Carmine Coppola: un redentorista in missione per conto di Dio

Cominciamo oggi la pubblicazione degli elaborati vincitori delle tre Sezioni del Premio Clepsamia 2019.

Carmine Coppola: un redentorista in missione per conto di Dio di Annunziata Alfano si è classificato al quarto posto ex aequo nella sezione saggio.

Carmine Coppola: un redentorista in missione per conto di Dio

Dalla finestra della sua cameretta si vedeva benissimo tutta la piazza e avrebbe potuto osservare le persone che si intrattenevano a chiacchierare davanti al bar di fronte prima di entrare in chiesa e, addirittura, avrebbe potuto vedere arrivare i suoi parenti, che venivano a fargli visita. Non lo lasciavano mai da solo: fratelli, nipoti, pronipoti, amici e figli spirituali, tanti figli spirituali, credenti, a cui cercava di rendere più sicuro il cammino mistico e più profonda la crescita dell’amore verso Cristo. Aveva la scienza, l’esperienza, la benignità e la santità della vita personale per farlo, tanto che riusciva a far riscoprire, soprattutto nei giovani, la ricchezza del loro mondo interiore e lo faceva scrutando le anime delle persone, cercando delle risposte alla loro fede e, in moltissimi casi, alla loro vocazione. Questo sicuramente non lo pensava lui, perché l’umiltà, la semplicità e la grande criticità che aveva nei confronti di se stesso non glielo avrebbero mai consentito, ma lo pensavano tutte le persone che avevano avuto la fortuna di conoscerlo e di rapportarsi a lui.

Tra i suoi figli spirituali c’erano anche ragazzi e ragazze giovanissimi, alcuni dei quali non avevano ancora raggiunto la maggiore età. Con loro parlava spesso e, di qualsiasi argomento si trattasse, trovava sempre la parola e i suggerimenti giusti. Poi, li lasciava ogni volta con la stessa raccomandazione, che più che una raccomandazione era un vero e proprio insegnamento:
La cosa più importante per voi è acquisire la fortezza del perseverare in salita. Lo so che non è facile, però, chi lo vuole davvero, prima o poi ci riuscirà, soprattutto se sarà in grado di usare l’arte della pazienza e dell’ascolto, parlando quando gli altri tacciono, correndo quando gli altri si fermano e mettendo davanti a tutto questi tre ideali: perdonare, amare, custodire.
Poi aggiungeva:

Mi raccomando, non lasciate mai che rubino la vostra ricchezza più grande, il vostro tesoro più prezioso: il vostro sorriso!
La preghiera era la sua arma segreta, l’arma con la quale aiutava a correggere i difetti nel cammino dei fedeli che si affidavano ai suoi consigli e ai suoi precetti, e che usava senza alcun risparmio.
Purtroppo, però, da quando il cuore aveva cominciato ad andarsene per conto suo, anche avvicinarsi alla finestra gli costava tanta fatica, e sudava, sudava in continuazione, bagnando completamente la sua maglietta intima, di lana anche in estate. Mentre la cambiava, gli venivano in mente i giorni trascorsi in famiglia, quando le cognate o le sorelle gli dicevano:

Carminu’, ma non si può andare in giro con ‘ste magliette bucate. Se vi succede qualcosa, che penserà la gente vedendole?
E lui che rispondeva:

Io le volevo comprare, ma poi ho saputo che il figlio di Turillo stava male e lui non aveva i soldi per le medicine, che dovevo fare? Compravo le magliette o le medicine per il piccolo?
Puