laureata in storia dell’arte – esordì Anna – ma da qualche anno svolgo ricerche sul periodo delle seconda guerra mondiale nel nostro territorio, in collaborazione con l’università. La dottoressa Palmi, non so se la conosce, il dottor Tagliavini.

– Non li conosco, non è il mio campo.
Poi prese a guardarla, impaziente e incuriosita.

– Bene, i nostri studi hanno portato a una scoperta che ha a che fare con questa villa.
Tacque, per godersi l’effetto. Che ci fu. La dottoressa aveva aggrottato le ciglia, incredula e un po’ allarmata. E allora? Pareva chiedere, mentre la guardava senza parlare.

– Le spiego subito. Nel sotterraneo di Villa Simi è stata nascosta, per alcuni mesi nel 1943, una famiglia di ebrei, genitori e due figli adolescenti. Le ricerche verranno pubblicate il prossimo anno. Ma, d’accordo con i ricercatori, che lei può contattare, se vuole, vorrei mostrare questo rifugio nel corso della visita.

– Certo che parlerò con questi docenti- scattò la Leoni – e anzi mi stupisco che non mi abbiano ancora chiamato, il solito modo di procedere, scoordinato, assurdo, italiano, mi lasci dire. Mi mandano una neolaureata, una brava ragazza, d’accordo, ma l’ultima r… (si trattenne).
Quasi quasi trovava divertente quella reazione, che aveva previsto nei particolari, ma alla quale il carattere della Leoni dava la sua impronta personale. Era di quelle che se la prendono con l’Italia.

– Immagino che abbia anche già fatto un sopralluogo.

– Sì, qualche mese fa, quando la fondazione non aveva ancora acquisito la villa.

– E chi l’ha fatta entrare, di grazia?

– Il proprietario, Dottor Galloni.

– Dovrò capire di che si tratta, se mi permette dovrei anche vedere di persona questo luogo, no? Mi sembra il minimo.
La voce nervosa tradiva il disagio. Anna corse ai ripari.

– Per questo infatti le chiedo gentilmente di potere visitare di nuovo il seminterrato insieme. Debbo rivederlo anch’io.
La Leoni era un osso duro.

– Se permette, prima di farlo visitare ad estranei, bisogna che questi studi vengano pubblicati – ripeté – dovrei documentarmi anch’io… e poi la sicurezza, dove la mettiamo? Ci sono scale, immagino.

– I miei colleghi (disse proprio così, i miei colleghi) mi hanno autorizzato a diffondere questa ricerca già da ora. In ogni, caso, verrà pubblicata a breve, come le ho detto. Mi creda, la cosa migliore è parlare con loro.

– Lo farò, certamente. Ma quando vorrebbe cominciare? Aprire la villa solo per questo comporta una serie di problemi organizzativi, e, ripeto, di sicurezza, sa, siamo in Italia, niente è semplice. E poi, quando la sicurezza serve davvero, vedi i ponti che crollano…
L’Italia vituperata le offrì un appiglio.

– La mostra verte sulla pittura emiliana e i suoi rapporti con le altre regioni e con l’Europa. Bene, partiamo dall’ aggancio geografico, per collegare l’arte alla storia, attraverso i secoli.
Si accorse che si stava arrampicando sugli specchi, ma non le importava. Realizzare il suo progetto, quello le importava. Nient’altro.

– Il giorno dell’inaugurazione ci sarà un mare di gente, mi piacerebbe, dopo la visita, condurli al seminterrato. Proprio quel giorno. La scala ha pochi gradini, e un corrimano – aggiunse, per tranquillizzare la Leoni, definitivamente – non ci sono rischi.

– Se lo dice lei – ribatté la Leoni, ironica. – ma poi si rende conto di quel che verrebbe fuori? Faccia uno sforzo di immaginazione. L’inaugurazione di una mostra. La gente viene per ammirare dei dipinti famosi. Una giornata dedicata al bello…

– Anche la verità è bella – Una frase retorica. Ma ci stava.

– Senza contare che l’aggancio geografico, come lo chiama lei, dato il salto cronologico, è moto azzardato. Perché, immagino, vorrà mostrare anche gli affreschi neoclassici, neanche dirlo. Ha mai sentito parlare di macedonia, o di insalata mista?
L’ora le suggeriva affronti e paragoni culinari.
Ma Anna ormai era lanciata Raccolse la sfida e passò all’attacco. Giocò di fioretto.

– Sinceramente, dalle parole con le quali mi ha accolta, credo che lei abbia fiducia nelle mie capacità di organizzare il percorso in modo coerente. Penso inoltre, riflettendo sulle sue obiezioni, che non sia necessario cercare una relazione fra i due temi. Al termine della visita diremo semplicemente ai nostri ospiti che gli abbiamo riservato una sorpresa, e che si tratta di un inedito, frutto di ricerche recentissime, ecc. Alle persone piacciono le primizie, le considerano un privilegio.
Guardò la dottoressa e capì che l’aveva messa con le spalle al muro.

– E vada – le rispose, infatti – ma non credo sia un’esperienza da ripetere.

– Questo è per me – pensò. – Dubito che mi chiameranno ancora. –
Ma già pensava allo scantinato, a quella vicenda e alle parole faticose che avrebbe cercato dentro di sé per raccontarla.

– Ecco un quadro barocco!
Guardò in fondo al gruppo, e vide l’uomo che aveva parlato. L’osservazione le piacque, le fece da spalla per avviare il discorso che riservava ai più attenti.

– La caduta di San Paolo, di Ludovico Carracci, che viene dalla Pinacoteca di Bologna, è un’opera che effettivamente apre la strada al barocco. Osservate la figura del santo: così in primo piano, sembra uscire dalla scena, si tratta di una composizione teatrale, che effettivamente anticipa questo stile. Un quadro che ci invita a entrare nell’evento, ci coinvolge, ci scuote. E questo rientra negli intenti di un pittore come Ludovico, attivo negli anni della Controriforma.

– Mi ricorda Caravaggio – aggiunse l’uomo, è potente.
Questa volta non colse l’osservazione, perché il discorso l’avrebbe portata lontano. Anzi, pensando all’ultima tappa, i dipinti del salone, guardò l’orologio.
Gli affreschi erano opera di autori sconosciuti, ma valenti, che, come di consueto si erano divisi i compiti, tra lo sfondo e le figure. La pittura ricopriva il soffitto per intero, con deliziose quadrature che lasciavano grande spazio, nel centro, a un cielo azzurro pallido, nel quale galleggiavano, fra le nubi leggere, figure allegoriche e amorini. Mentre parlava, di nuovo lo sguardo all’orologio, di nuovo l’impazienza, e l’ansia che cresceva e che ormai tratteneva a stento.
Come previsto, la proposta fu accolta con curiosità. Nessuno era stanco, nessuno voleva rinunciare a quel finale del percorso. Che era piaciuto, pensò, non erano mancati attenzione, osservazioni, commenti.
Uscirono dalla sala e si ritrovarono in giardino, sul lato posteriore della villa. Poco distante, a destra, si apriva una piccola porta che dava su una scala. Anna li precedette.

– Fate attenzione – disse – mantenete la fila.
I locali non erano situati in profondità, ma come scesero si sentirono in un altro mondo. C’erano muffe alle pareti, si respirava l’odore freddo, umido e inospitale delle cantine. Ai lati del corridoio centrale si aprivano spazi rettangolari che davano su stanze aperte. Tranne una. Fece strada, l’aprì.

– Ecco- disse, potete entrare, c’è posto per tutti.
La stanza era grande, e vuota. In alto, nella parete esterna, si apriva una piccola grata. Un giovane, alto, si avvicinò, cercando di guardare fuori.

– Dà sul giardino, vero?

– Non si vede quasi niente – osservò una signora, anch’essa alta, e si mise sotto la grata, guardando in su.

– Venite qui, intorno a me – cominciò – Non posso farvi sedere. E fa anche freddo.

– Non importa – disse quello del barocco.
Incominciò.

– Nell’estate del ‘43 questa stanza, come vi ho accennato, è stata il nascondiglio di una famiglia di ebrei, i Pesaro. Erano in quattro, genitori e due ragazzi. Voi sapete che le persecuzioni erano iniziate nel ‘38, anche in questa zona. Gli ebrei cominciarono con il perdere i diritti, furono cancellati dagli albi professionali, dall’elenco del telefono, e così via, e finirono col perdere la vita.

– Come si chiamavano? – chiese un bambino, che aveva seguito con interesse solo la prima parte del discorso.

– Paolo, non interrompere la guida.

– Lo lasci dire, signora, è importante. – In questo caso – avrebbe voluto dire – è molto importante. Serve a stabilire un rapporto con i personaggi di questa storia.

– Vedi, mamma?

– I genitori si chiamavano Samuele e Franca. I ragazzi, Alberto e Sara. La famiglia che li ospitò faceva di cognome Giannini.

– Dio mio che umidità – disse piano una ragazza, rivolta all’amica a fianco. Si strinse nelle spalle.
Anna approfittò del commento.

– I Pesaro erano persone come noi, non erano abituate ai disagi, proprio come noi – ripeté rivolto al bambino – il padre era un pediatra. Una famiglia agiata.

– Ma cosa facevano qui dentro tutto il giorno? – chiese Paolo, con l’impertinenza dei bambini.
– Vivevano come uccelli in gabbia, passavano le giornate ad aspettare, impauriti, nervosi, che quell’incubo finisse. – Si rivolse al bambino: – E dovevano parlare sempre a bassa voce.

– Perché?

– Perché nessuno doveva sapere che erano nascosti lì.

– Io sarei impazzito.

– Paolo, per favore.

Certo, la prima cosa che ci si chiede quando si entra nella storia, soprattutto in quella recente, sono gli aspetti più comuni, come vivevano, cosa mangiavano, dove dormivano, i testimoni della storia.
Cominciarono le domande.

– La famiglia Giannini che rapporto aveva con i Pesaro, prima di questa vicenda, voglio dire, erano amici intimi?

– Dagli studi risulta che avessero avuto rapporti più che altro professionali, nel senso che il dottor Pesaro fu chiamato per un consulto, quando la signora Giannini si ammalò e il caso era grave, una polmonite che non guariva. Pare che il dottore l’abbia salvata. Da allora si sono rivisti qualche volta, ma niente di più. Non era un’amicizia in senso stretto.
A quel punto lasciò lo spazio ai visitatori. Sentiva che erano ansiosi di commentare.

– Eppure rischiarono la vita. D’accordo, un debito di riconoscenza, ma…

– La provvidenza spesso ha il volto degli amici, dei conoscenti e persino degli estranei.

– Altro che provvidenza, io parlerei di altruismo.

– Fino a rischiare la morte!

– Meritavano una medaglia, quei Giannini.
Anna riprese in mano il discorso.

– I Pesaro in questo scantinato ci rimasero tre mesi. Poi ci fu una soffiata. La famiglia che abitava di fronte cominciò a sospettare che nella villa si nascondesse qualcuno. Probabilmente videro un andirivieni, a ore strane, attorno alla porticina. Inevitabile, dovendo portare cibo o altro…

– Come si chiamavano? – la interruppe Paolo.
Nessuno gli fece cenno di tacere. Tutti volevano conoscere quei nomi.

– Si chiamavano Forti, Pietro e Gabriella.

– Come Giuda – fu il primo commento.

– E per quanti denari?

– Chissà, forse una vendetta. Ma no, l’avranno fatto per vendetta.

– Vendicarsi, e di che cosa?

– La gente è carogna, basta un niente.

– Arrivarono di notte, all’improvviso, perquisirono la cantina. Li portarono a Fossoli, il campo di prigionia diventato luogo di raduno prima della deportazione nei lager. La famiglia Giannini fu condotta alla polizia. Li torturarono e poi li uccisero. I particolari della vicenda li abbiamo ricostruiti faticosamente, lavorandoci per alcuni anni, poi quasi per caso sono emerse delle testimonianze, appunti, un diario, che ci hanno portato a una svolta. Non posso dilungarmi perché sta per uscire una pubblicazione in merito. Vi troverete tutti i particolari, ad esempio che durante il sopralluogo abbiamo trovato una damiera, in un angolo, e un libro, dentro una scatola. Proprio qui – Anna indicò l’angolo, col dito.
Si accorse che l’ascoltavano ancora più attenti, curiosi. Il piacere di condividere quella scoperta li aveva distolti per un attimo dal disagio e dalla compassione.
Poi di nuovo qualcuno si avvicinò allo sbuffo, e si mise a fissare quel lembo di spazio esterno che appariva, spezzato dalla grata.

– Si vede il cielo a strisce, come in prigione.

– E, peggio, dal basso all’alto.
– Sembra di soffocare.
– Scusate – disse una signora distinta, portandosi la mano alla gola – ma credo di capire anche troppo quello che provarono. Scusate – ripeté ancora – mi sento veramente soffocare, una stanza dentro l’altra, come se non potessi più uscire.
– Non manca molto alla fine – disse Anna, rassicurandola. Poi le venne in mente la direttrice, con le sue apprensioni. Non aveva previsto la claustrofobia. Sapeva che era incontrollabile.
– Se vuole, andiamo fuori. – Guardò gli astanti, che parevano delusi. Volevano saperne ancora. Volevano restare. Per commentare, per spaventarsi, rivivendo a loro volta lo spavento. Volevano condannare ancora.
Sto parlando alla signora, un attimo e poi torno.
– Non importa, grazie – la donna era imbarazzata – per qualche minuto, posso resistere.
Proseguirono i commenti, in un crescendo di ansia riflessa e retrospettiva.
– Un attacco di panico, non se lo potevano permettere.
– Chi me lo dice che non ne abbiamo avuti?
– Non potere gridare, chiedere aiuto. E’ pazzesco. Volere scappare, correre di qua e di là, sbattere la testa contro il muro…
– Il terrore di essere scoperti. Le notti insonni a cercare di tranquillizzarsi l’un l’altro.
– I traditori, Dante li mette nell’inferno. Proprio in fondo – commentò il solito del barocco. – Adesso l’inferno c’è solo per chi non se lo merita.
– Ma dove sono finiti, quegli schifosi? Ma l’hanno scampata?
Stavano alzando la voce, in un crescendo di cui non si rendevano conto.
– Sì – rispose lei, semplicemente.
– La guerra è una bestia, e poi si dimentica tutto, e si ricomincia.
– Sì – ripeté, semplicemente.
Si avvicinò anche lei alla grata. Riprese il discorso, ormai avviato alla conclusione.
– Dai documenti sappiamo che c’erano due mobili, in questa stanza, oltre a un letto matrimoniale, dove dormivano tutti e quattro. Questi mobili li misero uno sull’altro, sotto la grata, e a turno salivano in cima. Per prendere una boccata d’aria.
Le sue ultime parole furono accolte dal silenzio. Una donna si asciugò la faccia con la mano. Alcuni guardavano per terra.
– Ma la pipì? Come facevano a fare la pipì?
Nessuno sorrise, alla domanda di Paolo, tutti erano consapevoli che sono i problemi come questi, che hanno declinato le sorti della storia.
Li guidò verso l’uscita, poi attraverso il corridoio, che a loro parve ancora più lungo. Risalirono la scaletta e furono di nuovo all’aperto. Istintivamente si chinarono e cercare la grata, in basso. Era raso terra, in parte coperta dall’erba.
– Pensare – disse uno – che di storie come queste ce ne saranno state a decine, almeno qui da noi. Non se ne sapeva niente. Come dei lager.
– Ma si sapeva, come no, solo che nessuno parlava.
– La gente era tenuta all’oscuro di tutto. Non c’erano i mass media.
– Gli alleati invece erano al corrente, eccome, avrebbero potuto bombardare i binari che portavano ai campi, ma non era nelle loro priorità.

– Io parlavo delle persone comuni. Erano ignari di quanto stava accadendo. A meno che non fossero coinvolti di persona in qualche vicenda, amici, parenti, vicini di casa ebrei.
Era venuto il momento di congedarsi.
La salutarono, a uno a uno. Ci furono ringraziamenti, congratulazioni e strette di mano.
Vedendoli allontanarsi, sentiva che la sua missione era incompiuta. Aveva rivelato un brano di storia, di quelli che non si vorrebbero mai sapere. Ma non per questo si sentiva soddisfatta. Non le bastava far conoscere la verità. Voleva condividerla, fino in fondo. Mancava una tessera al suo mosaico. E quella tessera era il suo nome. Quel che seguì parve andare incontro ai suoi pensieri.
Si accorse che non tutti erano usciti dal cancello. L’uomo del barocco, il ragazzo alto, e altre due persone, che non aveva notato prima, le si erano avvicinate.
– Grazie ancora – disse il giovane, stringendole la mano. E’ stato veramente i interessante. Lei ha saputo fare una sintesi molto esaustiva dell’arte emiliana di quegli anni, cosa non facile, mi creda, io insegno storia dell’arte – disse uno degli altri due.

– Certamente – intervenne l’uomo del barocco – la parte finale poi è stata una piacevole sorpresa, se di piacevole si può parlare in questi casi. Avremmo voluto non vederlo, quel locale – aggiunse, rivolto agli altri. – avremmo voluto che quel fatto non fosse mai accaduto. – Grazie ancora, speriamo di rivederla presto. – Si avvicinò a lei.

– Ha un biglietto da visita?
Frugò in tasca. L’aveva dimenticato. Era destino anche questo. La missione stava per compiersi.
– Sono Anna Forti – disse a voce alta, perché sentissero tutti – i Forti erano i miei bisnonni.
Prese a guardarli ad uno ad uno. Studiava le loro reazioni, ma non le temeva, perché tutto faceva parte del gioco, anche il finale inaspettato.

– Pensavo che mi sarebbe bastato condurvi in quel luogo e osservare le vostre reazioni – riprese – ma ora posso anche condividere con voi il significato di tutto questo.

La fissavano, seri e interrogativi. Era tutto previsto. Proseguì.

– I Forti erano i miei bisnonni materni. Li ho conosciuti, mi hanno tenuta sulle ginocchia. Mi ricordo vagamente che mi divertivo a giocare con la barba del bisnonno. In famiglia non si seppe mai di quella storia, probabilmente non ne parlarono con nessuno. Erano tempi convulsi, in cui la verità faceva fatica a trapelare. E così, come avete detto, la fecero franca. Non ci furono spiate. Vissero gli anni del dopoguerra come erano sempre vissuti, persone perbene, rispettate, amate, anche dai parenti e dagli amici ignari. I miei genitori mi dissero che coltivavano entrambi l’arte, la bisnonna pare dipingesse molto bene. Quanto a me, anche i miei interessi si sono sempre concentrati sull’arte. Quell’impulso alla ricerca storica, che mi ha preso a un tratto, era una strana novità. Quando poi le ricerche hanno portato agli esiti che sapete, allora ho sentito forte dentro di me che era il giunto momento. Di far venire fuori quella storia. Per dovere, per amore della verità, certo. Ma soprattutto per un’altra esigenza, divenuta impellente. Oggi in quella cantina si è svolto un processo, di quelli che non vanno in prescrizione. Li ho portati in giudizio, davanti al tribunale che non hanno mai conosciuto. La corte siete stati voi, con la vostra rabbia incredula, con i vostri commenti di uomini e donne che ancora, per fortuna, si scandalizzano davanti al male. Li avete paragonati alle bestie, li avete linciati con le parole, e, se li aveste avuti davanti in carne ed ossa, forse gli avreste messo le mani addosso. Chi erano Pietro e Gabriella io non lo so, perché li ho conosciuti nella veste di nonni, la più dolce. Mi chiedo talvolta se abbiano agito per paura di essere accusati di connivenza, ma questo non li giustifica. E mi chiedo anche se si sarebbero mai aspettati proprio da me che li conducessi a questa fila di fuoco. Lo so, sono di parte, ma non riesco a dare loro il volto di Giuda. Perciò sento che questo processo glielo dovevo, per fargli trovare finalmente la pace. O forse mi sbaglio, ed è stato tutto inutile, troppo comodo cavarsela così, con un processo fatto di insulti postumi e impotenti? –
Li guardava ad uno ad uno, i suoi ascoltatori, interrogandoli, mentre interrogava innanzi tutto sé stessa, senza cercare assenso né assoluzione per quei traditori e in fondo anche per lei, che aveva approntato per loro una facile espiazione.
Per un istante tutti tacquero.

– Ha avuto coraggio. L’ammiro. – disse l’uomo del barocco.
Lei si allontanò, in silenzio.
.

Mario

Ed eccoci al podio della Sezione Poesia: al terzo posto si è classificato “Mario” di Erminio Giavini, una poesia formata da tre sonetti in endecasillabi.

MARIO di Erminio Giavini
I
La bottiglia di vino è quasi vuota
e Mario parla con ostinazione
di quando ancora lavorava in quota
e bisognava far molta attenzione.

Sulle montagne dove una remota
malga sbrecciata fa d’abitazione
non si incontrava una figura nota
neanche per fare una conversazione

magari breve, solo “Dove vai?
Da dove vieni? Come te la passi?
Tutto tranquillo e tu che fretta hai?

Devo passare svelto su quei sassi.
Oltre si son fermati i pecorai.
C’è da toglier le pecore dai massi”.
II
Ma quando sei là solo e vien la sera
-Mario continua- allora si fa dura
perché cambia d’un tratto l’atmosfera
e senti dentro un senso di paura.

Un’angoscia ti prende che dispera
e ti attanaglia come una cintura
il cuore stanco da una vita intera
spesa a zappare questa terra dura.

Con un pezzo di pane e del formaggio
faccio la cena e bevo un po’ di vino
per ridarmi quel tanto di coraggio

che mi permetta di tirare fino
a quando il sole col suo primo raggio
mi annunci che di nuovo è già mattino.
III
Ma in certi giorni quando il sole cala
ed ombre oscure scendono dai monti
un camoscio solingo lento scala
le rocce che nascondon gli orizzonti.

Si ferma in cresta sempre in controluce
e sembra che si ponga di vedetta.
La sua presenza sempre in me produce
un po’ di pace nel vederlo in vetta.

E quando s‘erge nella sua maestà
per scrutare la valle su cui impera
in me scende una gran serenità

lassù vedendo la figura austera
che questa volta ancora veglierà
per render la mia notte più leggera.

UN NOME PER SOPRAVVIVERE

Proseguiamo con le pubblicazioni delle opere risultate vincitrici al Premio Letterario Clepsamia 2020. Oggi leggiamo il racconto quarto classificato nella Sezione Narrativa: “Un nome per sopravvivere” di Maria Letizia Pecoraro.

UN NOME PER SOPRAVVIVERE

Una corsa sotto la pioggia, stringendosi addosso la giacca leggera, un brivido ed il respiro ansimante la spingono sotto un portico di mattoni rossi. Si ferma con il cuore in gola, una mano a staccare dalla fronte i capelli fradici e l’altra sulla bocca per coprire il sorriso che si apre senza controllo: scoppia a ridere forte,  la testa rovesciata indietro, quasi s’aspetti un bacio sulla gola palpitante, quel bacio lontano.
Matilde  rabbrividisce, mentre ancora quella sfacciata allegria le illumina il sorriso.
“Che pazzi eravamo!” sospira alla pioggia che sferza l’aria.
Una scossa le percuote la schiena, come una scudisciata gelida.
“E’ ritornato il freddo – dice a se stessa – colpa di questo temporale”.
Si abbraccia stretta dentro il trench troppo leggero, tenta di ancorare al suolo i suoi pensieri, ora, sotto questo portico piene di crepe ai muri, che paiono guardarla con compassionevole affetto.
Un rintocco lontano annuncia mezzogiorno: deve sbrigarsi, alle due dovrà essere in biblioteca.
Si scrolla risoluta, il viso ritorna chiuso, la sua bellezza riacquista l’austerità del presente –  tutto in ordine, ogni cosa nel suo cassetto, in casa e dentro di lei.
Corre veloce ed agile verso la sua casetta in fondo alla strada: un cancello basso di ferro si apre sul giardino, piccolo e ben curato, con il vialetto di mattonelle di cemento che conduce fino ai due scalini e poi alla porta d’ingresso, massiccia. L’aveva comprata 20 anni prima, pochi anni dopo essere arrivata a Perugia. Aveva pochi soldi, messi via dentro un libretto di risparmio, come avrebbero fatto i suoi nonni. L’aveva aperto quando, a 25 anni, aveva trovato il suo primo lavoro vero. Era felice, ricorda, aveva tanti progetti, una vita infinita davanti, le sembrava, un amore grande e la gioia di vivere stretta nei pugni.
I suoi genitori avevano aggiunto la somma mancante, per regalarle un pezzetto di serenità.
“Ancora ricordi – scrolla le spalle stizzita – dev’essere quest’acqua che mi gronda addosso”.
Si passa rapida le dita sulle guance, sotto gli occhi, per toglier via le gocce aggrappate. Non sono lacrime, è solo pioggia.
Matilde non piange mai, non piange più.
Varca lesta la porta di casa e la richiude su quella pioggia inopportuna.

Era l’estate del 1989, Matilde, Tilly per tutti, era euforica mentre preparava una lista di cose da fare, in vista della partenza per Ferrara. Era riuscita a spuntarla lei; mamma l’avrebbe voluta più vicina, magari a Lecce, magari a casa con loro, a fare su e giù con la corriera, come tante altre ragazze.
“Studierai Lettere, no? Perché mai andare così lontano? Avrai anche il pensiero di badare alla casa e a te stessa, qui ci sarei io…” continuava a borbottare la mamma e intanto le imprigionava i capelli ricci in una coda bassa, con tutt’e due le mani a fare da fermaglio.
Tilly scuoteva la testa in segno di protesta: non sopportava i lacci, portava in giro quella capigliatura selvaggia e corvina come un trofeo vistoso sopra il suo corpo minuto; i suoi ricci erano sogni da realizzate, sfide da accettare, scogli da superare.  
“Ho altri progetti, mamma! – smaniava – voglio iscrivermi a Lettere per imparare a fare la scrittrice! Voglio viaggiare, conoscere altre persone, un modo di vivere che non sia il tuo o quello di papà; voglio imparare un altro modo, un altro mondo”.
Poi s’accorgeva che quelle sue parole la ferivano e correva ad abbracciarla stretta stretta.
“Tornerò per le vacanze, mamma, verrete a trovarmi, tu e papà… ti prego lasciami partire felice. Dai mamy, su!” e riusciva a strapparle il sorriso di sempre, quello bello.
Alla fine partì. Una domenica mattina, dopo aver salutato gli amici, gli zii e i cugini, con l’auto di papà stracarica di bagagli, intrapresero quel viaggio, che per Tilly era un’avventura, per i suoi genitori uno strazio lungo un migliaio di chilometri.
Le avevano preso una camera in affitto in una casa con altre tre ragazze, anche loro studentesse fuori sede, lontane dalla loro terra.
Tilly fu subito entusiasta di quella città antica ed elegante. L’appassionarono gli studi scelti e vi si tuffò con la determinazione e la gioia di chi vedeva già il traguardo. Crebbe d’un colpo, in pochi mesi: trovò se stessa dentro la ragazzina che aveva lasciato il suo paese, divorava libri e cominciava a scrivere i suoi giorni. Trovò il suo posto dentro il mondo, così le pareva, trovò Tilly dentro se stessa. Adattò anche l’immagine a quella nuova Tilly, si liberò dai condizionamenti che credeva di aver subito fin lì. Divenne un’esplosione di colori – li sceglieva accesi e li mescolava come un pittore fauve sopra la tela del suo corpo piccolino, la gran massa di capelli ondeggianti  liberi sulle spalle, il viso pulito e senza trucco ad eccezione di un rossetto rosso, indossato sempre, come un accento.
La si notava subito, veniva voglia di avvicinarsi a lei, di parlarle per capire se fosse dentro così come appariva. Si era fatta tanti amici, in quel modo. Le piaceva essere dov’era e quell’entusiasmo le si leggeva al primo sguardo.

E poi  ci fu Enrico. Lo conobbe per caso, come accade  spesso.
C’era una festa, in un locale in centro, una sera di marzo; Tilly era insieme ai suoi amici, con un bicchiere in mano e tanta voglia di dimenticare lo studio intenso di quei giorni.
Aveva discusso a lungo con Rosella, la sua amica del cuore, compagna di stanza, di studi e di piccole follie. Tilly non aveva voglia di uscire, aveva studiato tutto il giorno e voleva continuare ancora. Temeva quell’esame di Storia moderna, le sembrava che non sarebbe mai riuscita ad arrivare fino in fondo.
“Ma smettila, dai, devi uscire da questa stanza oppure diventerai brutta come uno zombie! Ti cadranno gli occhi dalle orbite e perderai tutti i capelli, TUTTI!”, rideva singhiozzando Rosella e le lanciava addosso i guanciali, tirandoli via dai letti gemelli, fin quando non si arrese, abbandonò quel libro vergato da segni multicolori e si lanciò nella lotta.
Un’ora dopo erano in strada, Rosella alta e bionda come una vichinga, Tilly minuta e bruna; una vestita sempre di nero, l’altra la tavolozza di un pittore impazzito: impossibile guardarle e non restarne impigliati.
Enrico era uno studente di veterinaria, al terzo anno; bello come  un dio greco, una testa di capelli ricci e neri, occhi verdi sopra un naso aquilino che in faccia a chiunque sarebbe stato brutto, ma su quel viso dava un’idea di nobiltà d’altri tempi che ammaliava.
In realtà Enrico era tutt’altro che il fascinoso rubacuori che ci  si aspettava guardandolo. Era un ragazzotto di campagna, cresciuto nell’asciuttezza degli affetti di una famiglia semplice, in un paesone nella bassa padana; i suoi genitori erano sempre immersi nel lavoro nella loro azienda agricola, poco tempo per le smancerie, poche parole, ma un bene immenso per quel figlio così bravo, a scuola, in casa, con tutti.
Anche lui era a quella festa per un caso, non era abituato alla vita mondana, si sentiva sempre un pochino fuori luogo. Girava tra gli altri ragazzi con un bicchiere di birra in mano quando fu rapito da un batuffolo di ricci corvini sopra un ammasso di colori.
La ragazza si voltò per salutare l’amico che era con lui ed incontrò quelli occhi verdi che le entrarono fin nella pancia e lì sarebbero rimasti.    
“Ciao, sono Tilly” disse tendendogli la mano accompagnata dal tintinnio dei bracciali che le ornavano il polso sottile.
“Enrico, ciao” rispose lui serio.
“Sei di qui? Cosa fai? Non ti ho mai visto in giro…  hai degli occhi bellissimi, lo sai?”
Tilly lo travolse con le sue chiacchiere allegre, con un interesse genuino, con i suoi ricci, con quei colori, con il sorriso contagioso.
Si ritrovarono a chiacchierare fitto fitto lei, ad ascoltare interessato lui, dividendo una birra, seduti a cavalcioni su un muretto fino a notte tarda, quando si accorsero di aver perso di vista Rosella e Luigi, l’amico di lui.
Enrico la scortò fino a casa e da quella notte divennero inseparabili.
Si erano innamorati nello stesso istante, con un’intensità uguale, come se stessero aspettandosi da sempre.
Le loro vite si intrecciarono via via sempre più strettamente: si coltivavano l’un l’altra come piante rare, ciascuno con i propri sogni e ciascuno sorvegliandosi l’un l’altro perché tenessero fede alle promesse fatte in segreto sul loro futuro.
Arrivarono al traguardo della laurea vicini, lui l’anno prima, lei quello successivo.
Si guardavano intorno, nel frattempo: Enrico cominciava a fare tirocinio in una clinica veterinaria della città, accarezzando, tuttavia, il progetto di creare un’associazione di medici e veterinari che portasse assistenza sul territorio della sua terra d’origine, in quelle cascine che lui conosceva così bene.
Tilly aveva incominciato a collaborare con una casa editrice di Ferrara: faceva ogni cosa le venisse richiesta, dalle commissioni ordinarie alla correzione di piccole bozze, imparando tutto ciò che credeva le sarebbe servito poi. Intanto scriveva fiumi di pagine che poi rileggeva e riscriveva; a volte riusciva a far pubblicare qualcosa ed era una festa ogni volta.
Le loro vite prendevano forma, separatamente ed insieme, in un’armoniosa allegria che pareva irreale tanto era perfetta. Cominciavano a progettare di comperare una casetta dove andare a vivere insieme, invece di infilarsi a turno nelle case da studenti che ancora li ospitavano. Poi si sarebbero sposati, per accontentare le mamme, per non vedere il broncio dei papà, per cominciare a fare sul serio,
Decisero una  data e un sabato mattina andarono alla cascina, per annunciarlo ai genitori di Enrico. Arrivarono a mezzogiorno, mamma Angela aveva preparato una cosa alla buona, puntando le sue energie sul pranzo della domenica, intuiva già che i ragazzi stavano covando qualcosa e lei, in cuor suo, sperava fosse quella che aspettava. Le piaceva quella ragazzina colorata e allegra, le piaceva il modo in cui amava appassionatamente il suo Enrico e le piaceva e la commuoveva il modo in cui lui l’amava. Non vedeva l’ora, mamma Angela, non stava nella pelle, ma aspettò rispettosa di quel suo figlio riservato.
La domenica fu una festa inconsueta: quando a pranzo, Enrico annunciò con voce esitante ed emozionata che lui e Tilly si sarebbero sposati, forse in estate – non avevano voglia di aspettare a lungo – la mamma esplose in un battimani allegro da bambina, mentre il papà si asciugò lacrime lente che gli rigavano le guance. Enrico li guardò stupito e scoppiò in una risata contagiosa che riempì la stanza.
Rimasero fino al tardo pomeriggio seduti a tavola a programmare, progettare, contare ipotetici invitati, scommettere sulle reazioni dei genitori di Tilly – avevano deciso che per le prossime vacanze di Pasqua avrebbero fatto loro una sorpresa.
Poi, quando le ombre del crepuscolo cominciarono ad allungarsi, i due ragazzi si congedarono e si accinsero a percorrere con calma i cento chilometri che li separavano da Ferrara.
In macchina Enrico non parlò, accorgendosi che Tilly si era assopita rannicchiata sul sedile, la mano di lui sulle sue gambe, come faceva sempre.
Si accorse di essere senza carburante e cercò con il pensiero una stazione di servizio. Si ricordò che la più vicina era quel postaccio mal frequentato che aveva sempre preferito evitare, ma quella sera non poteva, era quasi a secco, non sarebbe riuscito ad arrivare alla prossima, venti chilometri più in là.
Controvoglia mise la freccia ed entrò nell’area di servizio, accostando alla pompa più esterna.
Non c’era nessuno, così pareva, scese per controllare se potesse usare il self service e mentre stava per inserire la banconota nella bocchetta, sentì alle sue spalle una voce strascicata:
“Ehi, ragazzino! Il coso non funziona, devi andare al bar laggiù e chiedere al proprietario”
Con un cenno del capo indicò la porta del bar, mentre s’appoggiava alla colonnina del gasolio scrutando intorno, come se ci fosse qualcuno da aspettare.
Enrico esitò, fece due passi verso il bar, poi tornò alla macchina. Tilly dormiva, non s’era accorta neppure della sosta. Non voleva svegliarla e non voleva lasciarla lì.
Poi il tipo si allontanò e lui decise di andare a chiamare il proprietario perché gli desse una mano a far rifornimento e scappare via dal quel posto. Avrebbe fatto in fretta e tenuto d’occhio la macchina.
Entrato nel bar fece per apostrofare il brutto ceffo appollaiato dietro il registratore di cassa, quando sentì la porta serrarsi alle sue spalle, si girò appena in tempo per vedere due braccia palestrate incombergli addosso come una morsa e fu immobile.
Urlò e si dimenò mentre gli occhi correvano alla macchina e con terrore seguivano una scena che pareva tratta da uno di quei film che a volte guardavano in tv: il tipo di prima apriva lo sportello ed un altro, sbucato da chissà dove, strattonava Tilly, tirandola via di peso fuori dall’abitacolo.
“Tilly, Tilly, lasciatela… Tilly!” Enrico gridò con tutto il fiato che aveva  in corpo e con il terrore che lo soffocava guardava lei che si dimenava, trascinata di peso da quei due fino a che non la vide più. Sentì solo delle urla disperate, il suo nome gridato nel buio e poi più nulla.
Quando riprese i sensi era riverso sul pavimento sudicio, le mani legate alla bell’e meglio e intorno non un’anima viva. Si liberò rapidamente e incespicando corse fuori, urlando disperato il nome del suo amore. Piangeva sapendo, temendo già quello che avrebbe visto.
Urlava come un disperato, chiamandola.
Poi s’accorse di lei, rannicchiata sull’asfalto contro lo sportello aperto della macchina di Enrico. Lui corse, la raccolse tra le braccia, lei non lo guardava, era ferita alla bocca, sul collo, si stringeva su se stessa fino a diventare un pugno, mugolava, di dolore, di terrore, pareva non sentire la voce di Enrico, non lo vedeva, forse, chino sopra di lei, piangeva e le parlava piano.
“Cosa ti hanno fatto, amore mio, cosa ti hanno fatto?”
Si guardò intorno, non c’era anima viva.
Cercò tremante il cellulare, chiamò la polizia, il 118, chiamò suo padre perché venisse loro in soccorso.
Piangeva disperato, stringendo tra le braccia la sua Tilly, inerme .
L’ambulanza arrivò quasi insieme alla volante della polizia. Presero Tilly, la portarono via al più vicino ospedale, lui chiese di andare, li implorò. Arrivò al pronto soccorso in tempo per vedere Tilly, distesa su una barella, portata  via da un infermiere.
“Dove la portate, cos’ha?” gridò Enrico
Lo sguardo dell’uomo lo colpì come una pugnalata.
“Le hanno fatto male, povera ragazza” e con lo sguardo disse tutto il resto.
Enrico urlò, urlò con quanto fiato aveva in corpo, urlò per il dolore infinito che lo stava squarciando, urlò fino a svenire.
Furono giorno terribili. Tilly fu curata dalle ferite del corpo, ma non si riusciva a scuoterla dallo stato di torpore comatoso in cui versava da quella sera disgraziata.  
Erano arrivati subito, all’alba del giorno dopo, i suoi genitori dalla Puglia, la madre di Enrico non aveva lasciato il capezzale un solo giorno.
Quando la dimisero dall’ospedale Enrico volle che andassero tutti alla cascina, sarebbero stati insieme, i genitori di lei, quelli di lui; avrebbero avuto, loro due, una stanza grande, luminosa, dove stare soli, per curare le ferite. Sarebbero stati tutti insieme, per Tilly.
Enrico la amava più di prima, contava su quell’amore senza confini per risollevarla, per guarirla.
E intanto odiava il mondo intero. Odiava se stesso per ogni cosa fatta in quel pomeriggio di primavera; gli pareva, inoltre, che tutti gli altri lo odiassero in ugual misura, che lei lo odiasse, per averla lasciata sola.
In realtà nessuno lo odiava, erano tutti stretti attorno a quel dolore così grande che aveva scoperchiato le loro giovani vite. Enrico piangeva, abbracciato alla sua Tilly, poi cercava di farsi perdonare quelle lacrime accarezzandola piano, leggendole pagine e pagine dei suoi libri preferiti. A volte si allontanava da lei, credendo di essere un promemoria doloroso di ciò che era successo, poi lei lo chiamava a sé, lo voleva lì, vicino a lei, si consegnava silenziosa nel suo abbraccio.
Una psicologa della Asl venne a casa i primi giorni, per aiutarla; poi quando Tilly cominciò a star meglio fisicamente andava lei nello studio della dottoressa, perché potessero parlare in un ambiente neutro, lontana dagli affetti stringenti che continuavano a sostenerla.
La dottoressa  Bottoni fu la prima persona alla quale chiese di essere chiamata Matilde. Non tollerava più quel suo nomignolo che pure l’aveva accompagnata per la gran parte della sua vita, fino a quella sera maledetta.
“Adesso mi sembra uno sberleffo – disse con voce piatta – non me lo merito quel nome dal suono tintinnante”.
Poi chiuse la conversazione, non tollerò più alcuna  domanda e neppure il rimanere in quello studio luminoso. Interruppe la seduta, salutò educatamente e uscì con passo misurato.
Mi muoveva così da quella sera, come se ponderasse, letteralmente, ogni movimento. Parlava con voce calibrata e senza calore.
I suoi genitori, Enrico, non se ne davano pace, ma si dicevano l’un l’altro che  sarebbe occorso tempo e pazienza ed un infinito amore.
Quando fu il momento per i genitori di Matilde, di tornare a casa, le chiesero accoratamente di andare con loro, la supplicarono di ascoltarli, di partire.
“Stare a casa tua ti aiuterà” le dicevano.
Lei rifiutò con veemenza quella possibilità e fu la prima volta che scorsero in lei la determinazione della ragazzina che era stata, della donna che stava diventando.
Ma non accadde più, ritornò i fretta al suo tono basso e monocorde.
Dopo la partenza dei suoi decise che sarebbe tornata a Ferrara, nella sua stanza in affitto. Voleva essere sola mentre cercava il modo di scavalcare quella montagna che era le franata addosso. Sentiva di dover essere lei a ricostruire se stessa, in qualunque modo, ma avrebbe trovato la strada da sola.
Chiese a tutti di dimenticare Tilly. Dichiarò di essere Matilde, per tutti, senza eccezione alcuna, Enrico incluso.
Aveva lasciato il lavoro alla redazione, non aveva più senso per lei continuare a frequentare quell’ambiente: Matilde aveva in qualche modo deciso in quale direzione si sarebbe mossa da quel momento in poi; sentiva di aver bisogno di quiete, di un ordine che fino a quel momento non le era stato necessario. Aveva bisogno di poche, essenziali linee lungo cui muoversi per non sbagliare e i suoi progetti di scrittura, quel sogno stravagante di ragazzina, adesso le risultava intollerabilmente fuori luogo.
Voleva trovare la pace e cominciò a cercarla in un perimetro strettissimo attorno a sé.
Poteva permettersi di vivere ancora per qualche mese senza lavorare: c’erano quei risparmi, quelli che profumavano di confetti e fiori d’estate. Sciocchezze!
Cercò un lavoro più consono alla donna che stava diventando e, come un gancio in mezzo  al vuoto, arrivò quel concorso per bibliotecari all’Università, c’erano pochi posti e poco tempo per prepararsi.
“Forse è la mia àncora – pensò Matilde – forse catalogando libri potrei riuscire a rimettere in piedi quel che mi resta, forse i libri mi salveranno”.
Si buttò a capofitto nello studio, dimenticando la vita fuori dalla sua stanzetta in affitto: aveva bisogno davvero di poco, una spesa generosa ogni due settimane la rendeva  autosufficiente.
Poi c’era Enrico, che dalla distanza in cui lo aveva confinato la sorvegliava, la accudiva, aspettava paziente che tutto in qualche modo passasse. Era stato allontanato anche lui, si era rotto quel filo che li allacciava da quella sera lontana in cui si erano raccontati dividendo una birra.
Lo amava, ancora e con tutta se stessa, ma quella se stessa non riusciva più a tenersi dritta sulle gambe.
“Cammino io per te – la implorava Enrico – fammi essere le tue gambe, adesso, poi imparerai, ritornerai a camminare spedita, da sola ed io al tuo fianco”.
Ma lei era sorda, sembrava essere diventata impermeabile alla vita, a qualunque palpito fosse fuori dal suo perimetro circoscritto.
Non ce l’aveva con Enrico, no! Lui a un certo punto le aveva chiesto se fosse quello il punto, se lo ritenesse responsabile di quanto accaduto quella maledetta sera; voleva sapere se anche lei credeva – come lui stesso – che avesse mancato in qualche modo i suoi doveri di innamorato, allontanandosi da quella macchina, lasciandola dormire, non essendo stato così scaltro da capire il tranello dentro cui stavano cadendo. Se lo chiedeva giorno e notte, Enrico, e ad un certo punto volle saperlo, lo chiese a Matilde. Voleva darsi ragione di quella distanza.
Ma lei negò accorata, com’era prima, negò con tutte le sue forze, gli tolse  via dalle spalle quel fardello insopportabile. Non poteva accettare che il suo Enrico, si macerasse dentro quel dolore. Ma allo stesso tempo non riusciva ad accoglierlo al suo fianco, come prima; non tollerava più di qualche carezza e i baci casti che lui le posava a fior di pelle le volte in cui riusciva a stare con lei, sempre più raramente. Lui l’assecondava, credeva che dovesse guarire le sue ferite in solitudine, come un animale che si rintana fino al momento buono.
La guardava da lontano, faceva da ponte con la sua famiglia che nello stesso modo teneva lontana, le sbrigava piccole incombenze quotidiane di cui non aveva alcun bisogno, aspettando il momento in cui Tilly avrebbe ripreso a risplendere dentro Matilde.
Quel momento restava lontano, tuttavia; i mesi passavano e le loro vite di accomodarono su quello strano binario: avanzavano paralleli senza che le loro strade si incrociassero com’era prima.
Matilde intanto aveva vinto il concorso ed era stata assunta presso la facoltà di Lettere e Filosofia, nella biblioteca che aveva frequentato per così tanto tempo. Trovò il suo posto in quella dimensione ovattata: otto ore, da lunedì a venerdì, persa tra i libri, dentro le storie scritte da altri, ferme dentro quelle pagine, incapaci di far male.
Enrico, intanto, aveva messo da parte il suo progetto di lavorare nella sua terra, tra le cascine della sua infanzia e adolescenza. Era diventato più taciturno e solitario, non riusciva a vivere con Tilly, non esisteva più, amava Matilde, in un altro modo – si diceva che sarebbe successo lo stesso, che gli amori cambiano crescendo e loro, in quel modo disgraziato erano invecchiati, ma si amavano. Ed era vero! Quel legame continuava strenuamente ad esistere, ridotto all’essenzialità che Matilde richiedeva e che Enrico accettava, pur non capendo.
Aveva accettato di collaborare come ricercatore presso la facoltà di veterinaria. Sentiva di stare tutelandosi, non era più riuscito, da quel giorno, a tornare a casa sua, alla cascina, se non per mezza giornata appena. Sentiva di dare un dolore ai suoi genitori che pure comprendevano quel figlio dolorante per le ferite inferte alla sua donna.
Prese un monolocale in città e lo preparò con cura al momento in cui anche Matilde sarebbe stata pronta per quella vita che avevano sognato insieme.
Un anno intero scivolò via, senza che nulla cambiasse.
Poi una sera di fine giugno, Matilde chiamò Enrico.
“Vieni a cena da me?” chiese.
“Certo, amore mio! Ma se invece venissi tu qui? Saremo più tranquilli” propose Enrico, accendendosi di una speranza nuova.
Matilde acconsentì e lui corse a prenderla volando. Sentiva che erano a una svolta. Aveva percepito nella sua voce la determinazione di un tempo. Credette che Tilly fosse sul punto di affacciarsi nelle loro vite, lo voleva così tanto da crederci davvero.
Matilde entrò nell’auto di Enrico e d’istinto si chiuse al collo la giacca leggera e si assestò il foulard rosso acceso che aveva annodato al collo.
“Hai freddo?” le chiese lui, seppure immaginasse da dove provenisse quel gelo.
“No, grazie, sto bene. Lo sai che non mi pace sedere… girare in macchina, preferisco sempre la bici.” si allungò a baciarlo sulla guancia e gli accarezzò piano la nuca.
“Vuoi andare a cena fuori?” le chiese poggiandole la mano sulle ginocchia
“Andiamo a casa tua, Enrico, davvero, preferisco” e mentre pronunciava piano quelle parole con la mano si accarezzava il collo fasciato di rosso.
Enrico la guardò con occhi nuovi, non si era mai reso conto di quanto fosse cambiata in quel lungo anno. Non vestiva più i colori di una volta, raccoglieva i capelli e non le aveva più visto il suo rossetto rosso. Anche quella sera, jeans scuri e camicia e sopra quel blazer quasi nero, eppure non era affatto freddo, e quel foulard, bellissimo, che però lo inquietava, gli sembrava un segno a sottolineare una vecchia ferita o a nasconderne i segni.
Ebbe una  stretta al cuore mentre capiva che Matilde non parlava più con le parole, con quei suoi fiumi di parole, ma lasciava che a farlo fossero i segni.
Ebbe voglia di piangere al ricordo dei lividi vistosi che avevano squarciato l’ambra della sua pelle sul collo, per un tempo che era parso infinito. Matilde non l’aveva cancellato, era evidente, e proteggeva quei segni visibili solo a lei; nello stesso tempo quel rosso acceso impediva a chiunque le fosse vicino di dimenticare.
L’aveva amata per quel suo modo buffo ed allegro di prendersi la vita, era un quadro dipinto a pennellate furiose ed avide; adesso l’amava di un amore infinito per essere sempre e ancora capace di sfidare la vita, coraggiosa e ribelle, a suo modo, lasciando parlare quel che aveva deciso di mostrare. L’amava ma sapeva in cuor suo di essere fuori da quel piccolo giardino che lei stava imparando a coltivare.
Arrivati a casa, prima ancora di cenare, Matilde chiese ad Enrico di sedere con lei.
“Ascoltami, Enrico, è importante” e intanto gli teneva una mano nelle sue.
Lo guardò a lungo e si vedeva chiaramente che stava cercando le parole ad una ad una; si capiva che quel che avrebbe detto le era costato fatica fin lì e che dopo le avrebbe forse fatto ancora più male.
Per un attimo Enrico intravide la sua Tilly di prima, in quella fronte appena aggrottata che precedeva le sue decisioni più ferme.
“Vado via, Enrico – disse con voce bassa e piana – ho chiesto di essere trasferita in un’altra città. Andrò a Perugia, stesso lavoro, stessa facoltà”
“Tilly…”
“No, Enrico, Tilly non esiste più, lo sai. Tilly è morta quella sera. Sono Matilde, sono diversa, sono la donna che ho messo insieme raccogliendo quel che è rimasto di quella ragazza chiassosa.”
“Non dire così! Tilly era il mio amore. Tu sei il mio amore. Tu sei Tilly, sei Matilde, sei la donna straordinaria che ha saputo lottare” si era alzato di scatto Enrico.
Non riusciva a dominare la rabbia per quelle parole che uccidevano la ragazza che amava; tremava di paura al pensiero di perdere anche la donna nata da quella; voleva urlare per farsi ascoltare, per scalfire la compostezza frigida con cui Matilde gli parlava.
“Vado via perché qui tutto mi riporta indietro, in ogni istante. Vado via per salvarmi, Enrico. Perché non sono più una donna da amare. Vado perché tu sei l’uomo che amo e che mi ama, ma io non so più trovare dentro questo incarto che è il mio corpo, un solo motivo per essere ancora chi ero. E non sono capace di essere altro.”
“Non capisco quello che dici!” urlò Enrico e lei ebbe un sussulto.
“Mi temi – disse angosciato dalle sue stesse parole – no, no, tu mi lasci perché credi sia colpa mia… sapessi quante volte mi sono maledetto per ogni azione fatta quel giorno, sapessi…”
Matilde gli chiuse la bocca con la mano.
“Non dirlo mai più! Tu sei stato la scialuppa di salvataggio, mi hai raccolta in quella tempesta, mi hai scaldata, nutrita, hai vegliato il mio letargo. Mi hai amata. Senza di te io non sarei qui, adesso. Ma non sono capace di essere altro che questa pietra che sono diventata. Non so essere altro. Tu sei un uomo da amare con calore, con tenerezza, passione. Io sono marmo. Ero in frantumi, lo sai. Ma più di questo non riesco a fare. Lasciami andare, Enrico, ti prego”
Gli prese in viso tra le mani, lo baciò come faceva prima, fermò per un istante la sua bocca su quella di lui,
Poi senza guardarlo andò via.
Era la fine di giugno del 1996.  
Le bastarono due settimane per raccogliere le sue cose, la sua vita rimasta e portarle in quella nuova città.
Non si voltò un attimo indietro, quel giorno in cui lasciò Ferrara, non scese una sola lacrima sul quel viso bellissimo.
Cominciava una nuova vita. Avrebbe tentato di perdonare quella ragazzina troppo colorata, avrebbe continuato ad amarla e, con lei, quel suo ragazzo troppo bello e serio, da sposare, ma l’avrebbe tenuta lontana, l’avrebbe rinchiusa in un cassetto segreto.
Matilde avrebbe, da quel momento in poi, soltanto vissuto, null’altro.

“Piove – parla da sola ancora una volta – piove sempre più spesso”
Chiude a chiave la porta di casa, rinsalda con cura il cancello di ferro sul suo piccolo giardino ordinato.  
Apre un ombrello scuro, assesta il foulard rosso fuoco sul collo, si accarezza distratta la gola e si avvia.
Dopo Tilly non è più tornata ad amarsi, Matilde, mai più.
Nonostante in tanti la amino, lei non riesce a trovare un solo motivo per cui valga la pena di amarsi ancora.
Ma continua a vivere.  

UNA MADRE

Pubblichiamo oggi la lirica classificatasi al quarto posto assoluto nella sezione Poesia: “Una madre” di Emanuele Liaci

UNA MADRE

Fortezza dei miei giorni felici,
di quest’albero sei lei sue radici.
Non vi è cosa che non porti il tuo odore
né frutto che non abbia il tuo sapore.
Fra le tue fronde mi hai cresciuto,
con latte e miele sono pasciuto.
La tua voce fu come vento vibrante,
soave e dolce legno parlante.
Mi hai sostenuto nella paura,
mi hai riparato dai giorni di calura,
dei tuoi frutti hai riempito ogni cesto,
sopravvivesti al fuoco di Efesto.
Grande il mio tronco, forti le mie radici,
oggi sul tuo corpo sono tante le cicatrici,
dove finì la tua grande forza
e cosa è rimasto della tua dura scorza,
tenevi insieme la terra e oscuravi il sole
e i tuoi piedi si adornavano di viole.
Grigia ora la tua chioma, spenti i fiori,
non vi è più ricordo dei brillanti colori,
i fiori di loto ti fumano addosso
mentre i ricordi ti cadono di dosso.
Tu mi donasti il tuo amore
saggia vecchia dal grande cuore
e nulla volesti in cambio albero stanco,
nemmeno la promessa di restare al tuo fianco.

La ‘Sindrome della Capanna’ nel post lockdown

E’ oggi la volta del saggio quarto classificato “La ‘Sindrome della Capanna’ nel post lockdown” di Federico Marchi.


“Sindrome della Capanna”. Un nome che nella sua seconda parte richiama un’atmosfera fanciullesca, quindi piacevole e legata ai ricordi, ma nel proprio incipit cela invece qualcosa di più negativo ed anche inquietante.
Si tratta in realtà di un fenomeno che sta emergendo nella nuova fase dell’emergenza Coronavirus, ovvero con la fine del lockdown ed il ritorno graduale al quotidiano.
La Sindrome della Capanna è semplicemente la non voglia di uscire di casa e di tornare alla vita normale, che comunque per il momento normale del tutto non sarà. Un problema che si sta evidenziando un po’ in ogni parte d’Italia e per il quale i professionisti della psiche sono al lavoro, per analizzarlo ed intervenire prima che possa assumere una dimensione ancora più preoccupante nelle persone che ne sono state colpite.
Tutto è legato ad una sensazione di ansia, stress, paura, disorientamento, insicurezza, instabilità, sfiducia nel mondo e talvolta anche nel prossimo. Il risultato è uno stato d’animo di depressione fisica e psicologica. A causare questi effetti è stato il distacco forzato ed improvviso dalla realtà, in seguito alla
quarantena che è stata imposta ad inizio del mese di marzo come misura estrema di contenimento del Covid-19. Una pandemia che ha portato le autorità governative a disporre un confinamento nel proprio domicilio per limitare il diffondersi del virus. Il non poter uscire dall’abitazione ed incontrare parenti e amici, se non per motivazioni comprovate e ben definite, ha rappresentato un’estrema restrizione innaturale. Un distanziamento sociale che, pur necessario, ha comportato scompensi psicologici per la brusca interruzione delle relazioni umane. I collegamenti attuati tramite gli strumenti tecnologici, con videoconferenze a distanza, non sono infatti riusciti a sopperire del tutto ai mancati rapporti diretti. Anche oggi l’impossibilità di abbracciarsi, con un normale contatto fisico, e l’obbligo di indossare le mascherine, contribuisce a mantenere una distanza psicologica oltre che fisica tra le persone.
Il rimanere a casa ha però avuto, in alcuni soggetti, anche risvolti positivi. Il tempo è rallentato, abbassando i ritmi frenetici imposti dai consueti impegni lavorativi e famigliari. Le persone si sono rincontrate con loro stesse. L’inattività ha portato alla riscoperta di molti aspetti che si erano persi negli anni. L’occasione è stata infatti quella di ritrovare antiche passioni, tornando quindi ad occuparsi di attività più legate alle proprie attitudini e propensioni, che spesso sono di tipo differente rispetto alle occupazioni svolte in un quotidiano sempre più soffocato dal lavoro. C’è quindi chi ha riassaporato il gusto di suonare uno strumento musicale, di leggere un libro, di cucinare, di scrivere un racconto o una poesia, di disegnare o dipingere, di ascoltare musica non più solo come accompagnamento negli spostamenti in auto o sottofondo nei negozi. E’ però anche accaduto, seppur più raramente, che siano state scoperte attività che hanno attirato il proprio interesse, tanto da diventare potenzialmente nuovi hobby da coltivare e mantenere anche in futuro.
La quarantena in casa ha inoltre contribuito a recuperare un rapporto più naturale con la famiglia, tra coniugi o anche tra genitori e figli, differente da quello che il quotidiano permetteva. Anche in questo caso l’ostacolo principale è sempre stato il tempo, in termini quantitativi e qualitativi, che invece in questo periodo è stato recuperato. C’è stato inequivocabilmente un autocentramento delle persone, manifestato nel godere di semplici cose, come il piacere di mangiare e andare a dormire ad orari regolari. Abitudini che il quotidiano a volte rende difficoltose se non addirittura impossibili. E’ così stata ritrovata una vita meno caotica e più umana. Il lavoro ormai è una componente della vita che copre tutte le altre parti, spesso anche la famiglia dove si è assistito ad un deterioramento dei dialoghi e delle comprensioni reciproche. Nella Fase 1 ci si è costruiti una dimensione nuova con una riscoperta dei propri spazi. Ora viene chiesto di abbandonare questo mondo per tornare al vecchio, che però è radicalmente cambiato rispetto a quello che si era lasciato.
Questo non vuol dire che la quarantena sia stata vissuta in maniera positiva da tutti. In molti casi si sono registrate difficoltà di adattamento e addirittura di angoscia, complici anche case che da veri luoghi intimi si erano trasformate negli anni in anonimi ricoveri per dormire. Entrambe queste risposte alla quarantena, con stati d’animo nettamente contrapposti tra di loro, sono riscontrabili ora in chi presenta i sintomi della Sindrome della Capanna. Il malessere psicologico, manifestato con la fatica ad uscire ed a riavvicinarsi alla normalità, può essere infatti percepito sia da chi ha trascorso relativamente bene i mesi di chiusura in casa, sia da chi ha invece evidenziato un approccio più negativo.
A presentare gli effetti di questa Sindrome, in forma più o meno marcata, secondo la Società Italiana di Psichiatria sarebbero addirittura un milione di italiani. Non c’è una fascia di età più colpita di altre, ma ne sono coinvolti in maniera indistinta adolescenti, adulti ed anziani. La casa viene quindi vista come
un luogo sicuro, quasi un rifugio raffigurato con le sembianze di un guscio, entro il quale rimanere per proteggersi da tutto ciò che si trova all’esterno. Un luogo dove rimanerne confinati come prigionieri volontari per uno spirito di autoconservazione. Uscire significa ora togliersi, talvolta con difficoltà, da un isolamento divenuto quasi normale. Varcare l’uscio porta ad affrontare una pressione, da alcuni considerata insostenibile, per riprendere i normali ritmi, ai quali non sembriamo essere più abituati. Un disagio crescente che si tramuta presto in stress, depressione e perdita di motivazione.
La quarantena ha infatti paradossalmente contribuito a valorizzare il proprio tempo e la protezione rappresentata dalla casa. Se però questa considerazione oltrepassa il confine di un approccio razionale, ecco che può sopraggiungere una visione negativa di tutto ciò che si trova all’esterno. La paura di “quello che c’è fuori” induce a mostrare la porta di casa come un muro invalicabile, oltre il quale si trova l’ignoto, caratterizzato da incertezza e paura. Il ritorno graduale alla vita normale e alle consuetudini quotidiane diventa quindi un ostacolo difficile da affrontare, causa di ansia e stress. Il mondo esterno appare un luogo non sicuro, dove regna l’incognita per un futuro dai contorni ancora non definiti, dominato da persone estranee verso le quali non c’è fiducia e che addirittura possono rappresentare un pericolo di contagio.
I timori, oltre a perdere l’equilibrio ritrovato e la rinnovata pace interiore, sono anche quelli di vedere un mondo che è cambiato nelle sue consuetudini, con nuovi modi di vivere che caratterizzeranno i prossimi mesi. Cambieranno le modalità di rapportarsi tra persone, ma anche di affrontare le vecchie abitudini dal prendere un caffè al bar fino all’andare in spiaggia. Un mondo con il quale si ha timore di non riuscire a convivere, sentendosi inadeguati e spaventati. C’è quindi la convinzione di non saper gestire le paure al di fuori del proprio ambiente.
Importanti, se non addirittura determinanti, sono stati in termini negativi i messaggi utilizzati durante la quarantena. Una fase delicatissima in cui le parole e le metafore hanno avuto effetti molto forti, complici anche le amplificazioni dei social network che ormai dominano le relazioni umane. Basti pensare al ricorrente #iorestoacasa che, pur volendo dare un’indicazione necessaria a livello sanitario, ha acuito con la sua dirompenza l’immagine di un ‘fuori’ pericoloso ed insicuro. Un impatto ancora maggiore ha avuto la metafora: “è come una guerra”. Le parole sono infatti importanti per gli effetti che possono avere nelle persone, in base a come vengono interpretate ed assimilate. Talvolta la forma è ancora più impattante della sostanza, con risvolti che possono essere negativi con conseguenze difficili poi da affrontare.
Da un recente studio dell’Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, è emerso che il 63% degli italiani presenta disturbi come insonnia, mal di testa, mal di stomaco, ansia, panico e depressione. Andando ad analizzare i singoli dati, il 43% degli intervistati denuncia addirittura di subire “un livello massimo di stress”. L’Associazione europea per il disturbo da attacchi di panico (Eurodap) ha poi avviato un altro sondaggio, i cui risultati hanno evidenziato che solo il 7% delle persone contattate si è detto ottimista e sicuro che tutto tornerà alla normalità. La più grande paura, per l’81% delle risposte, è quella del contatto con gli altri, ovviamente più forte adesso rispetto al periodo di quarantena forzata a casa. Un sentimento che quindi comprometterà i rapporti sociali e di conseguenza anche economici.
Le persone hanno difficoltà a guardare avanti e ad affrontare con fiducia il futuro, con risvolti negativi e preoccupanti anche per il lavoro. Per non parlare di chi lo ha perso o ha difficoltà a mantenere la propria attività imprenditoriale. La poca chiarezza dei medici, che spesso hanno espresso opinioni contrastanti sul virus e
sulla sua pericolosità, ha ulteriormente accresciuto il senso di inquietudine verso un mondo esteriore sempre più incomprensibile e ignoto.
La cosiddetta ‘Sindrome della Capanna’ è stata studiata per la prima volta all’inizio del 1900 quando, negli Stati Uniti, alcuni minatori accusavano i medesimi sintomi dopo un prolungato periodo che li vedeva confinati tra le viscere della terra e le capanne che li ospitavano in prossimità delle montagne. Gli scavi in miniera si concentravano infatti in pochi mesi, durante i quali i lavoratori venivano isolati e tolti dalla quotidianità, alla quale avevano poi difficoltà a tornare. Sintomi riscontrati anche in altre esperienze, come dopo lunghe degenze in ospedale o detenzioni in carcere.
Secondo gli esperti, per combattere queste sensazioni negative e riacquistare una serenità interiore, è necessario ascoltarsi per ritrovare una giusta stabilità. Un vantaggio è rappresentato dall’arrivo dell’estate. La bella stagione porta infatti naturalmente a muoversi, praticare attività fisica, andare al mare o in montagna, incontrare le altre persone e quindi riacquistare una socialità generale. Un ritrovato equilibrio nella vita potrà derivare dal porsi obiettivi non solo a lungo termine ma anche nel breve periodo. Per alcuni sport di resistenza, in cui la resilienza e perseveranza sono la chiave vincente, il segreto è proprio quello di porsi traguardi intermedi da conquistare passo dopo passo. In una gara di ultramaratona, per esempio, dopo essersi posti come scopo generale il raggiungimento della linea di arrivo, bisogna procedere per piccoli obiettivi, concentrandosi solo su di essi e non su quelli successivi, che andrebbero ad appesantire l’impegno fisico richiesto con un conseguente effetto moralmente negativo per la prosecuzione della competizione.
Ovviamente, se questo stato negativo non si riuscisse a superare, sarà necessario rivolgersi a specialisti psicologi, psicoterapeuti o addirittura psichiatri nei casi più gravi di disturbo mentale.
Dalla quarantena bisogna comunque preservare e custodire tutto ciò che, in termini di riscoperte personali e famigliari, è stato positivo. Il ritorno alla normalità dovrà prevedere l’inserimento di attività un tempo sconosciute o perse negli anni. Dai momenti più difficili, come la storia insegna, possono infatti nascere nuove opportunità volte ad una rinascita.

Soldato Franz

Proseguiamo con la pubblicazione delle opere vincitrici del Premio Letterario Clepsamia 2020. Oggi è la volta del racconto classificato al 5° posto assoluto: Soldato Franz di Marina Ciancetta.

SOLDAT FRANZ
Lea è triste.
Vuole bene alla nonna sì; ma è domenica e ha dovuto rinunciare ad uscire con gli amici per stare con lei. I suoi genitori hanno un impegno. Glielo hanno detto con tanto anticipo. “Non possiamo lasciarla sola, Lea. Non sarà la fine del mondo non uscire per una domenica, non credi?” Si, glielo hanno comunicato con tanto anticipo, così tanto che Lea l’aveva scordato!
“Cosa ne può sapere sua madre della fine del suo mondo!?”. Ad ogni modo non può farci nulla, bisogna stare con nonna Lucia e questo è, punto. I suoi occhioni azzurri, senza la luce del solito sorriso, sembrano due cieli spenti che le incupiscono lo sguardo.
Seduta vicino alla nonna appisolata è irrequieta. Messaggia con il cellulare per avvertire le amiche e la guarda. “Proprio oggi nonna! Oggi che avrei rivisto Marco!” Pensa.
Un misto di irritazione e impotenza le stringono lo stomaco e un lacrimone fa capolino dai suoi occhi azzurri scivolando dolcemente sulle gote rosee. “Lea, mi dispiace.”
Nulla può sfuggire al cuore e agli occhi di quella donna di 90 anni. “Tranquilla nonna”. A stento e, irrimediabilmente dal tono insicuro, le parole rinviano alla lacrima che la ragazza frettolosamente asciuga. “Piccola mia ti capisco. Sono felice di vederti vivere una vita spensierata. Alla tua età io facevo ben altro, ma non solo perché erano altri tempi.”
Un sospiro profondo. “Allora c’era la guerra!”
Il tono delle parole di Lucia muta nel pronunciare quella parola: “guerra”.
Lea avverte un brivido e coglie nelle pieghe di quelle rughe una tristezza che non ha mai visto. Somiglia alla sua di oggi e, per la prima volta, la guarda con occhi diversi pensando: “la tristezza è identica per tutti, il posto che occupa no, tantomeno le possibilità di allontanarla.”
D’istinto dice: “nonna raccontami! Raccontami qualcosa di te, della guerra”.
L’anziana donna si alza. Il peso dei suoi anni per un attimo sembra svanito mentre con un passo che trapela padronanza, quasi sfida, si dirige verso la sua camera e ne torna subito con un cofanetto fra le mani. Gli occhi sono inumiditi, sembrano due oceani in fase di alta marea. Non sono lacrime ma immagini portate a galla dal suo cuore. Con un dolcissimo gesto, come quando si dona qualcosa, porge il cofanetto alla nipote invitandola con lo sguardo ad aprirlo.
La scatola contiene foto e lettere poggiate alla rinfusa ed un piccolo quadernetto dalla copertina sbiadita e sgualcita.
“Ero una ragazza molto semplice. Alla tua età frequentavo una scuola di cucito. Altro che uscire per divertirsi! Durante le lezioni con le altre ragazze riuscivamo a trovare sempre il modo per chiacchierare e parlare dei nostri sogni”.
“Cosa sognavate nonna?” Esclama Lea osservando le poche foto che vede per la prima volta e che le mostrano una ragazza più o meno della sua età. Lea è talmente incuriosita da quelle immagini e dalle parole della nonna da non accorgersi dei continui bip del cellulare che annunciano messaggi. Fino ad allora lo aveva tenuto nervosamente in mano, leggendo furtivamente, poi lo aveva poggiato sul divano. “Piccola mia,” gli occhi di Lucia non sono più umidi ora ma rivelano un velo di gioia mista a malinconia, come quando nel cielo si posa una leggera foschia che lascia intravedere una promessa d’azzurro limpido. “Sognavamo di innamorarci, di poter andare a passeggio per il corso o scendere giù al mare. Di andare a ballare e sentire musica. Sognavamo di sposarci e avere una casa tutta nostra dove crescere i nostri figli. Questi erano i nostri sogni! Riuscivamo, allora, ancora a farli nonostante l’Italia fosse già in guerra. Dopo la dichiarazione di guerra a Francia e Inghilterra l’Italia, alleata con la Germania, era ormai completamente coinvolta. I riflessi della guerra su Lanciano si moltiplicarono velocemente nel 1942 con l’arrivo degli americani a fianco degli inglesi. Molte persone erano state richiamate alle armi. Sul campanile della cattedrale fu installata una sirena di allarme. Dalle case non doveva trapelare luce, così fummo costretti ad oscurare le finestre incollando carta scura sui vetri. Certo, così come non trapelava luce all’esterno non entrava più in casa nemmeno un raggio di sole, che tristezza! Il razionamento dei viveri divenne ogni giorno più stretto ci toccavano sempre più razioni ridotte. La fame si faceva sentire. Anche la distribuzione dell’acqua potabile avveniva a turno per i quartieri.” Lea ascolta con gli occhi sbarrati quel fiume di parole rovesciate dalle labbra della nonna. Lo squillo del cellulare le sottrae entrambe al silenzio sceso come un sipario, segnato dal lungo sospiro della nonna.
“Pronto” la voce della ragazza trapela ansia, sa bene chi la sta chiamando e per un attimo ripiomba nel vuoto della tristezza. Si avvicina alla finestra, osserva malinconica la giornata meravigliosa che è fuori, parla sottovoce guardando di sbieco l’anziana donna che sorridendo le sussurra. “Dai, esci un pò”. Il desiderio è ancora forte e l’invito della nonna incoraggia la tentazione. Ma ormai una strana energia si è impadronita di lei, un’energia che le fa rispondere un secco “No. Sto facendo qualcosa di troppo importante, ciao.” Senza commenti torna a sedersi accanto alla nonna e con un sorriso la invita a continuare. “La situazione nell’estate del ’43 era diventata veramente preoccupante” riprese Lucia. Nei suoi occhi la foschia ora non lascia più trapelare il cielo ma nuvole scure, ricordi tristi. “Il fronte di guerra stava risalendo dal sud in tutta Italia, ovunque si stavano ricreando gruppi antifascisti. Dalla caduta di Mussolini i Tedeschi fecero scendere diverse divisioni delle S.S. che si stabilirono anche intorno a Lanciano; a Villa Paolucci di Marcianese ed a Villa Lanza sul colle della vittoria di Castelfrentano. Poi i carriaggi ed i soldati tedeschi divennero sempre più numerosi e dilagarano in tutta la città. Molti di loro iniziarono a prelevare oggetti dai negozi e dalle case, toglievano ai passanti gli orologi da polso o altri oggetti preziosi. La gente era spaventata per questo stato di cose. Papà decise che era meglio allontanarsi”.
“Nonna cosa succedeva?”
“Gli Italiani avevano firmato l’armistizio con gli alleati. Ora il nemico erano i Tedeschi”.
“Dove siete andati?” Gli occhi di Lea sono come una finestra spalancata dalla quale voler osservare tutto. Ha perfino dimenticato il cellulare sul davanzale della finestra.
“Quel giorno lo ricorderò sempre; toccavo con il cuore la tristezza di mamma e la preoccupazione di papà mentre preparavamo il fangotto.”
“Il fangotto?!” “Era la nostra valigia: un grande lenzuolo dove ciascuno metteva qualcosa per il viaggio e la permanenza. C’era di tutto. Biancheria, qualche provvista, pochi oggetti personali. Mamma mise la foto di mio fratello che era in guerra. Io misi il mio diario.” “Questo?” Lea recupera il quadernetto dalla scatola, lo sfoglia ma non riesce a leggere; le parole della nonna la rapiscono.
“Ci incamminammo furtivi al mattino, molto presto, era ancora buio. La paura di incontrare dei soldati tedeschi era forte, ma il coraggio non ci mancava perché eravamo insieme. Il cammino fu faticoso e pieno di ansia tra le stradine di campagna che ci avrebbero condotto nei pressi di Arielli. Eravamo quasi arrivati. Fra i rami degli alberi papà indicò un casolare bianco.
Dovevamo solo risalire una china prima di arrivare alla piana di fronte alla casa. Era stanco, affannava, con il fangotto che aveva voluto portare da solo sulle spalle. Forse fu il suo stesso sorriso a distrarlo, un sorriso che sapeva di conquista ‘l’averci portato al sicuro’. Inciampò e cadde facendo rotolare a terra il fangotto che aprendosi lasciò sfuggire il piccolo patrimonio che custodiva. L’aiutai ad alzarsi mentre mamma ricomponeva frettolosamente il prezioso fangotto. Al casolare ci aspettavano. Ci accolsero con calore. Avevano preparato il pranzo, verdure di campagna con pizza di farina di granoturco. I giorni successivi trascorsero tranquilli. Il tempo non passava, potevo solo ricamare e cucire. Una mattina sentimmo degli strani rumori. Erano i segnali emessi dai ricetrasmettitori dei tedeschi che da poco erano arrivati nelle vicinanze. Ci avvertì un vicino consigliandoci di stare all’erta anche se sembravano tranquilli. Avevano solo il compito di fare da ponte radio tra i diversi presidi della zona. Ci fu proibito di uscire. Proprio in quei giorni mi accorsi…” silenzio.
“Perché ti sei fermata?” “Lea quello che sto per raccontarti non lo sa nessuno” la ragazza guarda la nonna con aria impaziente e orgogliosa di accogliere un segreto. Lucia prosegue cercando di dissimulare il tremolio della voce. “Mi accorsi che non avevo più il diario. Pensai che di certo era rotolato fra l’erba al nostro arrivo quando papà inciampò. Non potevo dirlo. Non mi avrebbero permesso di uscire ma io lo rivolevo a tutti i costi.”
Lea prende di nuovo il diario fra le mani senza aprirlo. Aspetta un segnale che non arriva.
“La sera si andava a letto presto. Approfittai di quel momento per uscire e recarmi verso la scarpata.” “Non avevi paura?” “Sì, tanta. Ma era una sera molto luminosa, era stata una bella giornata, ho pensato che potevo facilmente nascondermi e trovare il diario. Quando ormai ero nel punto in cui il fangotto era caduto un rumore mi gelò. Era il rumore di passi e di frasche mosse. ‘Un animale!?’ Pensai. ‘O un soldato!?’ Avevo intravisto il diario ma ero terrorizzata e senza guardare mi girai di scatto per fuggire verso casa. Una mano mi afferrò il polso ed un’altra si poggiò con forza sulla mia bocca come a prevenire un eventuale urlo.” Gli occhi di Lucia sono spalancati, Lea legge tutta la paura del ricordo e grida “Nonna cosa…” Lucia prosegue: “era un giovane soldato tedesco, avrà avuto 18 o 19 anni. Mi guardò dritta negli occhi. I suoi, immobili, erano di un azzurro che non dimenticherò mai. Fu un attimo… mentre il suo sguardo mi tratteneva, con uno scatto fulmineo mi divincolai. Fuggii così veloce da giungere a casa senza accorgermene.” Lea emette un sospiro di sollievo. “Entrai in casa cercando di non fare rumore. Ero madida di sudore ma stranamente la paura mi aveva abbandonata. Dalla finestra intravidi l’ombra del soldato ai limiti della scarpata che guardava verso la casa. Poi si girò e andò via. Non mi aveva rincorsa. Ripensai a come avevo fatto a fuggire e capii che in realtà mi aveva lasciata andare.” “E il diario?” Lucia guarda Lea con una dolcezza infinita e dice: “i tuoi occhi azzurri mi ricordano i suoi. Doveva essere un bravo ragazzo anche se tedesco. Non dormii quella notte e fui la prima ad alzarmi. Aprii la porta per guardare se fuori ci fosse qualcuno. Solo i rumori dei ricetrasmettitori nell’aria e davanti alla porta il mio amato diario. Lo raccolsi, era sgualcito ed odorava di erba. Lo aprii e mi accorsi che qualcuno aveva scritto qualcosa sulla prima pagina bianca.” Lea apre il diario mentre la nonna aggiunge “non capivo e non ho mai chiesto a nessuno di leggere. Avevo paura di essere sgridata. Era scritto in tedesco”
“Glaub’ mir, ich wollte dir nicht weh tun. Ich sehnte mich nach einer liebkosung , nur eine
liebkosung. Du erinnerst mich an meine liebste, du siehst ihr so aehnlich, wer weiss, ob ich sie
jemals wiedersehe! Dieser krieg ist so unmenschlich fuer alle! Dieb der jugend, dieb der liebe,
dieb unschuldiger leben. Soldat Franz”
Il cellulare inizia a squillare ma nessuna delle due sembra sentirlo. Lea guarda la nonna con orgoglio e con voce dolce traduce:
“Credimi, non ti volevo fare del male. Avevo bisogno di una carezza, solo una carezza. Mi hai fatto pensare alla mia sposa, le assomigli tanto, chissà se la rivedrò! Questa guerra è disumana per tutti! Ladra di giovinezza, ladra di amore, ladra di vite innocenti . Soldato Franz”
Il cellulare continua a squillare ma l’eco di quelle parole nell’abbraccio di Lucia e Lea suona più forte.

Ritrovarsi è segnale che accorcia l’incompiuto

Proseguiamo con la pubblicazione delle opere vincitrici del Premio Letterario Clepsamia 2020. Oggi è la volta della poesia classificata al 5° posto assoluto “Ritrovarsi è segnale che accorcia l’incompiuto” di Sergio D’Angelo.

Ritrovarsi è segnale che accorcia l’incompiuto
di Sergio D’Angelo.

Apro appelli contro vento

frastuoni che a strascico

mi scavano i nervi.

Sei felicità senza presidio

sorte di ferite e combinazione.

Oltre noi, corpi privi di elogi

abitano equilibri

e non sanno che perdersi

è amnesia che ipoteca il nostro vivere o morire.

Torno a barattare battiti.

Ritrovarsi è segnale che accorcia l’incompiuto

vocazione necessaria a disgregare l’ego.

Non voglio calcoli che siano riallineamenti su cui mettere legna

né segnali dove riesumare croci.

Voglio abitarti senza nessuna variabile di perdita,

percorrerti come l’acqua che dà assedio alla goccia.

Voglio Amarti oltre il male a cui ci siamo esposti,

donarti una costola da cui rinascere.

E il cuore oltre l’offerta finalmente potrà chiudere gli occhi.

Così da avere notti da stendere sui palmi,

esiti su cui fare l’amore

e ogni soglia aldilà dell’attesa, sarà casa.

DEPRESSIONE COVID 19

Incominciamo la pubblicazione delle opere vincitrici delle tre sezioni del Premio Letterario Clepsamia 2020. Oggi presentiamo DEPRESSIONE COVID 19 il saggio con il quale Vincenza Simonetti si è classificata al 5° posto assoluto.

DEPRESSIONE COVID 19 di Vincenza Simonetti

La pandemia Coronavirus del marzo 2020 passerà alla storia e parlerà di un terribile virus influenzale arrivato dalla Cina e mai studiato prima. Ci siamo trovati tutti davanti all’inaspettato. Il mondo sembrava fermarsi in attesa di una bella stagione che tardava a venire.
In collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità, la Treccani ha isolato, nel frattempo, un dizionario di termini cruciali per aiutare gli utenti nella comprensione dell’emergenza sanitaria. In tempi normali avrebbe visto prevalere parole come profilassi o medicina, ora invece si è passati a paziente zero, letalità, quarantena, stress, infodemia e anche al termine draconiano, in riferimento a provvedimenti rigorosissimi e intransigenti.
Nella I fase per orientarci abbiamo cercato il significato di epidemia, contagio, virus, poi ci siamo chiesti come comportarci e, a questo punto, è stata registrata una grande ricerca della parola resilienza, accanto a casa, responsabilità, resistenza attiva. Vuol dire che c’era voglia di reagire, trovare una soluzione.
Un bel segnale.
Se rimani a lungo a casa, è normale confinare nell’ansia che, come un piccolo ruscello, attraversa la mente e, se alimentata, può diventare un torrente che annegherà tutti i nostri pensieri. L’ansia, scatenata dalla paura, inizia con un piccolo timore e si evolve producendo una vera e propria fobia dinanzi a una minaccia che riteniamo possa essere letale.
Lo tsunami del Covid 19 ci ha preso alla sprovvista immettendoci in un tempo di prova e solitudine di fronte a una malattia sconosciuta e potenzialmente mortale: da una parte i colpiti dal virus con la consapevolezza della fallibilità della scienza, soli e lontani dai legami affettivi dove vacilla la speranza di guarigione in una sensazione di alternanza di alti e bassi, di buio e luce, attraversati dal dolore fisico anche se accompagnati da medici, infermieri e terapie spesso inadeguate; dall’altra i restanti esseri umani tutti in quarantena forzata che, nell’assenza di un contatto fisico, vivono una condizione di isolamento sociale che comporta inevitabilmente un incremento del malessere psicologico soprattutto per chi è a rischio di cadute depressive.
A sostegno della situazione creatasi c’è stata una particolare attenzione alla salute mentale con l’apertura ai supporti digitali come le video chat per superare la burocrazia e fare attività psicologiche, psicoterapeutiche e psichiatriche.
Quando c’è divieto di uscire, se non per ragioni importanti, fare assembramenti, salutarsi con baci e abbracci e, quindi,vietato fare festa, andare a messa, fare una passeggiata, andare alle prove di musica, in palestra, a tennis, è normale sentirsi turbato e ansioso. Il primo passo è riconoscere e accettare queste emozioni, ossia essere onesti nei confronti dei tuoi sentimenti, non reprimerli e non cercare di cambiarli.
Ciò aiuta a gestirle.

Gli elementi più consoni a mitigare le preoccupazioni inevitabili all’insorgere della pandemia sono:

  1. La famiglia: per chi ce l’ha, è molto importante perché è uno degli elementi che aiutano di più a superare le difficoltà e ha un effetto protettivo antistress soprattutto se diventa un momento di condivisioni di gioie e sofferenze che aiuta a trovare meccanismi di difesa interna.
  2. Dieta equilibrata che includa cibi vari e un programma di sonno regolare, importante per la salute e per il sistema immunitario. Il sonno profondo, in particolare, riduce l’ansia.
  3. Meditazione o mindfullness: gli studi dimostrano che queste pratiche possono condurre a una visione più positiva della vita e occorre farle concentrandosi sul respiro (inspirazione ed espirazione, chiudendo gli occhi e facendo rilassare il corpo). Anche la riproduzione di musica soft in sottofondo può essere di aiuto.
  4. L’esercizio fisico: può migliorare l’umore, alleviare lo stress e l’ansia e funziona per persone di tutte le età. A soccorso vengono scaricate le apposite app di fitness o i video tutorial su Youtube:
  5. Lontananza da sovraccarico di informazioni che, secondo l’Oms, fa più male del coronavirus perché a volte sono inaffidabili come le “fake news”.
  6. Le comunicazioni digitali: soddisfano il nostro bisogno di socializzare . Fortunatamente oggi è diventato più semplice connettersi con parenti e amici e chiamare o chattare aiuta a condividere le emozioni.
    Da ricerche statistiche sulla popolazione è emerso che la maggior parte ha accettato le azioni di mitigazione mettendo in moto nuove abitudini a favore di quelle sopra descritte, la parte restante si è divisa fra coloro che si lasciano andare assecondando il pensiero fatalista del “tanto non vi è nulla che possiamo fare” e fra chi si ribella alle Autorità assecondando il proprio opportunismo egoista, ossia testimoniando, con la propria disubbidienza, la sfiducia e la rabbia verso le istituzioni.
    Le emozioni, purtroppo, sono processi fondamentali multicomponenziali.
    Ecco perché bisogna gestire non le emozioni in sé ma la perdita di controllo, l’interruzione della “stabilità interna” e la capacità di contemperare la reazione automatica addomesticandola con la mente.
    Tutti noi mettiamo in atto meccanismi mentali e comportamenti sviluppatisi durante l’intero arco di evoluzione della nostra specie. In particolare, i comportamenti di salvaguardia individuali e del nucleo familiare sono primitivi,basilari e automatici ma ciò che era funzionale un tempo non sempre lo è ai giorni nostri. Per ovviare a ciò la mente insegue processi di assimilazione e confronto per somiglianza con quanto già si conosce e così affrontare l’ignoto ci rassicura. Purtroppo il Covid 19 e la derivante pandemia non assomiglia a quello che abbiamo sperimentato in passato.

Fino ad ora, solo due tipi di Coronavirus erano risultati molto pericolosi: SARS-CoV, responsabile della Sindrome Respiratoria Acuta Grave (SARS) comparsa nel 2003 in Cina e MERS-CoV, che invece ha causato la Sindrome Respiratoria Mediorientale (MERS) nel 2012 in Giordania e Medio Oriente.
Il SARS-CoV-2 è stato identificato in Cina nel dicembre 2019 e fa parte della stessa famiglia di virus. Sebbene non sia letale quanto i suoi cugini SARS e MERS, la sua diffusione estremamente rapida ha portato l’ Organizzazione Mondiale della Sanità, lo scorso 30 gennaio, a dichiarare il focolaio da nuovo Coronavirus, un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale.
Si pensa che l’infezione sia partita da un mercato di animali della città cinese di Wuhan. Infatti il virus si trasmette da uomo a uomo in modo molto simile all’influenza e ad altri virus respiratori. Il virus viaggia nell’aria, attraverso le goccioline prodotte durante tosse e starnuti. Per questa rapidità di trasmissione il nuovo virus si è diffuso rapidamente in tutto il mondo.
Il SARS –CoV2 causa la malattia COVID 19, sigla decisa dall’OMS (“CO” per “corona”, “VI” per “virus” e “D” per “disease”, che vuol dire “malattia” in inglese). Una volta contratta la malattia iniziano a comparire i primi sintomi, molto simili a quelli dell’influenza: febbre e tosse ma anche raffreddore, mal di testa, mal di gola e, in alcuni casi, possono manifestarsi complicanze come bronchite e polmonite, nonché insufficienza di molti organi, come i reni e il cuore (nei casi più gravi).
Si è parlato molto anche di nuovo Coronavirus asintomatico, ovvero della possibilità di essere positivi al SARS-CoV-2 senza manifestare particolari sintomi. Il nuovo Coronavirus colpisce anche i bambini,con sintomi lievi, che sembrano essere meno sensibili al COVID 19, probabilmente perché hanno un sistema immunitario particolarmente reattivo e efficace.
Una volta avvenuto il contagio, adulti e bambini possono trasmettere il virus agli altri. Per questo motivo vengono messi in “quarantena”, col solo contatto via internet.
Il virus ormai si è impadronito dell’intero mondo e delle nostre vite paralizzando ogni cosa al suo passaggio. Si sente nell’aria, si avverte nei gesti, negli sguardi impauriti e smarriti. Non esiste un vaccino in merito e vengono adottate misure di prevenzione utili per tutte le malattie infettive respiratorie.
Per non farsi prendere dal panico vengono in aiuto i consigli digitali con esercizi da fare a casa con i bimbi, nonché delle divertenti attività ludico-motorie. Esperti dell’ospedale “Bambino Gesù”, in Roma, hanno stilato una guida al nuovo Coronavirus, in relazione anche alle diverse patologie di cui possono essere affetti i pazienti: in particolare i cardiopatici, gli ipertesi, i diabetici, le persone con problemi respiratori e i forti fumatori:
Mani e tosse: applicare con rigore le ormai note misure di prevenzione che sono le uniche valide per proteggere la saluta propria e quella degli altri (lavare le mani frequentemente con detergenti e soluzioni alcooliche o solo con acqua e sapone, non tossire o starnutire di fronte alle persone ed evitare luoghi affollati;

Nord vietato : nel Nord Italia (come Lombardia subito diventata zona rossa, Piemonte) si sono registrati i primi focolai di infezione;

Casi da ospedale : solo in una minoranza di casi, l’infezione da Coronavirus può dar luogo a quelle complicanze da trattare in ospedale o, in rianimazione, nei casi più gravi. Il virus,
infatti, può provocare una polmonite e un’insufficienza respiratoria da richiedere l’intubazione del paziente (circa il 20%) o complicanze cardiache (circa il 16%), infarti (circa il 7%) e il 4% circa può rischiare, addirittura, una grave forma di insufficienza renale acuta;

Terapia : nella maggioranza dei casi è solo di supporto non disponendo farmaci efficaci contro il Covid; il trattamento dell’infezione parte solo nella cura delle complicanze;

Stop fai – da – te : è inutile assumere antibiotici perché trattasi di infezione virale e non batterica e gli antivirali a disposizione non sono efficaci nel caso in specie;

Organi da salvare: i medici mirano a supportare la funzione respiratoria con ossigeno attraverso anche l’intubazione del malato, il cuore (con terapie anti-ischemia miocardica o terapie antiritmiche) e i reni con la dialisi;

Teleconsulto: è molto utile ricorrere al teleconsulto con i medici, inviando loro, per WhatsApp o e-mail, parametri sullo stato di salute soprattutto nel caso di ipertesi, bronchitici cronici,diabetici per non intasare i pronto soccorso o lo studio dei medici di base;

Sospetto: un protocollo operativo prevede un triage telefonico a mezzo del quale il paziente descrive i sintomi avvertiti, la loro durata, nonché l’eventuale soggiorno, nei quattordici giorni precedenti,in Cina, nelle zone rosse dell’Italia settentrionale o il contatto con probabili contagiati;

Ambulanza speciale: Solo in caso sospetto l’individuo andrà in un’autoambulanza attrezzata alle misure di contenimento dove verrà sottoposto ad un primo tampone e assistito secondo le indicazioni del triage in vigore.
L’Italia, come evidenziato da più parti, è il fronte più avanzato nella guerra contro la pandemia e rappresenta un laboratorio naturale per misurare, scientificamente, l’efficacia delle azioni di mitigazione attivate, dalla sua trasmissione, a come difendersi dal contagio in famiglia.
Contro il Covid 19 ogni tentativo è apprezzabile come la possibilità di utilizzo del sangue dei pazienti guariti o, ultimamente, del plasma dei convalescenti contro il virus Sars-Cov-2 .
Nel plasma, ottenuto da un macchinario detto separatore cellulare perché toglie dal sangue la parte non corpuscolata, confluiscono le proteine che si legano e neutralizzano corpi estranei come virus e batteri. Questi anticorpi rimangono, nella persona guarita, per un certo periodo di tempo, pronti a combattere quel virus nel caso ritorni.

Tradotto significa che possono aiutare il sistema immunitario della persona malata, accelerando il tempo necessario per sviluppare il proprio esercito di anticorpi.
Riguardo a quest’ultima terapia, il direttore scientifico dell’Istituto nazionale di malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma asserisce che è stata già provata ma sono necessari studi randomizzati controllati e centralizzati con il Governo nazionale.
Il presidente della Società europea di virologia, nonché professore emerito di Microbiologia dell’Università di Padova evidenzia che i cinesi per primi hanno dimostrato che il siero di convalescente era in grado di migliorare o addirittura di guarire il soggetto ma queste sperimentazioni non sono state fatte con trial clinici controllati ovvero, come già detto, con test in doppio cieco, randomizzati,che dovrebbero dare una risposta certa con metodo scientifico.
Gli studi clinici controllati randomizzati(dall’inglese randomized controller trial,RCT) sono studi sperimentali che permettono di valutare l’efficacia di uno specifico trattamento in una determinata popolazione. Con il termine trattamento si intendono convenzionalmente non solo le terapie, ma anche tutti gli interventi(diagnostici, di screening, di educazione sanitaria). Di solito è uno studio parallelo randomizzato di due gruppi di individui da svolgersi, nella maggioranza dei casi, in quattro fasi: reclutamento, intervento, follow–up ed analisi dati.
Dello stesso parere è il direttore del dipartimento di Onco-ematologia e Terapia cellulare e genica dell’ospedale Pediatrico Bambino Gesù ma, in assenza di terapie specifiche, questa sperimentazione sarebbe il modo più efficace per trattare l’infezione e ridurre la mortalità dei pazienti critici.
Se questo, in parte ci può dare un po’ di serenità, è da sottolineare che, a parte i problemi respiratori, in modo indiretto, a causa anche dell’infodemia (abbondanza di informazioni, alcune accurate e altre no, che rendono difficile per le persone trovare fonti affidabili quando ne hanno bisogno) e del lockdown (protocollo d’emergenza che impedisce alle persone di muoversi da una determinata area per salvaguardare la salute) la pandemia da coronavirus può causare ansia e depressione.
Enrico Zanalda, presidente della SIP (Società italiana di psichiatria) ha dichiarato che trattasi di ansia post-traumatica, legata a ciò che abbiamo vissuto specie per i lutti, le perdite e per il danno economico. E’ impossibile evitare questi disagi, lo si è visto anche nel 2007 con la crisi economica e con l’aumento dei suicidi, ma si possono supportare coloro che durante la fase critica del Covid sono state più soggetti a situazioni di alto rischio o stress (morte di persone care, perdita lavoro, problema di salute).
Grazie ai progressi della medicina e alle tecnologie di cui oggi disponiamo, sono stati già messi a punto nuovi metodi per la diagnosi del SARS-Cov-2. Inoltre nuovi farmaci e vaccini sono in fase di sviluppo nei laboratori di tutto il mondo. Le istituzioni, prima fra tutte il Ministero della salute, hanno messo a disposizione degli utenti delle preziose risorse online: pagine, siti e canali dedicati alla corretta informazione sull’infezione da nuovo Coronavirus.
Urge portare la centralità alla salute mentale e stare vicino a chi già soffre e stimolarlo ad essere resiliente.

Gli eventi storici in cui abbiamo avuto il lockdown ce ne sono stati negli ultimi tempi:
settembre 2001: sulla scia degli attacchi dell’11 settembre allo Twin Towers di New York, fu avviato un blocco di tre giorni dello spazio aereo civile americano;

dicembre 2005: la polizia del Nuovo Galles del Sud, in Australia, avviò un blocco della Sutherland Shire e di altre aree di spiaggia del Nuovo Galles per contenere la rivolta di Cronulla tra suprematisti bianchi e la polizia australiana;

30 gennaio 2008 : è stato dimostrato all’Università della British Columbia (UBC) un esempio di lockdown di un campus/scuola che, in seguito ad una minaccia sconosciuta, ha costretto la Royal Canadian Mounted Police (RCMP) a emettere un blocco su uno degli edifici del campus per sei ore, isolando l’area;

10 aprile 2008 : due scuole secondarie in Canada sono state chiuse a causa di sospette minacce di armi da fuoco. La George S. Henry Academy fu rinchiusa a Toronto, in Ontario, mentre la New Westminster Secondary School fu chiusa a New Westminster, nella British Columbia;

19 aprile 2013 : l’intera città di Boston è stata chiusa e tutti i trasporti pubblici sono stati fermati durante la caccia all’uomo del terrorista islamista Dzhokhar e Tamerlan Tsarnaev, i sospettati dell’attentato alla maratona di Boston, mentre la città di Watertown è rimasta sotto il pattugliamento della polizia armata, durante ricerche sistematiche casa per casa;

blocco di Bruxelles del 2015 : la città è stata chiusa per giorni mentre i servizi di sicurezza hanno cercato sospetti coinvolti negli attacchi di Parigi nel novembre dello stesso anno. Sempre nel 2015, una minaccia terroristica ha causato la chiusura del Distretto scolastico unificato di Los Angeles del 2015.

Tali blocchi, che dettano misure riguardanti il lockdown, vengono avviati dalle autorità e le relative restrizioni possono amplificarsi in quei luoghi dove si sperimenta già una condizione di costrizione, come le carceri. I prigionieri vivono già una situazione di distacco sociale e, inoltre, sono legati da una routine quotidiana ed estremamente ripetitiva.
Ecco perché queste persone risultano più vulnerabili in questo tempo di pandemia e ciò spiega anche la loro ribellione in Italia, quando è venuta meno la speranza di vedere i propri congiunti, l’unico legame esistente con la vita esterna.
Anche in Columbia sono esplose rivolte nelle carceri quando i detenuti hanno appreso del diffondersi del coronavirus.
Bisogna, però, riconoscere l’utilità delle misure suddette quando vengono utilizzate per proteggere le persone all’interno di una struttura.

E’ noto che il nostro sistema sanitario garantisce assistenza alle donne vittime di violenza attraverso strutture facenti capo al settore materno-infantile (esempio tipico è il consultorio familiare). In merito sono state adottate linee guida nazionali per le Aziende sanitarie, le Aziende ospedaliere in tema di prevenzione, soccorso e assistenza a tali categorie vittime di violenza e stalking.
La violenza sulle donne è stato sempre un problema di sanità pubblica per le ripercussioni che ha sui sistemi sanitari e assistenziali.
Ecco perché, in periodo di emergenza Covid 19, le case rifugio e i centri antiviolenza sono stati aperti nonostante l’emergenza e, nel mese di aprile, sono pervenute oltre mille richieste di aiuto in più.
Per le donne vittime di violenza sono stati istituiti appositi numeri telefonici e App da contattare:
numero rosa 1522, antiviolenza e anti stalking che fornisce assistenza e supporto 24 ore su 24.
App 1522 disponibile su IOS e Android, che consente alle donne di chattare con le operatrici e chiedere aiuto e informazioni in sicurezza, senza correre il rischio ulteriore di essere ascoltate dai loro aggressori.
App “Youpol”. Realizzata dalla Polizia di Stato per segnalare episodi di spaccio e bullismo, l’App è stata estesa anche ai reati di violenza che si consumano tra le mura domestiche.
Centri antiviolenza. La mappa dei centri è disponibile sul sito del Dipartimento della Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio. 
Consultori familiari. La mappa è disponibile sul sito del Ministero della salute. 
In un’era come quella che stiamo vivendo in seguito alla pandemia del coronavirus, la paura della situazione nuova, inattesa e potenzialmente dannosa per la salute nostra e dei nostri familiari e la necessità di isolamento sociale comportano un incremento del malessere psicologico e predispongono al rischio di cadute depressive. 
La difficoltà di adattamento alla situazione di incertezza prolungata nel tempo, si ripercuote sul comportamento, sull’emotività, sull’umore generando ansia, insonnia, panico e depressione, come segnalato da molte persone.
Importante è l’attivazione di una rete di intervento per fornire un supporto psicosociale immediato sia per le categorie più a rischio, quali gli operatori sociosanitari coinvolti nel Covid-19, che per i parenti delle vittime e per la popolazione generale.
Da dati statistici emerge che le donne sono più soggette degli uomini alla depressione. L’associazione di questa patologia con il sesso femminile è stata osservata praticamente in tutti gli studi concernenti i disturbi mentali.
In genere il rapporto tra prevalenza dei disturbi depressivi negli uomini e nelle donne è di 1 a 2. La maggiore frequenza di depressione nelle donne comincia in età adolescenziale, subito dopo il menarca.

Ecco una mappa della situazione:

Depressione post partum: ne sono colpite dal 7 al 12% delle neomamme
La depressione post-partum colpisce, con diversi livelli di gravità, dal 7 al 12% delle neomamme ed esordisce generalmente tra la 6ª e la 12ª  settimana dopo la nascita del figlio, con episodi che durano tipicamente da 2 a 6 mesi. La donna si sente triste senza motivo, irritabile, facile al pianto, non all’altezza nei confronti degli impegni che la attendono. 
Covid-19, depressione e disturbi legati all’ansia 
Uno studio cinese condotto tra 1.000 operatori sanitari (medici e infermieri)  impegnati a Wuhan, e in prima linea per il contrasto all’epidemia, tra il 29 gennaio e il 3 febbraio,  ha evidenziato una maggiore incidenza della depressione e dei disturbi legati all’ansia e all’insonnia negli operatori donne.
Quasi l’80% egli intervistati erano donne ed è emerso che tali disturbi erano legati non solo al distanziamento sociale dai propri cari ma anche alla stigmatizzazione sociale a causa del proprio lavoro.
Particolare attenzione è stata riposta nelle donne in attesa. Il percorso nascita, infatti, è un momento importante nella vita della donna. Il SSN tutela questo percorso lungo ogni fase che lo compone: preconcezionale, gravidanza, parto, allattamento.
L’emergenza sanitaria, fra le altre problematiche cliniche e di salute pubblica, ha sollevato anche quelle relative alla organizzazione della rete perinatale relativamente alla gestione dell’infezione in gravidanza, alla possibile trasmissione materno-fetale dell’infezione prima, durante e dopo il parto, alla sicurezza della gestione congiunta puerpera-neonato e all’allattamento materno.
Sono state quindi emanate disposizioni per tutelare la salute e la  sicurezza della puerpera e del neonato. Ecco una sintesi di quanto contenuto nella Circolare del Ministero della salute del 31 marzo 2020.
Posticipare i controlli differibili
L’operatore che segue la gravidanza deve favorire la possibilità di posticipare i controlli differibili al fine di ridurre al minimo i contatti della donna in gravidanza con possibili fonti di contagio.
Predisporre aree di pre-triage nei Pronto Soccorso
Il Pronto Soccorso ostetrico di ogni Punto Nascita deve prevedere un’area di pre-triage garantendo un luogo di isolamento (stanza con bagno) e personale sanitario (ostetriche e medici ginecologi) dotato di Dispositivi di Protezione Individuale.
Gestione dei casi sospetti nella struttura dove afferisce la donna incinta
In attesa della conferma dei dati di laboratorio, i casi sospetti sono gestiti dalla Struttura a cui afferisce la donna gravida, individuando, come summenzionato, un posto isolato dove la gestante venga sempre assistita da personale dotato di DPI previsti dalla normativa vigente.
Nel caso in cui il tampone risulti positivo, in assenza di controindicazioni al trasferimento, la paziente verrà trasferita per la successiva gestione del caso, presso uno dei Centri di riferimento identificati a livello regionale.

In ogni Punto nascita percorsi specifici per donne non trasferibili negli centri  dedicati alle donne positive al virus
Ogni Punto Nascita deve predisporre un percorso per la gestione dell’assistenza ostetrica al travaglio/parto dei casi sospetti o accertati, per eventuali situazioni in cui vi sia una controindicazione al trasferimento della donna gravida in centri di riferimento specifici. A proposito delle donne che allattano, sono state adottate particolari misure nei protocolli delle autorità , supportati da esperti in materia, proprio per prevenire o ridurre i casi di depressione legati a questo stato particolare.
Alle stesse sono state date le seguenti informazioni utili per non cadere nell’infodemia :
Virus non presente nel latte materno: nessun motivo per non allattare 
Finora il virus non è stato rilevato nel latte materno, quindi considerate le informazioni scientifiche disponibili al momento e il potenziale protettivo del latte materno, si ritiene che, nel caso in cui la madre stia facendo gli accertamenti diagnostici o sia affetta da Covid-19, se le sue condizioni cliniche lo consentono e lei lo desideri, l’allattamento debba essere avviato e/o mantenuto, direttamente al seno o con latte materno spremuto.
Prima di allattare lavarsi le mani e usare la mascherina
Per ridurre il rischio di trasmissione al bambino/a, si raccomanda l’adozione delle procedure preventive come l’igiene delle mani e l’uso della mascherina durante la poppata, secondo le raccomandazioni del ministero della Salute. Nel caso in cui madre e bambino/a debbano essere temporaneamente separati, (in virtù di una infezione francamente sintomatica e successivo test positivo), si raccomanda di aiutare la madre a mantenere la produzione di latte attraverso la spremitura manuale o meccanica. Anche la spremitura del latte, manuale o meccanica, dovrà essere effettuata seguendo le stesse indicazioni igieniche.
Studi collegati ai problemi di depressione hanno portato alla luce soggetti ancora più fragili che già per natura vanno incontro a depressione in quanto la loro situazione attuale è derivata da eventi andati male o affetti venuti a mancare le cui conseguenze negative hanno comportato un celere stato depressivo.
Il riferimento è a quelle persone ospitate nei centri di accoglienza che in questo periodo di emergenza nazionale stanno fronteggiando enormi difficoltà.
Gli spazi, già limitati in condizioni normali, non bastano per assicurare distanze di sicurezze ed eventuali quarantene e chi si presenta a un dormitorio e ha la tosse non sta a casa, torna in strada, il luogo delle persone senza fissa dimora. (le stime ISTAT parlano di circa 50.000 persone di cui quasi 8.000 solo a Roma anche se dati non ufficiali ne contano solo 20.000 circa intorno alla Stazione Termini).
L’urgenza è stata quella di trovare luoghi separati dai centri di accoglienza, dai dormitori, dalle strutture diurne e dalle mense in cui i senzatetto che presentano sintomi o sono positivi al tampone possano trascorrere la quarantena senza sostare sui marciapiede delle strade.
Le misure varate dal D.P.C.M. dello scorso 8 marzo sono chiare, lapalissiane già dal titolo “Io resto a casa” e impongono una riscoperta del senso di comunità perché mense e dormitori sono luoghi affollati nei quali la distanza minima e le norme igieniche, con tutta la buona volontà di ospiti e operatori, non possono essere rispettate al meglio.

I centri di accoglienza spesso operano all’interno di fitte reti nazionali, specie in casi emergenziali.
I focolai, poi, fanno chiudere tali centri inadeguati.
Già in tempi normali nessuno si avvicinava ai senzatetto, li toccava li abbracciava, tranne gli operatori sociali che ora cercano di riconfigurare gli spazi sia per le mense che per le docce oltre a sanare gli ambienti, nonché a realizzare cartelloni multilingue chiari e ben visibili e ad usare presidi medici consigliati quali gel, mascherine, fazzoletti.
I servizi, comunque, non sono in grado di garantire assistenza agli ospiti positivi al tampone se non interviene la Protezione Civile e il Sindaco a trovare spazi più grandi atti a garantire la quarantena.
Un altro settore che ha immediato bisogno di aiuto è quello riguardante le case di cura e le case di riposo, attualmente assistite da sociosanitari, persone più che umane, meglio definite come gli eroi di questa pandemia.
Lavorano in strutture con sovraccarico di lavoro e spesso sono sottopagate, nonché prive di protezione adeguata.
Ma non sono solo gli anziani le vittime morali di questo periodo contingente, ci sono anche disabili gravi, malati di Alzheimer, altri affetti da patologie rare che venivano già scartati dalla società prima dell’emergenza corona virus e ora vivono una realtà aberrante nella nostra società.
Non assistere anziani o disabili per il solo fatto che lo sono è una discriminazione inammissibile che va contro ogni morale, solo per una visione pragmatica che conduce a una grande disumanizzazione. Molte le questioni dietro il dilemma etico, come ritenere che i giovani diano e gli anziani e i disabili ricevano soltanto. Non è così. Tutti danno e ricevono, ma il contributo degli anziani non è socialmente apprezzato perché non produttivo quanto a funzionalità economica.
Diverse associazioni hanno già lanciato l’allarme, come nel caso di “Alliance Vita”, da decenni punto di riferimento nella difesa proprio delle persone più vulnerabili, in questo periodo di contagio, di confinamento, di mancanza di mezzi materiali e umani e di saturazione dei servizi ospedalieri di rianimazione.
Questo porta, inevitabilmente, a una scelta (è successo in vari stati americani), con protocolli a sfavore degli anziani che, solo per essere in età avanzata, sono esclusi dal ricovero o dall’accesso a terapie intensive in caso di infezione Covid,
In alcuni casi le linee guida stilate dalle autorità sanitarie locali contraddicono il principio stabilito dall’Ufficio Federale Usa per i diritti civili, che chiede agli ospedali di non discriminare i pazienti in base a sesso, etnia o età. La Louisiana, ad esempio, non offre respiratori agli affetti da demenza grave o da Alzheimer avanzato.
Aberrante è poi diramare statistiche entusiastiche sull’età media dei morti da corona virus.
Questo sarebbe un segnale di poca civiltà propria di una società volgarmente giovanilista.
I vecchi sono i nostri padri e nonni che tengono aperte e calde le case anche quando i giovani figli sono lontani, per le strade del mondo a trovare fortuna.
La pandemia, insieme ai morti e ai malati, si porta dietro anche un altro fenomeno estremamente insidioso con cui fare i conti: sono i problemi psicologici provocati dal Covid-19 fra quanti, e sono tanti, sono stati toccati più dolorosamente dalla malattia.

Parliamo di medici e infermieri a contatto continuo con situazioni difficilissime, dei parenti delle persone ricoverate e degli stessi pazienti di coronavirus. Parliamo dei familiari delle vittime, che spesso non hanno neanche potuto dare l’ultimo saluto ai loro cari. In questo modo viene a mancare l’elaborazione fisiologica del lutto, per non parlare dello choc di chi si è visto portare via da casa un congiunto da operatori bardati con maschere e tute per poi sapere della sua morte a distanza di qualche giorno, immagine ricorrente fra i racconti raccolti dagli psicologi.
Per la fase 2 non c’è da farsi troppe illusioni. E’ probabile che, col ritorno alla normalità, aumentino le psicopatologie e i disturbi da stress post traumatico. Un po’ come succede in guerra, con tutte le differenze del caso. E poi, quando l’emergenza cesserà, bisognerà occuparsi anche dei pazienti già in carico ai servizi, dai bambini seguiti dalle neuropsichiatrie agli adulti, fino ai tossicodipendenti e ai dipendenti dal gioco. Tutte persone per cui l’assistenza ordinaria si è dovuta interrompere.
Medici e scienziati si chiedono come sarà la società mondiale dopo il corona virus. Uno studio di ricercatori ha cercato di sintetizzare gli effetti psicologici causati dalla quarantena, ossia dalla restrizione del movimento delle persone potenzialmente esposte a rischio Covid. Tradotto significa non poter frequentare le persone e i luoghi preferiti, separandosi da familiari e amici e perdendo margini di libertà di scelta.

Osservazioni e analisi sulla relazione fra quarantena e benessere mentale e fisico, esistono già, in quanto sono state eseguite altri episodi di epidemie SARS, ebola, febbre equina nel passato.
I sentimenti provati durante l’isolamento sono soprattutto negativi: paura, tristezza, nervosismo e senso di colpa per non parlare di maggiori casi di abuso da alcool e altre forme di dipendenza costrizione a dover restare a casa, isolati a causa del Covid.

Come già detto, la depressione post Coronavirus è uno dei temi che maggiormente sta mettendo in allarme gli psichiatri che prevedono una vera e propria ondata di disturbi del genere, anche quando si comincerà ad allentare la morsa delle prescrizioni da seguire e si cercherà di tornare alla normalità.

A cambiare è proprio l’approccio nei confronti della società.

Il vissuto emotivo, in alcuni casi, si è tradotto, anche a distanza di tempo, in depressione, rabbia, stress, insonnia, umore basso, dolore, confusione e addirittura in tentativi di suicidio.

La cronaca di questo periodo testimonia il caso di un’infermiera della Brianza, risultata positiva al tampone, che si è tolta la vita perché non ha retto al forte stress accumulato al reparto di terapia intensiva dove lavorava, nonché ai sensi di colpa per avere contagiato altre persone. Poi c’è l’angoscia di tipo economico e lavorativo.

Dopo che l’emergenza sarà finita, il rischio è che le persone potrebbero dimenticare la malattia ma diffidare degli altri senza saperne il motivo.

Questo perché le associazioni di pensiero negative creano ricordi più facili rispetto a quelle positive. Senz’altro la quarantena potrebbe stimolare un uso più sofisticato della tecnologia, un rinnovato apprezzamento per la vita all’aria aperta e l’ambiente.

E ancora potrebbe cambiare la percezione del nazionalismo, inteso come gratitudine per il personale socio sanitario che ha lavorato con dedizione per la salute della collettività.

Una delle conseguenze più pesanti della diffusione della pandemia è la crisi sanitaria che sta aggredendo i Sistemi sanitari nazionali di tutto il mondo e richiede, pertanto, agli enti preposti di mettere in atto politiche e strategie di prevenzione.

Gli esercenti di questo servizio, con i loro diversi ruoli e mansioni, dovranno affrontare una situazione non facile perché inciderà non solo sui carichi di lavoro e sulla loro stanchezza fisica, ma soprattutto sulla loro salute psicologica e metterà radici in un futuro disturbo da stress post-traumatico.

Gli operatori socio-sanitari hanno avuto un forte impatto con l’emergenza sanitaria, aggravatasi per la scarsità di risorse umane, luoghi attrezzati al soccorso e presidi che garantissero la sicurezza del personale.

Sono queste circostanze molto critiche che richiedono uno specifico e rapido addestramento nel fare scelte di soccorso dolorose perché indirizzate in primis alle vittime primarie e solo dopo a quelle secondarie.

Alcuni professionisti intervistati hanno dichiarato che sono spesso auto confinati in quanto quotidianamente a contatto con il rischio del contagio e, quindi, sperimentano un isolamento ulteriore non vivendo con le proprie famiglie.

È questo, il terreno su cui cresce il burnout e mette radici il futuro disturbo da stress post-traumatico.

Queste considerazioni a carattere narrativo trovano fondamento nei risultati di uno studio cinese effettuato durante l’epidemia della COVID-19 esplosa a gennaio 2020.
L’indagine ha coinvolto più di mille operatori sanitari che hanno assistito pazienti in reparti COVID-19 e in reparti posti in seconda e terza linea, riportando percentuali importanti di depressione (50%), ansia (circa 45%), insonnia (34%) e distress (circa72%), con particolare severità soprattutto per infermieri, donne e operatori di prima linea.
Circostanze analoghe sono emerse durante l’epidemia della SARS -1del 2003. Gli operatori sanitari temevano particolarmente il contagio e l’infezione della famiglia, degli amici e dei colleghi; avvertivano incertezza e stigmatizzazione; riferivano riluttanza al lavoro o contemplavano le dimissioni; riferivano di sperimentare alti livelli di stress, ansia e depressione.
In conseguenza di questa epidemia è stato osservato anche a distanza di tempo un’aumentata incidenza di disturbi post-traumatici da stress negli operatori più esposti al rischio di contagio .

È quindi legittimo immaginare come il peso della crisi generata da COVID-19 possa avere un impatto negativo anche nel lungo periodo sul benessere psicofisico dei sanitari.

L’Organizzazione mondiale della sanità ha predisposto delle specifiche raccomandazioni, incentrate soprattutto sul fornire indicazioni per un corretto utilizzo delle protezioni, per una sicura gestione clinica dei pazienti e per informare i lavoratori rispetto alla riorganizzazione delle attività ospedaliere.
Queste indicazioni pratiche, comparse anche su riviste scientifiche, sono rivolte alle Aziende sanitarie e ai Dirigenti delle strutture per la gestione dello stress tra gli operatori e sono linee guida e analisi dedicate alla condizione psicologica del personale sanitario durante la pandemia.

Agli organismi e riviste, si affiancano le  molte iniziative a supporto dei sanitari coinvolti in prima linea, attuate dalle Aziende sanitarie, tra cui servizi di supporto psicologico telefonico (o via Skype) o veri e propri ambulatori specialistici di salute mentale dedicati al sostegno dei professionisti sanitari coinvolti nell’emergenza e numeri attivi che in ogni regione sono messi a disposizione dall’Ordine degli psicologi o da Organizzazioni di volontariato.
E’ da considerare che gli addetti alla Sanità sono allo stremo delle forze ma continuano a svolgere il loro lavoro regalando sorrisi e sanando ferite. Fanno squadra, bardati dentro e senza difesa fuori, badando a disinfettare tutto, dalal flebo al bicchiere d’acqua e scrivendo la temperatura sul vetro prima che arrivi al computer.
Oltre alla crisi sanitaria si prospetta una crisi economica. La pandemia da Covid si abbatterà sulle attività commerciali che devono fare i conti con il fatturato zero dei due mesi di serrata totale e con una prospettiva incerta di riapertura nella fase due. Il lockdown prova aziende e artigiani.
Alcuni settori più di altri faranno fatica a ripartire, altri imprenditori potrebbero non avere le risorse idonee per risollevarsi dopo la prolungata inattività e con nuovi costi da sostenere per le misure varate dal governo in tema di sicurezza e contagio.
Si pensa che circa il 40% di gelaterie non riapriranno seguiti dal 30% dal comparto della ristorazione e dell’acconciatura. Allarmante è poi il calo di fatturato per alcuni settori: gli alberghi avranno una diminuzione di circa l’85%, seguiti dall’artigianato artistico, dal trasporto passeggeri su strada e dai parrucchieri e centri estetici. Alcuni di loro hanno deciso di non riaprire per non andare incontro al fallimento.
Il Fondo monetario internazionale indica nell’Italia uno degli anelli più deboli europei, seguita dalla Grecia. Per il nostro Paese si prospetta una crisi finanziaria peggiore della grande depressione 2008-2009.
L’analisi basata, invece, sullo studio delle serie storiche dell’andamento trimestrale del Pil italiano, per un periodo compreso tra il 2000 e il 2019 porta a pensare che sono di intensità maggiore le crisi prodotte da fattori interni o da cause endogene al sistema economico perché intaccano la stessa struttura produttiva proprio perché a medio-lungo termine. Al contrario le crisi dovute a fattori esterni o esogeni (cause epidemiologiche) hanno una durata più breve e una più rapida ripresa proprio perché concentrate nel tempo, con forte aumento della disoccupazione e caduta del Pil nei primi trimestri ma con un recupero più celere rispetto alla I fase

Per ora sono solo ipotesi che il futuro declamerà in modo positivo o negativo.
Ma se è il tempo di stare fermi nel mondo è anche il tempo dove la nostra vulnerabilità è stata smascherata e l’ambiguità della globalizzazione ci ha fatto scoprire il nuovo coronavirus quando si era già infiltrato come nemico invisibile. Di certo possiamo dire che questa pandemia ha messo in crisi tre miti della società progressista di oggi:

  1. Potenza invincibile della tecnica e della scienza che non ci ha salvaguardato;
  2. Incrollabilità del sapere tecnico-scientifico messo alla prova;
  3. L’idea diffusa dell’Ego che basta a se stesso (il corona virus ci ha dimostrato il contrario).
    Questo Covid 19 ha mandato tutti in quarantena ma ha aperto i cuori, le comunicazioni digitali trasformando l’emergenza in manifestazioni sincere di affetto. Paradossalmente anche la chiusura delle chiese ha portato a un desiderio verso l’Eucarestia a dispetto delle teorie sulla secolarizzazione del mondo. Per i credenti in Cristo l’uomo non potrà mai vivere senza l’amore di Dio che ci rende una sola famiglia, aventi diritto a un’equa condivisione dei beni della terra.
    Secondo” la teoria del conforto religioso” in ogni disastro naturale del passato è stata forte la ricerca della Fede, quale aiuto alla propria vita. Avvenne in alcuni paesi americani, dopo la caduta delle Torri gemelle l’11 settembre 2001, a Christhurch in Nuova Zelanda nel 2011, a seguito di eventi sismici, oggi la ripropone la vicenda drammatica del Coronavirus.
    Voler estromettere Dio dalla sfera pubblica non rende la società migliore ma ne mette in evidenza gli aspetti deleteri che si manifestano nelle lotte e guerre fratricide, gli uni contro gli altri.

I vincitori della Sezione poesia del Clepsamia 2020

Dopo la proclamazione dei vincitori della sezione Articolo/Saggio breve e della sezione Narrativa completiamo oggi la proclamazione dei vincitori del Premio Letterario Clepsamia 2020 con la sezione Poesia. Fra le più di trecentocinquanta liriche giunte in redazione sono state scelte cento finalisti. Fra questi gli undici premiati sono:

1° premioPubblicazione interamente gratuita di un libro fino a 96 paginepubblicazione della poesia vincitrice sul blog del sito della VJ Edizioni e sulla pagina Facebook a:

E una luce piove di Claudia Ruscitti

2° premioPubblicazione interamente gratuita di un libro fino a 80 pagine; pubblicazione della poesia sul blog del sito della VJ Edizioni e sulla pagina Facebook a:

Anacronistico febbraio di Tina Wiquel

3° premioPubblicazione interamente gratuita di un libro fino a 64 pagine pubblicazione della poesia sul blog del sito della VJ Edizioni e sulla pagina Facebook a:

Mario di Erminio Giavini

4° premiopubblicazione della poesia sul blog del sito della VJ Edizioni e sulla pagina Facebook a:

Una madre di Emanuele Liaci

5° premiopubblicazione della poesia sul blog del sito della VJ Edizioni e sulla pagina Facebook a:

Ritrovarsi è segnale che accorcia l’incompiuto di Sergio D’Angelo

Menzione speciale della giuria a (in ordine alfabetico degli autori):

  • L’amore di Beatrice Biondo
  • Fugacità di Danilo Di Prinzio
  • ‘a paura di Noemi Neiviller
  • Prego piano di Flavio Provini
  • Depressione di Luca Venturi

“NATI NEL 2000” – PREMIO RISERVATO AI GIOVANI SCRITTORI a:

La Canzone di Rinaldo di Biagio Riolo

I vincitori saranno contattati via email per concordare la realizzazione del premio.

A tutti i partecipanti rinnoviamo il nostro ringraziamento per aver partecipato e aver contribuito a portare cultura. Ricordiamo che l’antologia “I racconti del Clepsamia 2020” sarà pubblicata e spedita, a chi ne ha fatto richiesta, entro la fine di ottobre 2020.

PREMIO LETTERARIO CLEPSAMIA 2020: I VINCITORI DELLA SEZIONE narrativa

Dopo la proclamazione dei vincitori della sezione Articolo/Saggio breve proseguiamo oggi con i vincitori della sezione Narrativa. Sui quasi duecento racconti giunti in redazione sono stati scelti sessanta finalisti. Fra questi i sedici premiati sono:

1° premioPubblicazione interamente gratuita di un libro fino a 200 paginepubblicazione del racconto vincitore sul blog del sito della VJ Edizioni e sulla pagina Facebook a:

L’incanto di Emilia Testa

2° premioPubblicazione interamente gratuita di un libro fino a 164 paginepubblicazione del racconto sul blog del sito della VJ Edizioni e sulla pagina Facebook a:

Giancarlo (Edoardo) di Vincenza Precone

3° premioPubblicazione interamente gratuita di un libro fino a 128 pagine pubblicazione del racconto sul blog del sito della VJ Edizioni e sulla pagina Facebook a:

Espiazione di Manuela Zucchi

4° premiopubblicazione del racconto sul blog del sito della VJ Edizioni e sulla pagina Facebook a:

Un nome per sopravvivere di Maria Letizia Pecoraro

5° premiopubblicazione del racconto sul blog del sito della VJ Edizioni e sulla pagina Facebook a:

Soldato Franz di Marina Ciancetta

Menzione speciale della giuria a (in ordine alfabetico degli autori):

  • La prima luna di Mauro Bortoli
  • La ladra di Emanuela Frassinetti
  • La forza del gruppo nuovo di Giancarlo Guani
  • Il sapore dell’acqua di Giovanni Maggio
  • Il Talismano di Annamaria Marconicchio
  • Il coraggio di rischiare di Francesco Mazzucco
  • Pozzanghere di Nives Previtali
  • La resa della gentilezza di Claudia Simonelli
  • Garibaldi di Sara Spataro
  • L’amore di mente e di cuore di Cristiano Venturelli

“NATI NEL 2000” – PREMIO RISERVATO AI GIOVANI SCRITTORI a:

Per un pezzo di cielo di Gaia Rottigni

I vincitori saranno contattati via email per concordare la realizzazione del premio.

A tutti i partecipanti rinnoviamo il nostro ringraziamento per aver partecipato e aver contribuito a portare cultura. Ricordiamo che l’antologia “I racconti del Clepsamia 2020” sarà pubblicata e spedita, a chi ne ha fatto richiesta, entro la fine di ottobre 2020.

Premio letterario clepsamia 2020: I vincitori della sezione articolo /saggio BREVE

Finalmente ci siamo! Da oggi saranno resi noti i vincitori delle tre sezioni della seconda edizione del Premio Letterario Clepsamia 2020. Incominciamo con la sezione Articolo/Saggio breve sul tema: La depressione al tempo del Covid-19.

1° premioPubblicazione interamente gratuita di un libro fino a 128 paginepubblicazione del saggio/articolo vincitore sul blog del sito della Vj Edizioni e sulla pagina Facebook a:

Preme Pericolosa Pandemia di Rita Nello Marchetti

2° premioPubblicazione interamente gratuita di un libro fino a 96 paginepubblicazione del saggio/articolo sul blog del sito della Vj Edizioni e sulla pagina Facebook a:

Il mondo è Mers di Simona Bassi

3° premioPubblicazione interamente gratuita di un libro fino a 80 pagine pubblicazione del saggio/articolo sul blog del sito della Vj Edizioni e sulla pagina Facebook a:

La pandemia. Ricostruire una “migliore normalità” di Alessandra Longhitano

4° premiopubblicazione del saggio/articolo e intervista sul blog del sito della Vj Edizioni e sulla pagina Facebook a:

La ‘Sindrome della Capanna’ nel post lockdown di Federico Marchi

5° premiopubblicazione del saggio/articolo e intervista sul blog del sito della Vj Edizioni e sulla pagina Facebook a:

Depressione COVID 19 di Vincenza Simonetti

Menzione speciale della giuria a:

La vita,l’amore,le persone al tempo del Coronavirus di Anna Caiati

“NATI NEL 2000” – PREMIO RISERVATO AI GIOVANI SCRITTORI a:

La depressione ai tempi del Covid-19 di Rosy Cristiano

I vincitori saranno contattati via email per concordare la realizzazione del premio.

A tutti i partecipanti rinnoviamo il nostro ringraziamento per aver partecipato e aver contribuito a portare cultura. Ricordiamo che l’antologia che conterrà questi e gli altri saggi finalisti selezionati sarà l’Antologia Speciale dedicata alla pandemia da COVID19. Sarà pubblicata e spedita a chi ne ha fatto richiesta entro la fine di ottobre 2020.

VERSO LA PROCLAMAZIONE DEI VINCITORI DEL CLEPSAMIA 2020

La Giuria del Premio Letterario Clepsamia 2020 sta svolgendo un assiduo lavoro per riuscire a comunicare i risultati del concorso in anticipo rispetto alla data massima prevista del 9 settembre. Riteniamo che la data probabile sia a partire da lunedì 31 Agosto.

Ci sono anche delle novità riguardo ai premi: oltre ai primi cinque classificati di ogni sezione (Narrativa, Poesia, Saggistica) è stato deciso di istituire un Premio Speciale denominato “NATI NEL 2000” per premiare (uno per ogni sezione) i giovani talenti – sono stati tanti – che hanno partecipato al concorso e che sono nati dal 01/01/2000 in avanti. Riteniamo che sia assolutamente importante incoraggiare e valorizzare quei giovani che si avvicinano alla scrittura.

Inoltre per ogni sezione saranno attribuite delle “Menzioni speciali” a racconti, poesie e saggi che pur non arrivando nelle prime cinque posizioni sono risultati meritevoli per tema trattato, stile o struttura lessicale.

I primi tre classificati in ogni sezione vinceranno una pubblicazione secondo quanto previsto dal bando CLICCARE QUI per leggerlo); il quarto e quinto classificato, nonché gli autori delle opere premiate con le Menzioni speciali della Giuria avranno la priorità per eventuali pubblicazioni di opere che volessero proporre alla nostra attenzione. Ugualmente per i tre giovani che si aggiudicheranno il Premio Speciale “NATI NEL 2000”.

Infine per quanto riguarda le Antologie ricordiamo, a chi volesse acquistarne delle copie, che la data ultima per usufruire degli sconti previsti è il 31 Agosto 2020. Per l’acquisto consultare il seguente link:

ACQUISTO COPIE DELLE ANTOLOGIE

Ringraziando ancora una volta tutti i partecipanti e tutti i simpatizzanti vi diamo appuntamento ai prossimi aggiornamenti.

Acquisto copie delle antologie

Per acquistare le copie delle antologie CON PAYPAL/CARTA DI CREDITO/DEBITO seguire le istruzioni qui riportate. Compilare il modulo che trovate in calce ed effettuare il pagamento corrispondente.

Il prezzo è uguale per tutte e quattro le antologie (I racconti del Clepsamia 2020; Antologia poetica del Clepsamia 2020; Antologia dei saggi; Antologia della Pandemia), indipendentemente da quale si compri. Per cui se un autore decide, per esempio, di acquistare due copie di una antologia e una copia di un’altra pagherà sempre 24 euro (tre antologie totali). Parimenti per una copia di due antologie diverse dovrà versare 20 euro, e così via. La spedizione raccomandata importa una spesa supplementare di 4 euro.

  • Acquisto 1 copia: 12 euro; CLICCARE QUI spedizione ordinaria;
    • Acquisto 1 copia: 16 euro CLICCARE QUI spedizione raccomandata
  • Acquisto 2 copie: 20 euro; CLICCARE QUI spedizione ordinaria
    • Acquisto 2 copie: 24 euro CLICCARE QUI spedizione raccomandata
  • Acquisto 3 copie: 24 euro; CLICCARE QUI spedizione ordinaria
    • Acquisto 3 copie: 28 euro CLICCARE QUI spedizione raccomandata
  • Acquisto 4 copie: 30 euro; CLICCARE QUI spedizione ordinaria
    • Acquisto 4 copie: 34 euro CLICCARE QUI spedizione raccomandata
  • Acquisto 5 copie: 35 euro; CLICCARE QUI spedizione ordinaria

In alternativa è possibile pagare con bonifico alle seguenti coordinate: IBAN IT71I0760111700000043841626 intestato a Ferrario Edoardo Pietro Eugenio. Nel caso di pagamento con bonifico è necessario inviare una mail con l’indirizzo di spedizione e la copia del bonifico.

I finalisti della Sezione Poesia

Dopo un lungo – e prolungato – confronto la giuria ha deciso di scegliere fra le oltre 350 poesie giunte in redazione le 100 finaliste. Queste ultime saranno oggetto di nuova valutazione ed entro il 9 settembre saranno proclamati i vincitori.

Ecco i finalisti (in rigoroso ordine alfabetico dei cognomi degli autori/autrici):

NOMECOGNOMETITOLO OPERA
MaurizioAlbaranoVoci di un dio minore
Elena DenisaAlexandruLuci rosse
AngelaArbiaLe vecchie mamme
MarcoAstegianoLa nonna e il pianto delle stelle
AnnamariaBalossiniIl tempo di un viaggio
Giuseppa Letizia MariaBertinoUna sola parola
VanessaBilancettiMancarsi
BeatriceBiondoL’amore
Pablo GiovanniBonsignoriLuis Sepulveda
PaoloCannizzaroRuderi
AgataCasamassaGrido d’amore
RitaCassaniMediterraneo
Maria AntoniettaCassaroConfini
AttilioCastanoColorata farfalla
SalvatoreCasuccioPoeti
CarmenCausiStoria antica
ChiaraCinquepalmiLadra di mare
MicheleClementeDell’ordine o della sorte puttana
SalvatoreCoffaMamma, ciatu miu!
AnnaCottiniAl di là del muro
RosyCristianoL’illusione di un ricordo
ValeriaD’AmicoAvremo
SergioD’AngeloRitrovarsi è segnale che accorcia l’incompiuto
MarioDaineseVoglia di vita
Marcellode Martino RosarollLuci ed ombre nella mia città
LorellaDel GessoLa notte
LucianoDella VecchiaPotenti
MariellaDi CioccioFiori rosa, fiori di pesco
Maria AuroraDi MaggioHo bisogno di perdermi.
DaniloDi PrinzioFugacità
AlbertoDiamantiIl treno della vita con mio figlio
FrancaDonàMi basta ancora il cielo
LauraDonatoPasserà
GiuliaFelicioniZolle
OsvaldoFilippiLe colpe di un padre
CristianaFilipponiBriciole di pane
Caterina SilviaFioreMetafisica di un amore
FrancoFratantonioFragile
LorettaFuscoInsieme
MariannaGaglianoEmozione
BarbaraGaiardoniRosa
CesareGarutiBambin di Praga
ErminioGiaviniMario
RosannaGiovinazzoQuando piange una donna
GiuliaGorellaGiorni spezzati
MartinaGuglielmoResti
FrancaIannacconeStrappi
Maria LetiziaLapisLu Geniu innammuratu – Il genio innamorato
EmanueleLiaciUna madre
AnnaLiguoriDalla mattina alla sera
MassimilianoLippiMalinconie
AlessiaLombardiMetamorfosi
PasqualeLonghiI limiti dell’infinito
LucianoLupolettiNido
MariaLupoliRicordi
Marco Giovanni MarioMaggiLégami!
ElisabettaMaioNotte
ElisabettaMarinelloDepressione
FabioMascaroBuongiorno bosco
ElisaMazziniContessa
TanjaMilloneL’amore
MauroMonteboviDaje che Je la famo
AntonioNahiTemporale dietro il monte
NoemiNeiviller‘a paura
ClaudioOngaratoLo attraverseremo
SaraPalladiniRinascere stella
LauraPalumboMottainai
GianlucaPantaleoEssere cari
IulianaPascaSola
NaomiPerolaUn vecchio saggio
EttorePezzettiIl cappotto
AntonellaPintoPrimavera
SantinaPitroneIl primo sguardo
FlavioProviniPrego piano
EmanuelaRestucciaMessere lo Stromboli
AntonellaRiccardiEra la quercia grande
BiagioRioloLa Canzone di Rinaldo
LorenzaRobinoFine di un amore
OrianaRodellaGiugno (noccioli di ciliegio)
AlessioRomaniniFinestra
SalvatoreRomanoMormorio umettato
ClaudiaRuscittiE una luce piove
MarziaSaminiL’apparenza
CarloSantagostinoLa quercia
PieroSardo ViscugliaLa mia anima invincibile
AngelaSerrainoMascherina nuda
GiovannaSgherzaMinuzzoli di pane
FernandoSparnacciAscolta, contemporaneità
TeresaStringaEffetti indesiderati 2020
GraziaTasiniVita spezzata
EmiliaTestaFermo immagine
AnnaleaVallesiMedea
AnnaVarelloTra la camelia e il salice
TeresaVarioMani grandi
LucaVenturiDepressione
GloriaVenturiniNuvole e parole
VeruskaVertuaniGli angeli visibili
GiuseppeVivonaE’ morto un sogno
ConcettaWiquelAnacronistico febbraio
PaoloZanelliVorrei addentrarmi nel buio dei tuoi silenzi

A tutti i prescelti i nostri complimenti, a tutti gli altri il nostro ringraziamento più sentito per aver partecipato ed arricchito di cultura, con le loro opere, il nostro concorso.

Grazie e a presto con la proclamazione dei finalisti della sezione Narrativa.

PREMIO LETTERARIO CLEPSAMIA 2020


La casa editrice Vj Edizioni Milano indice il PREMIO LETTERARIO CLEPSAMIA 2020
.

Alcune novità rispetto all’Edizione del 2019 che ha visto 320 partecipanti, con ottima qualità degli elaborati. Sono state realizzate due antologie (una per la Sezione Poesia e una per la Sezione Narrativa).

  1. Anticipo delle date. L’edizione 2020 del Premio Letterario Clepsamia avrà le seguenti date: 9 Giugno come termine ultimo per partecipare; 9 Settembre come termine ultimo per la proclamazione dei vincitori (preceduta dalla proclamazione dei finalisti); Premiazione entro la fine dell’anno (Decreti per il contenimento da Covid-19 permettendo).
  2. Aumento dei premi: sono previste tre pubblicazioni per i vincitori delle tre sezioni con realizzazioni di libri più voluminosi rispetto allo scorso anno.

BANDO DI CONCORSO

Art. 1 SEZIONI DEL PREMIO

Il Premio si articola in tre sezioni:

Narrativa a tema libero – Racconto di massimo 30.000 battute.

Poesia a tema libero – Componimento poetico libero per tema, metro e lunghezza in lingua o vernacolo (in questo caso con traduzione a fronte).

– Saggio o articolo sul tema. La depressione al tempo del Covid-19 Breve saggio o articolo della lunghezza massima di 30 cartelle (50.000 battute). La depressione (malattia sempre più in diffusione che secondo l’OMS sarà la prima al mondo nel 2030) alla prova del coronavirus e del lockdown.

Art. 2 PARTECIPAZIONE – La partecipazione al concorso è aperta a tutti, senza limitazioni di età o cittadinanza.

Art. 3 ISCRIZIONE – Per partecipare bisogna compilare il modulo in calce in tutte le sue parti. Le opere devono essere successivamente spedite solo ed esclusivamente in allegato all’indirizzo mail clepsamia2020@hotmail.com entro la mezzanotte del 9 Giugno 2020, citando nell’oggetto la sezione di partecipazione. Non verranno accettate opere inviate sotto altra forma. La Giuria esaminerà gli elaborati in forma anonima. Si può partecipare a una o più sezioni, ma con un solo elaborato per sezione.

Art. 4 QUOTA DI PARTECIPAZIONE – La partecipazione al concorso è GRATUITA.

Art. 5 PREMI – I premi previsti sono i seguenti:

Sezione narrativa a tema libero

1° premio: Pubblicazione interamente gratuita di un libro fino a 200 pagine; pubblicazione del racconto vincitore sul blog del sito della Vj Edizioni e sulla pagina Facebook;

2° premio: Pubblicazione interamente gratuita di un libro di fino a 164 pagine ; pubblicazione del racconto sul blog del sito della Vj Edizioni e sulla pagina Facebook;

3° premio: Pubblicazione interamente gratuita di un libro di fino a 128 pagine ; pubblicazione del racconto sul blog del sito della Vj Edizioni e sulla pagina Facebook;

4° e 5° premio: pubblicazione del racconto sul blog del sito della Vj Edizioni e sulla pagina Facebook.

Sezione poesia

1° premio: Pubblicazione interamente gratuita di un libro fino a 96 pagine; pubblicazione della poesia vincitrice sul blog del sito della Vj Edizioni e sulla pagina Facebook;

2° premio: Pubblicazione interamente gratuita di un libro fino a 80 pagine ; pubblicazione della poesia vincitrice sul blog del sito della Vj Edizioni e sulla pagina Facebook;

3° premio: Pubblicazione interamente gratuita di un libro fino a 64 pagine ; pubblicazione della poesia vincitrice sul blog del sito della Vj Edizioni e sulla pagina Facebook;

4° e 5° premio: pubblicazione della poesia vincitrice sul blog del sito della Vj Edizioni e sulla pagina Facebook.

Sezione saggio/articolo

1° premio: Pubblicazione interamente gratuita di un libro fino a 128 pagine; pubblicazione del saggio/articolo vincitore sul blog del sito della Vj Edizioni e sulla pagina Facebook;

2° premio: Pubblicazione interamente gratuita di un libro fino a 96 pagine ; pubblicazione del saggio/articolo sul blog del sito della Vj Edizioni e sulla pagina Facebook;

3° premio: Pubblicazione interamente gratuita di un libro fino a 80 pagine ; pubblicazione del saggio/articolo sul blog del sito della Vj Edizioni e sulla pagina Facebook;

4° e 5° premio: pubblicazione del saggio/articolo e intervista sul blog del sito della Vj Edizioni e sulla pagina Facebook.

Art. 6 SVOLGIMENTO E PREMIAZIONE

La giuria esaminerà le opere entro il 9 Settembre 2020. Saranno dapprima proclamati i finalisti per ciascuna sezione. l premiati verranno contattati tramite mail. Il verbale sarà pubblicato sul sito della Vj Edizioni https://vjedizioni.wordpress.com

Diritti d’autore: l’organizzazione del premio è espressamente autorizzata dai partecipanti ad utilizzare tutto il materiale pervenuto senza che gli autori ne possano pretendere la restituzione, e senza nulla a pretendere come diritto d’autore relativamente alle finalità del concorso.

Giuria: le composizioni saranno giudicate da una commissione composta da personalità qualificate del mondo culturale.

Premiazione: La data precisa (Novembre/Dicembre 2020) ed il luogo della premiazione esatto (Milano città) saranno comunicati non appena le norme restrittive vigenti saranno decadute.

Breve storia delle pandemie a Milano

La Vj Edizioni è lieta di annunciare la prossima pubblicazione dell’ultimo libro di Edoardo Ferrario, un saggio storico breve dal titolo:

Breve storia delle pandemie a Milano: dalla Peste Nera al Coronavirus SARS-CoV-2.

Si tratta di un veloce excursus attraverso quasi sette secoli di storia che hanno visto l’Europa, l’Italia e Milano sconvolte da varie epidemie: dalla Peste nera del 1347 al coronavirus odierno. Attraverso fonti storiche basilari, immagini e fotografie viene analizzato il modo di fronteggiare le pandemie (compatibilmente con le conoscenze scientifiche, le condizioni sociali ed igieniche dei vari tempi), le reazioni di popolo e governanti e i risultati, talvolta davvero sorprendenti e con analogie insospettabili con ciò che stiamo vivendo tutti in queste settimane.

Un libro veloce da leggere e da consultare che parte dagli articoli recentemente pubblicati sul blog dell’autore, rivisti, ampliati e corredati di nuove immagini e documenti per giungere ad un unicum di sicuro effetto, sobrio, ma intenso.

La VJ Edizioni ha deciso di promuovere questo libello ad un prezzo eccezionale: solo 6 euro per chi prenota qui entro il 1° maggio 2020, come da tradizione senza spese di spedizione.

Per acquistare con carta di credito CLICCARE QUI.

Per acquistare l’ebook a soli 4 euro CLICCARE QUI.

Il punto della situazione

Ormai da cinque settimane ci troviamo nelle ristrettezze dovute all’emergenza della pandemia da Covid-19. La VJ Edizioni, pur dovendo rinunciare a molti dei propri programmi, non ha smesso di lavorare. Ci siamo organizzati con il telelavoro, per fortuna i nostri collaboratori, come le stamperie, continuano a loro volta a lavorare; le poste ed i corrieri, anche se più lentamente, ci supportano. Così siamo riusciti e riusciamo, a pubblicare nuovi libri ed a soddisfare le richieste di ordini ed acquisti.

Per cui vogliamo rassicurare tutti sul fatto che non solo la VJ Edizioni non molla, ma sta pensando a nuove iniziative non appena avremo definitivamente vinto questa guerra.

Nel mese di Aprile usciranno quattro nuovi titoli, stiamo valutando nuovi manoscritti per le uscite di Maggio e Giugno. Ma stiamo anche già pensando alla seconda edizione del Premio Letterario Clepsamia. Certo, non abbiamo potuto ancora fare la premiazione della prima edizione, contiamo di organizzarla non appena sarà possibile. Se non fosse possibile farla prima dell’estate la faremo insieme alla premiazione della seconda. Vi possiamo anticipare che la scadenza del Clepsamia 2020 sarà in giugno, massimo luglio, in modo da poter fare votazioni e premiazioni entro l’autunno, magari in dicembre.

Per quanto riguarda i diplomi relativi alla prima edizione abbiamo deciso di mandarli via email, in modo che si possano stampare. Alla premiazione forniremo anche del cartaceo.

Un’altra manifestazione a cui la VJ Edizioni doveva partecipare, già il 7 e 8 marzo – poi spostata al 9 e 10 maggio – il BUK Festival della piccola e media editoria di Modena, è stata ulteriormente rinviata, a data da destinarsi, probabilmente durante l’estate. Noi saremo sicuramente presenti, con tutti i libri già pubblicati e quelli che editeremo nei prossimi mesi.

Stiamo valutando la partecipazione ad altre manifestazioni, perché è sempre più nelle nostre intenzioni diventare il punto di riferimento per gli scrittori esordienti o poco conosciuti. Ma di valore.

Un grazie quindi a tutti gli autori che già hanno pubblicato con noi e a quelli che lo faranno. Grazie per tutto l’apporto che date alla cultura. Un grazie speciale anche a tutti coloro che ci seguono, come lettori ed appassionati di poesia, narrativa, saggistica e teatro. Continuate così, comprate i libri, diffondete la cultura.

Noi continuiamo, nonostante le difficoltà: quelle contingenti legate al coronavirus e quelle endemiche nel panorama editoriale nazionale, ormai al 70% in mano ad una persona.

Grazie, voi ci siete, noi ci siamo.

Un libro contro il COVID-19

SCATTA LA FASE 2

Ora che il lockdown si è attenuato (sperando che tutto vada per il meglio e non si debba tornare a stare chiusi in casa) la VJ Edizioni continua ad offrire i propri libri ad un prezzo speciale.

La VJ Edizioni vuole continuare a favorire la riscoperta del libro in questo tempo così anomalo. Fino al 30 Giugno 2020 sarà possibile acquistare tutti i libri in catalogo della VJ Edizioni ad un prezzo speciale, circa il 25% in meno del prezzo di copertina.

Qui di seguito i libri disponibili in promozione. Basta cliccare sul prezzo scontato per acquistarli. Inoltre è cumulabile un’altra promozione: acquista 3 libri VJ Edizioni e ne potrai scegliere un quarto che ti sarà omaggiato.

TUTTO SENZA SPESE DI SPEDIZIONE.

Poesia:

La seconda madre di Davide Morieri (12 euro) solo 9 euro

e non dimenticare di sorridere di Vito Maurantonio (12 euro) solo 9 euro

Incomunicabilità di Anna Maria Fabbroni (10 euro) solo 7 euro

Romanzi:

In bianco e nero di Sergio Sinesi (15 euro) solo 11 euro

Tutte le sfumature del mondo di Gianluca Pietrosanti (16 euro) solo 12 euro

Lamat – Il suono delle stelle di Francesco D. Bianco (18 euro) solo 14 euro

Le Nuvole in Testa di Lorenzo De Giusti (18 euro) solo 14 euro

Vi parlo di acrobati… di Walter Mandaliti (15 euro) solo 11 euro

Synaptoma di Alessandro Grignaffini (18 euro) solo 14 euro

Anitya di Giuseppe Mazzotta (14 euro) solo 10 euro

L’urlo della farfalla di Francesco Staglianò (14 euro) solo 10 euro

BeatriX di Cristiano Venturelli (14 euro) solo 10 euro

Romanzi storici:

I custodi del vulcano di Isabella Negretto (14 euro) solo 10 euro

Con il senno di poi di Ignazio Freschi (15 euro) solo 11 euro

La città promessa di Edoardo Ferrario (18 euro) solo 14 euro

Una rosa per Tutankhamon di Giuseppe Carfagno (14 euro) solo 10 euro

Raccolte di racconti:

Demoni di polistirolo di Federica Cunego (14 euro) solo 10 euro

Malurmia di Luigina Parisi (12 euro) solo 9 euro

Come passa il tempo di Edoardo Ferrario (14 euro) solo 10 euro

Saggi, biografici, teatro:

La Coscienza dell’Eterno Ritorno di Piero Donato (10 euro) solo 7 euro

Un alpino di Edoardo Ferrario (14 euro) solo 10 euro

Un inverno nevoso di Tiziano Furlan (21 euro) solo 16 euro

Autofiction di Mariangela Imbrenda (10 euro) solo 7 euro

Lo strappo di Edoardo Ferrario (8 euro) solo 6 euro

Le poesie del Clepsamia 2019 – raccolta antologica (15 euro) solo 12 euro

I racconti del Clepsamia 2019 – raccolta antologica (15 euro) solo 12 euro

Se hai acquistato tre o più libri compila il form e indica qui di seguito il libro che vuoi ricevere in OMAGGIO.

Proclamazione finalisti ed Antologie

La grandissima partecipazione sta creando (piacevoli) problemi ai giurati. Il volume degli elaborati da leggere e valutare è enorme. A causa del fatto che si vuole dare la massima attenzione a tutti gli scritti la VJEdizioni comunica che la lista dei finalisti sarà comunicata entro giovedì 12 dicembre. Entro la stessa data i prescelti per essere inseriti nelle Antologie riceveranno una comunicazione via email.

Ringraziando ancora tutti i poeti e gli scrittori che hanno partecipato al concorso la VJEdizioni vi dà appuntamento al prossimo aggiornamento.

Antologie del Premio Letterario Clepsamia

Come già preannunciato, la VJ Edizioni ha deciso di ringraziare tutti gli scrittori ed i poeti che ci hanno gratificato inviando le loro opere realizzando, a ricordo e diffusione dell’evento, due antologie del concorso.

Continua a leggere

Grande successo!

Alla sua prima edizione il Premio Letterario Clepsamia ha ottenuto un grande riscontro: più di 300 gli elaborati pervenuti in redazione. La giuria è già all’opera per valutare i racconti, le poesie ed i saggi da voi inviati.

Il livello appare molto buono e VJ Edizioni vuole ringraziare tutti gli autori, giovani e meno giovani, che hanno dato fiducia alla nostra iniziativa culturale.

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PREMIO LETTERARIO CLEPSAMIA 2019

La casa editrice Vj Edizioni Milano indice il PREMIO LETTERARIO CLEPSAMIA 2019

BANDO DI CONCORSO

Art. 1 SEZIONI DEL PREMIO

Il Premio si articola in tre sezioni:

Narrativa a tema libero – Racconto di massimo 30.000 battute.

Poesia a tema libero – Componimento poetico libero per tema, metro e lunghezza.

– Saggio o articolo su temi di spiritualità e misticismo – Breve saggio o articolo della lunghezza massima di 30 cartelle (50.000 battute).

Art. 2 PARTECIPAZIONE – La partecipazione al concorso è aperta a tutti, senza limitazioni di età o cittadinanza.

Art. 3 ISCRIZIONE – Per partecipare bisogna compilare il modulo in calce in tutte le sue parti. Le opere devono essere successivamente spedite solo ed esclusivamente in allegato all’indirizzo mail vjedizioni@outlook.com entro la mezzanotte del 19 novembre 2019, citando nell’oggetto il nome del concorso e la sezione di partecipazione. Non verranno accettate opere inviate sotto altra forma. La Giuria esaminerà gli elaborati in forma anonima. Si può partecipare con un solo elaborato per sezione.

Art. 4 QUOTA DI PARTECIPAZIONE – La partecipazione al concorso è gratuita.

Art. 5 PREMI – I premi previsti sono i seguenti:

Sezione narrativa a tema libero

1° premio: Pubblicazione interamente gratuita di un libro di 128 pagine; pubblicazione del racconto vincitore e intervista sul blog del sito della Vj Edizioni e sulla pagina Facebook;

2° premio: Pubblicazione interamente gratuita di un libro di 96 pagine ; pubblicazione del racconto e intervista sul blog del sito della Vj Edizioni e sulla pagina Facebook;

3°, 4° e 5° premio: pubblicazione del racconto e intervista sul blog del sito della Vj Edizioni e sulla pagina Facebook.

Sezione poesia

1° premio: Pubblicazione interamente gratuita di un libro di 96 pagine; pubblicazione della poesia vincitrice e intervista sul blog del sito della Vj Edizioni e sulla pagina Facebook;

2° premio: Pubblicazione interamente gratuita di un libro di 64 pagine ; pubblicazione della poesia vincitrice e intervista sul blog del sito della Vj Edizioni e sulla pagina Facebook;

3°, 4° e 5° premio: pubblicazione della poesia vincitrice e intervista sul blog del sito della Vj Edizioni e sulla pagina Facebook.

Sezione saggio/articolo

1° premio: Pubblicazione interamente gratuita di un libro di 96 pagine; pubblicazione del saggio/articolo vincitore e intervista sul blog del sito della Vj Edizioni e sulla pagina Facebook;

2° premio: Pubblicazione interamente gratuita di un libro di 64 pagine ; pubblicazione del saggio/articolo e intervista sul blog del sito della Vj Edizioni e sulla pagina Facebook;

3°, 4° e 5° premio: pubblicazione del saggio/articolo e intervista sul blog del sito della Vj Edizioni e sulla pagina Facebook.

Art. 6 SVOLGIMENTO E PREMIAZIONE

La giuria esaminerà le opere entro il 19 dicembre 2019. I premiati verranno contattati tramite mail. Il verbale sarà pubblicato su il sito della Vj Edizioni https://vjedizioni.wordpress.com

Diritti d’autore: l’organizzazione del premio è espressamente autorizzata dai partecipanti ad utilizzare tutto il materiale pervenuto senza che gli autori ne possano pretendere la restituzione, e senza nulla a pretendere come diritto d’autore.

Giuria: le composizioni saranno giudicate da una commissione composta da personalità qualificate del mondo culturale.

Premiazione: la data precisa (Febbraio/Marzo 2020) e il luogo della premiazione esatto (Milano città) saranno comunicati contestualmente al verbale di premiazione a tutti i partecipanti.

MODULO DI ISCRIZIONE

IL TUO LIBRO, LA TUA CULTURA

HAI SCRITTO UN ROMANZO, UNA RACCOLTA DI RACCONTI, UN SAGGIO?

SEI UN POETA E VUOI VEDERE REALIZZATA LA TUA SILLOGE?

INVIA IL TUO MANOSCRITTO A VJ EDIZIONI MILANO

ALL’INDIRIZZO

vjedizioni@outlook.com

Sono richiesti:

–  Brevi note biografiche dell’autore ed eventuali pubblicazioni. No curriculum;

–  Breve sinossi;

–  File in formato word, pdf, txt, con l’intero testo, o almeno un capitolo.

Come deve essere la sinossi: la sinossi deve essere brevissima, sintetica, chiara. Non deve superare le 2000 battute. Dite semplicemente di cosa parla la vostra storia attenendovi esclusivamente ai fatti della trama, o date una breve descrizione della vostra poetica.

Qualsiasi sinossi che non rispetti queste condizioni pregiudicherà la valutazione dell’opera.

Tempi di risposta: Sarà data una risposta motivata a tutti. Ogni giorno però, giungono in redazione molte proposte editoriali.

Indicativamente una risposta sarà data nell’arco di 2 – 4 settimane.

VJ EDIZIONI si avvale di un qualificato comitato di lettura che deciderà se fare una proposta editoriale per inserire la vostra opera nella varie Collane Vj Edizioni:

Collana Parole Nuove per la narrativa;

Collana Poiesis per la poesia;

Collana Assi del Palco per il teatro;

Collana Clepsamia per la saggistica;

Collana Fiori di Magnolia per bambini e ragazzi.

VJ EDIZIONI TI OFFRE L’OPPORTUNITÀ DI FARTI CONOSCERE!

Un inverno nevoso

La Vj Edizioni è lieta di annunciare la pubblicazione di Un inverno nevoso, saggio a cura di Tiziano Furlan sul 93° Corso AUC svolto alla SMALP di Aosta tra l’Ottobre 1978 e l’Aprile 1979. Si tratta di STORIE, RACCONTI, SCRITTI, ANEDDOTI, FACEZIE, CONFESSIONI narrati a più mani dai partecipanti di un’avventura che a 40 anni di distanza mantiene intatti il fascino e il bagaglio di esperienze che ha lasciato ai protagonisti.

Dopo I Racconti del 64° la Vj Edizioni si conferma la Casa Editrice di riferimento per i ricordi e le riflessioni sul Corpo degli Alpini in generale e la Scuola Militare Alpina (SMALP) in particolare.

Un inverno nevoso è stato presentato alla 92a Adunata Nazionale degli Alpini, svolta a Milano dal 10 al 12 Maggio 2019.

Per acquistare Un inverno nevoso in promozione a 10,50 euro (invece di 21 euro a copia), senza spese di spedizione è sufficiente visitare la pagina Un libro contro il Covid-19.

Vj Edizioni: nuovo sito, nuovo logo, stesse idee, le tue!

In questo mese di Settembre 2018 la VjEdizioni riprende le proprie pubblicazioni in modo autonomo, dopo un anno di collaborazione con Betelgeuse Editore.LOGO VJ

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Sergio sinesi premiato con “in bianco e nero” edito da vj edizioni

Gli autori della VJ Edizioni continuano a farsi onore in vari concorsi. Sergio Sinesi, pugliese di origine e milanese di adozione, ha ottenuto il Premio del Presidente al Premio “La girandola delle parole” con il romanzo “In bianco e nero” edito da VJ Edizioni. Eccone la sinossi:

“Le parole mancanti creano mostri!”. È quanto dice in un attimo di disperazione il dottor Russo a Osip durante il loro ultimo incontro. E queste parole appartengono a quel filo che ha unito casualmente le loro vite.

Due anni prima la madre di Osip, Natascia, una badante ucraina, fu travolta da un tram. I giornali scrissero che s’era suicidata; il tramviere confermò che in quel punto non poteva inciampare, poteva solo gettarsi sotto le rotaie; la polizia chiuse subito il caso. Osip non accetterà mai la versione del suicidio. Arrivato in Italia per recuperare alcune cose di sua madre e trovare un lavoro, cercherà di capire le ragioni dell’accaduto. Scoprirà che sua madre aveva la passione della fotografia, una passione a lui appena accennata, ma che gli si rivela essere qualcosa di più: una ricerca interiore che si estrinsecava col scattare foto e che lui non conosceva.
In questa sua ricerca s’imbatte nel dentista Russo, che ha conosciuto sua madre, e che lo coinvolge nei suoi discorsi sul futuro prossimo dell’uomo, ormai assorbito dalla inarrestabile ricerca di superare i suoi limiti. Tra i due nasce una simpatia dovuta anche al fatto che i propri genitori se ne sono andati senza dare loro alcuna spiegazione: si sentono figli traditi. Il dottor Russo è figlio di genitori nazisti. Solo Osip infine saprà la verità.
Le loro vite si incroceranno con dei fatti di cronaca riguardanti ragazzi scomparsi, apparentemente senza alcuna ragione. L’orrore verrà smascherato grazie a un team affiatato di poliziotti, tra i quali Ivana e il suo cane Buck.
La storia sembra non insegni nulla e c’è chi vuole che il passato ritorni. Ma forse la colpa di alcuni nostri comportamenti sta proprio in quelle parole mancanti che se ci fossero state, avrebbero potuto educarci all’amore per il prossimo. Ciò che noi siamo, sembra dire il dottor Russo a Osip, è una casualità, tutto dipende da quelle parole, tutto dipende da come luce e ombra si adagiano sul soggetto di una fotografia: quei contrasti che si sono creati sono come parole che il fotografo ha messo dentro quello scatto.

Il libro è in promozione a soli 11 euro, senza spese di spedizione. Per acquistarlo CLICCARE QUI

Giancarlo (Edoardo)

Pubblichiamo oggi il racconto secondo classificato assoluto nella Sezione Narrativa: Giancarlo (Edoardo) di Vincenza Precone.

Giancarlo (Edoardo) di Vincenza Precone

Mi chiamo Giancarlo, non confondetemi con mio fratello Edoardo. Siamo gemelli monozigoti, ma siamo molto diversi. Edoardo è perfetto, io sono la sua copia fenotipica sbiadita. Lo amo, non fraintendetemi, ma siamo diversi. Una volta ho letto che l’epigenetica influisce sull’essere più della genetica, non ne ho dubbi.
Stamattina mi sento comodo, indosso la mia solita tuta e mi sento me stesso. Ora che ci faccio caso, è della stessa tonalità di grigio della sedia dell’autobus su cui sono seduto. È da più di un’ora che sono su questo autobus a seguire con lo sguardo lo stesso percorso per tre volte di seguito, ormai la zona ospedaliera non ha più segreti per me. Non sono pazzo, così riesco a riflettere tranquillamente e, poi, dovrò pur passare il tempo in qualche modo. A volte cambio autobus, per dare uno scenario diverso ai miei pensieri. Quella che preferisco è la linea 151, dalla Marina a via Acton. La fermata che mi piace è quella che mi permette di vedere il Maschio Angioino. Il castello medievale e rinascimentale, che è il simbolo di Napoli, mi conferisce un senso di forza, vigore. È una delle poche cose che riesce a farlo. Da bambino mi affascinava la leggenda secondo cui in una delle due prigioni, la prigione del Miglio, ci fosse un coccodrillo che divorasse tutti i malcapitati. Immaginavo di mandare mio padre in quella prigione e che i coccodrilli lo sbranassero, ogni volta che mi faceva notare quanto Edoardo fosse più bravo di me in ogni cosa. Ecco, il mio più grande sogno era diventare il guardiano di quella prigione. Invece, mi ritrovo qui, ogni giorno su questo o un altro autobus.
Non ho un lavoro, però ho una laurea. Ho studiato per più di quindici anni alla facoltà di Economia e Commercio dell’ Università degli Studi di Napoli “Federico II”. Successivamente, mia madre ha deciso di farmi seguire una corsia preferenziale, facendomi laureare ad un’ università privata. Che brava donna! Ha sempre cercato di ovviare alle mie mancanze. Anche Edoardo è laureato: in Fisica, con lode e plauso della commissione. Sono contento per lui. Edoardo ha anche un lavoro. Stamattina l’ho incontrato mentre andava ad un congresso internazionale, era elegantissimo nel suo abito gessato. Non so come faccia la moglie, con un lavoro e due bambini neonati, a garantirgli una mise sempre perfetta. Io non ho né una moglie né una fidanzata, però sono stato innamorato molte volte.
Mi piacciono le donne, nonostante nel palazzo in cui vivo si mormori che non sia così. Poi, la gente si lamenta perché cammino con il capo abbassato e non parlo e non saluto nessuno, neppure nell’ascensore. La gente dovrebbe riflettere, c’è sempre una spiegazione. A tutto.
Mio padre crede a loro, e quando lo fa vorrei spaccare il vetro della bacheca della sua collezione di pistole da caccia. Non per spararlo. Per farlo soffrire, come lui fa soffrire me. Ovviamente, è solo un pensiero, non lo farei mai.
La prima donna di cui sono stato veramente innamorato si chiama Angela. La conobbi al primo anno di università, la ricordo ancora in tutta la sua bellezza: bionda, occhi verdi, minuta, eterea.
Angela mi sedeva sempre accanto durante le lezioni di economia, mi offriva la sua merenda a base di frutta e yogurt, mi sorrideva. Io, in cambio, la ascoltavo. Le piaceva parlare di sé stessa, dei suoi problemi quotidiani, dei suoi amori sbagliati, e le piaceva essere ascoltata da me. La pazienza e la dedizione sono state sempre delle mie grandi doti, per cui l’accompagnavo ovunque con l’automobile perché lei non aveva la patente. Per renderle più agevole lo studio, le registravo e sbobinavo tutte le lezioni in aula, lei mi era grata e mi invitava sempre a casa sua per studiare. Eravamo molto affiatati, ed io mi sentivo felice. Angela ne era consapevole e mi ripeteva sempre che tra noi mancava solo il sesso. Speravo, aspettavo, ma il sesso tra noi non c’è mai stato. Durante le vacanze estive lei conobbe l’uomo “giusto” e si fidanzarono ufficialmente. A volte mi telefona per raccontarmi i suoi problemi, anche con il suo fidanzato, ormai storico. Io continuo ad ascoltarla.
Mio padre mi urla contro, costantemente, dice che devo trovare una donna, oltre che un lavoro. Però quando lo scorso anno gli ho presentato una ragazza cubana conosciuta in una chat su internet è impazzito di rabbia. Non tollera l’unione con una donna povera, di un’altra nazionalità e con un figlio. Non lo capirò mai. Io amo mio padre, è lui che non mi ama. Mia madre è molto più delicata e meno plateale di lui, ma sento che anche lei soffre per me e mi vorrebbe diverso. Cerca di stringere sempre nuove amicizie e, guarda caso, sempre con donne che hanno figlie di un’ età compatibile con la mia. Non ho un brutto aspetto: sono alto, snello, bruno, ho occhi scuri e penetranti. Però è tutto vano. Non vuole capirlo, rassegnarsi. Io non sono Edoardo.
Talvolta si confonde, e mi chiama Edoardo. Non succede mai il contrario, ad Edoardo permane sempre il suo nome. Vorrei chiamarmi Edoardo.
Alcuni ricordi sopraggiungono nella mia mente, fulminei, e spero fugaci.
Scorgo Edoardo ed io bambini. Eravamo in automobile, sul lato posteriore. Cantavamo. Edoardo ricordava le parole dei testi di tutte le canzoni. Io no. C’era sempre qualche parola che volava via dai miei pensieri, in una nube. Frugavo, invano. Mia madre si esaltava per le nostre canzoni cantate a squarciagola. Mio padre no, si concentrava su di me. Mi facevano rabbrividire i pugni che batteva contro il volante. “Sei sempre indietro Giancarlo. Sempre!” tuonava. Io provavo a recuperare con il testo di una nuova canzone, ma era tutto inutile. Piangevo. E più piangevo, più lui urlava, tra le lacrime di mia madre che mi faceva compagnia nella disperazione. Edoardo non interveniva mai. Non ho mai capito se lui fosse più mortificato o orgoglioso per le situazioni che si venivano a creare. Dicono che esiste un’unione particolare tra i gemelli monozigoti, perché hanno lo stesso DNA. Un’unione forte è importante, soprattutto nel mio caso che non ho molti amici. Angela è mia amica. Edoardo, invece, è stato sempre circondato da molti amici.
Un altro ricordo sopraggiunge, ad offuscarmi. Eravamo a Procida, sulla spiaggia della Chiaiolella. Spesso i nostri genitori ci portavano lì. La  costa è caratterizzata da fondali bassi, ideali per i bambini, ed è lunga, molto lunga. Da essa è possibile godere di un panorama unico sull’isolotto di Vivara, lo ricordo bene, nonostante avessi solo quattro anni. Mi piaceva incamminarmi lungo la riva, una volta mi allontanai troppo. Ho solo ricordi confusi, ricordi di un bambino. Però ricordo bene quello che mi fece mio padre quando mi trovò: ho ancora una cicatrice sul braccio.
Chissà se allora mio padre avrebbe mai immaginato che accanto a lui, durante la sua malattia, ci sarei stato io e non Edoardo. Edoardo è troppo impegnato: ha il suo lavoro, la famiglia, gli hobbies. Io no, sono quello che non ha nulla da fare. Sono quello che l’amore e le attenzioni può darle. Tre anni fa a mio padre è stato diagnosticato un cancro al colon, già al terzo stadio. Ho l’automobile, ho potuto accompagnarlo ovunque. Gli sono stato vicino durante le degenze per gli interventi, giorno e notte. Gli sono stato vicino durante i cicli di chemioterapia, ho raccolto anche il suo vomito. L’ho accarezzato ed amato, insieme a mia madre. Eppure, i suoi occhi come splendevano alla vista di Edoardo durante le sue visite fugaci! Dieci minuti, non di più. Lui è molto impegnato.
Mi ha fatto soffrire mio padre, tutt’ora soffro.
Per più di trent’anni ho immaginato mio padre morire, e tre notti fa è successo.
Cosa è cambiato? Sono ancora su questo autobus.

Anacronistico febbraio

Proseguiamo con la pubblicazione delle opere classificatesi alla piazza d’onore nel Premio Letterario Clepsamia 2020. Oggi è la volta di Anacronistico febbraio, la lirica di Tina Wiquel classificatasi al secondo posto nella Sezione Poesia.

Anacronistico febbraio di Tina Wiquel

Poi tacque tutto.
Sotto coltri di vetro e spine
foglie d’autunno danzanti
d’improvviso a coprire gli sguardi del mondo,
proiettati su un anacronistico febbraio
di un inverno che ancora non si stacca dalla pelle.
A seminar d’addii, le nostre anime
chiuse come nel fondo di un lago
la cui crepe fluttuanti
impedivano di guardare fuori
costringevano a guardarci dentro.
Salutammo anche le lucciole vaganti
spente come il rumore del silenzio.
E il buio divenne di nuovo paura.
E il tempo non era più nostro.
E allora scrissi.
Su fogli ingialliti a fermare il tempo.
L’unico tempo concessomi al vivere.
Scrissi.
Di alacre spuma di abbracci perduti.
Del silenzio.
Del guscio chiuso.
Del resto di niente.

La pandemia. Ricostruire una “migliore normalità”

Siamo giunti al podio del Premio Letterario Clepsamia 2020. Oggi pubblichiamo il saggio terzo classificato nella sezione Saggio Breve/Articolo: La pandemia. Ricostruire una “migliore normalità” di Alessandra Longhitano.

La Pandemia. Ricostruire una “migliore normalità” di Alessandra Longhitano


La pandemia da Covid-19 ha sconvolto e messo a soqquadro l’intero mondo. I potenti della terra sono rimasti spiazzati. Ogni individuo che popola questo pianeta ha perso la propria bussola.
Tutti, indistintamente, hanno dimostrato la loro vulnerabilità. L’emergenza sanitaria ha mutato le nostre vite e cambiato qualcosa anche dentro di noi.
Centinaia di migliaia di morti, nuove povertà e nuovi disturbi depressivi.
Il Coronavirus ha obbligato di colpo all’isolamento, a stare chiusi in casa, distanti dagli affetti. La stabilità psicologica ed emotiva di ciascun individuo è stata messa a dura prova: lo stato di precarietà e incertezza ha bloccato le nostre energie e turbato i nostri animi.
Il tessuto economico è a limite: attività produttive non essenziali costrette ad uno stop forzato e le famiglie ad arrancare.
La sintassi sociale subisce una profonda crisi: la socializzazione è sospesa e “stare lontani” non corrisponde più a disaffezione sociale, ma costituisce un atto d’amore verso gli altri. La distanza diventa la parola d’ordine per tutelare e tutelarsi. L’era del contatto si risolve in baci e abbracci virtuali.
La nostra quotidianità cambia su tutti i fronti: dalle relazioni interpersonali al lavoro; dalle norme sociali al rapporto con la propria famiglia.
La nostra vita si trasforma e si evolve: le nostre abitudini si riplasmano, modellandosi a nuovi stili di vita.
In poco tempo siamo stati in grado di reinventarci e realizzare ciò che in anni non siamo riusciti a fare.
L’istruzione e la formazione diventano digitali.
Ragazzi e bambini, sempre più iperconnessi, aprono le loro stanze alla “didattica di-stanza”. Difatti, abbiamo rivoluzionato le nostre case e adattato spazi e ambienti alle nuove esigenze. Si diventa avvezzi ad un diverso modo di apprendere, lavorare e comunicare.
Si acquista destrezza nel maneggiare strumenti tecnologici e si esplora finalmente la potenza che essi hanno.
Basta più computer, tablet, smart-phone solo per “giocare” o “curiosare”, ma adesso anche per imparare nuove metodologie didattiche e lavorare “agile”. Lo smart working ha messo d’accordo datori e lavoratori: gli obiettivi e i risultati sostituiscono orari prefissati.
In un quasi perfetto “balance”tra vita privata e vita lavorativa, si concilia lavoro, studio e famiglia.
Il “lavoro agile” permette di risparmiare tempo e abbattere i costi che gli spostamenti inevitabilmente comportano, a vantaggio della stessa produttività e efficacia. Ci siamo fermati e di conseguenza smesso di correre e di inseguire chissà poi cosa.
L’ambiente si ossigena e la natura si riappropria dei propri spazi. Le strade spettrali rivelano scorci mai visti e suoni mai uditi.
La nostra immagine si riflette in acque limpide, senza più sfregi. Abbiamo fatto di necessità, virtù.
Ma se la natura rinasce più rigogliosa che mai, l’uomo perisce, schiacciato da un susseguirsi di restrizione e condizionamenti che non riesce a far propri fino in fondo. La sospensione ci coglie impreparati.
L’interruzione della progettualità sconforta.
Tutto ciò che si era pianificato anche solo a livello immaginativo perde senso. La convivenza forzata e il confinamento a casa diventano una barriera insormontabile. Così avanza implacabile l’inquietudine, dominando mente e agitando cuore.
Ci corazziamo di tutta la pazienza posseduta, assumendola nel senso letterale dell’etimo latino, quale capacità di patire e di accettare la sofferenza, ma ci accorgiamo che non basta.
Il potere di controllare ogni cosa è la nostra più grande illusione. Siamo di fronte all’inaspettato e ciò è sufficiente per comprendere che non avremo mai il controllo su quello che accade. L’unica cosa su cui abbiamo potere è la nostra mente.
Siamo fragili e il virus lo ha dimostrato.
Noi uomini, imprevedibili, perennemente insoddisfatti desiderosi della pausa e ora nostalgici della fretta.
Ciascun individuo è combattuto tra cedere il passo alla paura o mantenere il proprio ruolo attivo; confrontarsi con le proprie fragilità per superarle o perdersi inevitabilmente dentro.
Ma la conta giornaliera di contagi, ricoveri e vittime fa sprofondare nell’angoscia.
“Andrà tutto bene” di Savoretti risuona ripetutamente nella testa; in quelle notti insonni, fatte di
preghiera e speranza.
Il canto degli italiani e gli arcobaleni dei bambini si arrendono a silenziosi flashmob.
Al dolore si aggiungono lacrime per le tante, troppe vittime.
Anime strappate e strappi impossibili da ricucire che ci lasciano immobili nell’immobilismo generale.
Da epidemia a pandemia il tempo è stato breve.
Epidemia (dal greco, epì = sopra; demos = popolo) significa che la diffusione della malattia infettiva investe simultaneamente una moltitudine di individui, seppur in maniera delimitata nello spazio e nel tempo.
Il primo caso di infezione conclamata è stata segnalata nella città di Wuhan, capoluogo della provincia cinese dell’Hubei, a inizio dicembre 2019.
Il 31 dicembre dello stesso anno le autorità sanitarie cinesi notificano all’Organizzazione Mondiale della Sanità un focolaio di casi di polmonite ad eziologia non nota (Articolo tratto da Istituto Superiore della Sanità, in http://www.epicentro.iss.it)
In verità, secondo altre fonti, in Cina l’origine dell’epidemia può essere collocata tra la seconda metà di ottobre e la prima metà di novembre 2019 (S. Ravizzi, 50 domande sul Coronavirus – gli esperti rispondono, Hoepli.it, 2020.) periodo che la Cina, sottolinea, quasi a discolpa, coincidere con i Giochi mondiali militari. A fine ottobre, precisamente dal 18 al 27 ottobre 2019, in Cina, nella città di Wuhan, si sono tenuti i Mondiali militari.
Il 31 gennaio 2020, con una delibera del Consiglio dei Ministri, viene dichiarato lo stato di emergenza in seguito a rischio sanitario, per sei mesi. Da lì a non molto, diverse nazioni del mondo si troveranno a vivere la stessa situazione drammatica e surreale.
Difatti, l’11 marzo 2020 l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiara la pandemia.
Pandemia (dal greco pan = tutta; demos = popolazione) significa che l’infezione si è diffusa rapidamente, espandendosi in più aree geografiche, coinvolgendo tutte le persone.
Gli Stati Uniti d’America attaccano la Cina per la diffusione incontenibile del virus; viceversa Pechino incolpa Washington. Riemergono tensioni geopolitiche più forti di prima e in fondo mai sopite.
E mentre la guerra fredda tra i due più potenti colossi del mondo è in atto, la mente si ottenebra per un virus che nessuno vede, ma la cui pericolosità lascia senza fiato.
Il nostro Paese, per la prima volta nella storia della Repubblica italiana, si trova davanti un evento inimmaginabile: la diffusione incontrollata della Sars-COV-2. È la prima grande pandemia di una società globalizzata.
La globalizzazione, iniziata negli anni ’90 con l’avvio della modernità, ha comportato integrazione e crescita economica, demografica, sociale tra le diverse aree del mondo. (Encicl. Treccani, http://www.treccani.it)
Tutto è collegato e accelerato. Siamo di fronte al “progresso più colossale e positivo della nostra epoca” (Articolo tratto dal Il Sole24ore, in http://www.ilsole24ore.com).

L’interconnessione di paesi, regioni e popoli però ha il suo rovescio della medaglia. Rapidi voli trasportano la gente da un posto all’altro ed ecco che il virus corre veloce nel mondo. L’unica soluzione efficace per fermarlo è fermarsi.
A tal proposito, appare opportuno dire cos’è il COVID-19 o Sars–Cov2 .
I Coronavirus sono una vasta famiglia di virus, identificati a metà degli anni ’60, noti per infettare l’uomo e alcuni animali.
Sono virus RNA a filamento positivo, con aspetto simile a una corona al microscopio elettronico, da qui il nome “Coronavirus”.
La malattia è anche nota come “COVID-19”(dove “CO” sta per corona, “VI” per virus, “D” per disease, malattia e “19” indica l’anno in cui si è manifestata) (È stato così definito dal Direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus, nel briefing tenutosi con la stampa l’11 febbraio 2020, durante una pausa del Forum straordinario dedicato al virus.)
Il nuovo Coronavirus, nello specifico quello denominato SARS-CoV-2, è un nuovo ceppo, mai identificato prima di Wuhan. L’acronimo di SARS-Cov2 è “Sindrome Respiratoria Acuta Grave-CoronaVirus-2”. Anche se il nome rievoca quello della Sars, in realtà il nuovo Coronavirus pur appartenendo alla stessa famiglia di virus, non è lo stesso.
Le cellule bersaglio primarie sono quelle epiteliali del tratto respiratorio e raramente gastrointestinale.
I sintomi possono essere variegati e sovrapponibili a quelli stagionali: raffreddore, tosse, dolori muscolari, spossatezza e febbre superiore a 37,5°.
Ciò che caratterizza negativamente questo virus è la sintomatologia: lieve o addirittura asintomatica per alcuni pazienti; molto grave invece per altri, al punto da generare polmonite con distress respiratorio acuto.
Ad oggi, la fonte di SARS-CoV-2, il coronavirus che provoca COVID-19, non è conosciuta. Le evidenze attuali suggeriscono che SARS-CoV-2 abbia un’origine animale (il “reservoir” ecologico probabilmente si trova nei pipistrelli) (Articolo tratto dal sito del Ministero della Salute, in http://www.salute.gov.it/nuovocoronavirus) e che non sia un virus costruito in laboratorio.
Resta il fatto che il Covid-19 sta tenendo il mondo sotto scacco.
Nessun farmaco ci può curare, ma solo sperimentare. Nessun vaccino al momento ci può dare anticorpi, ma si può solo studiare e testare. La terapia intensiva poi è l’ultima spiaggia di chi versa in situazioni particolarmente critiche.
Allontanarsi dalla propria casa al suono di un’ambulanza, senza la “vicinanza” dei propri cari per lunghi giorni, settimane e mesi.
Addormentarsi senza una mano da stringere, senza un volto familiare come ultima immagine da ricordare in un viaggio il cui ritorno talvolta è incerto.
Inermi, in balia di un respiratore artificiale che ci può salvare solo se il nostro organismo regge allo sforzo richiesto. Soltanto il nostro sistema immunitario può vincere o cedere al virus che lo attacca.
Un virus che si propaga mietendo un numero di vittime paragonabili ai morti di guerra. Ragione per cui si è costretti a tracciare una linea netta tra chi deve vivere e chi morire.
Una compiutezza che si ripercuote drammaticamente su tutti noi. La situazione tragica che stiamo vivendo scatena negli individui una serie a cascata di effetti psicologici, quali depressione, ansia, insonnia, stress (Studio avviato dal Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza, in http://www.coris.uniroma1.it) e in certi casi un vero e proprio trauma.
Gli animi si opacizzano, l’umore si abbassa e la paura per sé e per i propri cari si aziona. Gli stati d’animo diventano ogni giorno che passa sempre più altalenanti. Siamo chiusi in casa, alcuni da soli e altri in compagnia dei propri conviventi.
Dai telegiornali ai social non si parla di altro.
Il Coronavirus è una catastrofe sociale, in quanto coinvolge aspetti socio-politico, economico e sanitari.
È un trauma oggettivamente grave che richiede una straordinaria capacità del soggetto di sostenere le conseguenze che tutti stiamo subendo. Il tempo si ferma e i pensieri si focalizzano totalmente sull’evento traumatico che annoda a sé tutte le nostre emozioni.
Non si vede via di fuga, né luogo in cui scappare, giacché la pandemia ha investito tutti i paesi del cosmo. Il trauma sia di bassa che di grave entità provoca comunque effetti a livello psicofisico.
Nella prima casistica si collocano le umiliazioni o le controversie avute durante l’infanzia con figure di riferimento importanti; nella seconda rientrano invece i cosiddetti “Big trauma” (La terapia EMDR distingue tra Big e Small trauma).
Il Big o Grande trauma è legato ad un evento percepito dal soggetto in maniera più pressante rispetto al primo. L’impatto emotivo è più forte, poiché minaccia l’integrità fisica propria e delle persone a noi care.
Tra questi si annoverano situazioni quali abusi, maltrattamenti, incidenti, guerre, attacchi terroristici e disastri naturali (terremoti, alluvioni, incendi, pandemie, etc.) che determinano la morte di persone in numero non definito.
Nonostante ci sia una differenza abbastanza significativa tra gli eventi di bassa e alta entità, la reazione è molto soggettiva. Le psicopatologie che ne possono derivare variano a seconda di diversi fattori: età, anamnesi, aspetti psicobiologici e psicologi della personalità; capacità di esternazione del proprio malessere, resilienza o “stili di coping”, cioè la capacità di adattamento del soggetto.
Tutto dipende dalla percezione che si ha dell’evento e dalla capacità di elaborare il trauma. Molti, infatti, necessitano di lungo tempo per superarlo, mentre altri tornano abbastanza velocemente alla vita normale.
Secondo Pierre Janet, padre della psicotraumatologia, il trauma è il risultato di un evento identificabile in base a “emozioni veementi”.
Eventi stressanti non gestibili che causano la sopraffazione delle emozioni e lasciano le persone prive di difesa e incapaci a reagire. Vivere una situazione minacciosa che si protrae nel tempo, senza la capacità di neutralizzarla crea sfiducia e forte senso di impotenza.
Come è stato definito da Herman nel 1992: “il trauma psichico è il dolore degli impotenti. La vittima è resa inerme da una forza soverchiante”. L’angoscia è il filo conduttore di questi mesi.
Il Coronavirus non si vede ma è una minaccia continua e non controllabile che incombe ovunque. Il virus si trova nelle superfici, nelle scarpe, nei vestiti.
Nessuno lo conosce ancora bene, né possiede “formule magiche” per tenerlo lontano. Sappiamo solo per certo che può causare una terribile “fame d’aria” e questo deve bastare da monito per comportamenti responsabili e di buon senso.
È un trauma collettivo, che getta in uno stato di profondo disagio. Tutto da semplice diventa complicato: file ovunque da rispettare, dispositivi individuali da indossare, distanze da mantenere.
E al rientro, precisi protocolli da seguire: dallo “svestimento”, alle procedure di disinfezioni di chiavi, telefonini, portafogli e quanto altro.
Non possediamo armi contro questo nemico se non quelle del distanziamento sociale, delle mascherine, dei guanti e delle ritrovate buone norme igieniche che oggi i bambini, cittadini modello, osservano più di noi perenni distratti.
Ad alimentare il disagio psicologico c’è la condizione di “attesa”.
Un ansia tale da contare giorni, minuti e secondi in cui potremmo ritornare alla “normalità” per poterci sentire finalmente “liberi”.
Insorge l’insofferenza: la persona sente di non poter scegliere e di non avere opzioni o alternative. Paura, rabbia, tristezza si impongono prepotentemente: si può fare solo in un modo, non deciso danoi.
E così in piena crisi “identità” si scappa, nella notte, da quel Nord sempre più piegato. La mattina dell’08 marzo 2020, i media e i social regalano video che diventano subito virali.
Questa data non sarà ricordata come il giorno dedicato alla donna, ma come “l’Esodo verso il Sud”. Gente in piena psicosi che prende d’assalto le stazioni, accalcandosi su bus e treni. Si rivive così in Italia un frangente di storia: l’8 settembre 1943.
Il proclama letto alla radio da Pietro Badoglio faceva intuire che tutto era allo sbando: confusione di parole e ordini non rigorosi generò paura, allarme, disperazione e fuga. Tutti scappavano e tanti si chiedevano se la guerra fosse finita o se fosse appena cominciata.
Noi senza bombe, in piena modernità, non abbiamo dubbi: siamo in guerra.
Tanti tremano e moltissimi si indignano contro quella politica che “non immaginava” la fuga di notizie della bozza di decreto del Governo che vieta gli spostamenti da determinate zone.
È curioso il fatto che nell’ordinario ci arrovelliamo continuamente senza decidere e in una sera siamo stati in grado di sciogliere qualsiasi dubbio, compiendo la “scelta giusta” per noi e per i nostri cari.
Noi sofferenti a farci “blindare”, fragili più che mai, ci mostriamo coraggiosi nello sfidare un nemico invisibile.
Ci appelliamo alla compressione di diritti e alla limitazione delle libertà personali, dimenticando che ogni singolo diritto e ogni singola libertà incontra i suoi limiti nel diritto primario alla vita e nel diritto fondamentale alla salute. Non si può guardare alle libertà mancate, più delle vite perdute.
La libertà non è arbitraria. La nostra libertà deve incontrare come limite la libertà dell’altro. Libertà è autodeterminazione, ma anche responsabilità e consapevolezza delle proprie azioni. La saggezza e il buon senso devono guidare l’agire umano.
Ed ecco che torna attuale Aristotele: “i comportamenti umani non sono prevedibili come i teoremi di matematica”.
E se ha lasciato indifferenti il monito dell’art. 650 del Codice penale (L’articolo 4, comma II, del DPCM 8 marzo rinvia all’applicazione dell’art. 650 del codice penale. Tale articolo è stato depenalizzato con l’art. 4 del D.L. n. 19 del 2020) “…l’arresto fino a tre mesi per inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità”, non fa nemmeno riflettere lo stop per “ragioni di giustizia o di sicurezza pubblica”.
In questi termini, non c’è di che sperare: finché ognuno di noi continuerà a pensare a “stare bene” più del “bene comune”, non ci sarà futuro da restituire ai nostri figli.
L’egoismo è una figura di solitudine che dobbiamo tenere lontano: “insieme ce la faremo” deve prevalere su “si salvi chi può”. Un infido virus taglia in due l’Italia e mostra le istituzioni, il popolo e gli individui che siamo.
Intanto, in risposta a quanto accaduto, il 12 marzo 2020, il Presidente del Consiglio emana un decreto con misure ancora più stringenti: chiusura di tutte le attività (eccetto le essenziale e ad esse connesse). Le maglie delle occasioni sociali si restringono ancora di più: non si può uscire se non per motivi essenziali riguardanti la salute, necessità e lavoro.
Questo preclude ogni possibilità di frequentare persone, mantenere una buona socialità, di dedicarsi ad attività per il benessere personale, hobbies e divertimenti.
La nuova grammatica sociale è intrisa di altre cautele che ci rendono ancora più vigili e diffidenti. Le dimostrazioni di affetto sono quasi azzerate, la nostra presenza sempre più “evitante”. Le esternazioni smorzate. La parola ancora più ridotta.
Le mascherine utilizzate per imprigionare il doplet (nuvole di goccioline di saliva espulse insieme a tosse o starnuti) arginano noi stessi.
Ed ecco che si è spaesati, in balia di spinte contrastanti, che non hanno baricentro. Tutto sembra sfuggire dalle mani. Non siamo capaci di fronteggiare ciò che sta accadendo. La convivenza forzata diventa una barriera insormontabile, una flessione che si acuisce. Lo stop di questo periodo ci priva dei tanti stimoli che riempivano le nostre giornate e i nostri spazi.
Occorre raggiungere un nuovo equilibrio e assestarsi. Essere più reattivi e prudenti.
L’umanità ha superato situazioni ancora più difficili, ma il cambiamento imposto dal Coronavirus sembra una sofferenza insormontabile.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità, ancor prima che scoppiasse la pandemia, ha stimato che nel 2030 la depressione sarà la malattia più diffusa, seconda causa di disabilità dopo quelle cardiovascolari, in tutto il mondo, Italia compresa. Più del cancro, più delle patologie cardiache, più dell’Alzheimer.
Per depressione si intende qualunque “disturbo psichico, labilità emotiva o disturbo del tono dell’umore che perde la sua flessibilità, fissandosi verso il basso e non è più influenzabile da situazioni esterne favorevoli” (Salvatore Di Salvo: Ebook, Diffusione, cause e sintomi della Depressione, Associazione per la Ricerca sulla
depressione, p. 1, 2
).
Gli stati depressivi, la claustrofobia, l’afefofobia (paura del contatto), i disturbi ossessivo compulsivi, l’ansia sociale e i disturbi del sonno sono sempre più in crescita. La sofferenza psichica e la mancanza di equilibrio interno sono il segnale di qualcosa di dissonante nella personalità.
Le cause sono molteplici: gravi lutti, eventi di vita avversi e precoci, stress acuto d’elevata intensità o stress cronico etc.
L’era del Coronavirus ne ha aggiunte altre: la morte da “soli”, la preoccupazione per la salute, il timore del contagio, il distanziamento, l’isolamento, il mutamento delle abitudini, i problemi economici e l’assenza di prospettiva futura.
L’emergenza Covid-19 ha generato cambiamenti sia nelle funzioni cognitive (attenzione, memoria, etc.), sia nelle emozioni (paura, tristezza, preoccupazione). Tali cause devono intendersi a circuito “ circolare” tra fattori ambientali, psicologici, biologici ed emotivi.
Per questo occorre intraprendere un intervento consapevole al riguardo.
Se la paura e l’angoscia si innestano in persone già fragili, si possono sviluppare disturbi postraumatici o reattivi, ansia o depressione.
Nella fase acuta del disturbo depressivo, i sintomi della persona depressa se particolarmente gravi, possono paralizzare la sfera affettiva, sociale e lavorativa.
La persona si chiude in se stessa. Priva di interesse per tutto e tutti, si sente inutile, arida e vuota. Lo slancio vitale cede il posto al senso di inadeguatezza nelle svolgimento del proprio lavoro o delle normali attività quotidiane. Il futuro appare “senza speranza” e il proprio vissuto“vuoto”.
Pertanto occorre individuare l’origine e le cause del disturbo, scavando nella parte più intima dell’io. Conoscere la sofferenza e trasformarla in elemento propulsore per modificare il rapporto con sé e gli altri (S. Di Salvo, E-book: Depressione, sofferenza e trasformazione, op. cit.)
Fatto ciò, occorre mettere in atto i cambiamenti necessari per ripristinare l’equilibrio e il benessere della personalità.
La “rottura” con il passato è tangibile . Questa pandemia non ci restituirà nulla di ciò che abbiamo perso, ma ciò che è certo e che dopo questa fase, il senso delle giornate e delle relazioni cambierà. È arrivato il momento di abbandonare il superfluo per portare avanti un percorso esistenziale diverso e più consapevole.
Spingerci verso l’ascolto, abbracciare noi stessi e donarci un nuovo equilibrio.
Allo stesso modo occorre riprendere le visite, i controlli e le cure interrotte in questa situazione emergenziale per paura del contagio.
Questi mesi di “lockdown”, fatti di solitudine e isolamento, devono servire a far si che il tempo ritrovato scandisca diversamente le nostre esistenze.
Vivere secondo la natura delle cose ci può aiutare a superare i nostri limiti: questo momento così difficile che la popolazione sta vivendo, impone un percorso di introspezione e riflessione dentro e fuori di noi: rivalutare le sofferenze quotidiane, riflettere sulla priorità della vita e riprogrammare i propri desideri.
Certo, si ha paura di perdere il proprio mondo, e qualcuno lo ha davvero perso.
La memoria di questa esperienza però deve consentirci di ri-costruire qualcosa di nuovo.
È quindi d’obbligo svegliarsi dal torpore che ci inibisce e recuperare la propria dignità, riaffermare la propria audacia e ridefinire il proprio percorso esistenziale.
Già dal 18 maggio 2020 si è ripartiti con la fase di inizio e di recupero.
Il Paese riapre gradualmente, dopo un lungo periodo in cui si è rimasti in casa, in luoghi limitati, definiti, condivisi, dove anche l’orientamento sembra essere stato manomesso. A partire da questa data e da quelle a seguire, ci aspetta una nuova sfida.
Certamente dovremo fare i conti con il senso di smarrimento. E la tanto attesa “uscita” può non essere come ce l’aspettavamo: l’angoscia da contaminazione può disorientarci e rendere frustrante ogni nostra azione.
Cosicché anche i nostri desideri, tanto pensati e sognati potrebbero spegnersi: andare a trovare i nostri congiunti con mascherina e con distanza più di un metro può apparirci persino più doloroso della lontananza.
Il punto è che occorre una volta per tutte abbandonare la nostra visione delle cose, le nostre abitudini e il nostro modo di rapportarci: con respiro lungo, occhi aperti e sogni equilibrati occorre superare tutte le incertezze che abbiamo e guardare avanti.
Ma se da una parte occorre riprendere la propria vita in mano, rendere nuovamente vivi gli spazi, ridare linfa a strade e città divenute in questi mesi “fantasmi”, dall’altra bisogna evitare comportamenti irrazionali in grado di vanificare quanto fatto sino ad oggi.
È ora di ripartire, senza dimenticare i confini entro cui muoverci.
Perché quello che abbiamo vissuto e stiamo vivendo non è un” incubo” dal quale ci sveglieremo e tutto è rimasto come prima.
È un dovere andare avanti, ma lo è altrettanto restituire dignità alla memoria, senza debordamenti che possono tradirla.
Ed è proprio nel momento in cui il traguardo è vicino che è necessario mantenere alto ancora di più l’impegno, perché l’entusiasmo di vedere presto superato il momento di difficoltà non ci faccia dimenticare che c’è un altro tratto di strada, altrettanto importante, da percorrere.
Ci siamo sacrificati, adattati, ripensati senza aspettare che la crisi passasse da sé, ma l’abbiamo affrontata.
Ancora una volta è questo ciò che dobbiamo fare: l’impazienza di ritornare “alla vita di prima” non ci faccia dimenticare la necessità di tutelare la salute di tutti e di trovare vie nuove e nuovi modelli del nostro agire per investire nel cambiamento e continuare a proiettarci in un futuro.
Dietro la morsa dell’attesa non ci ha mai abbandonato la speranza.
Occorre abilitare il cuore a un nuovo modo di volersi bene e stare vicini nella distanza.
Allo stesso tempo, aprire la mente ad una “nuova” se non “migliore” normalità.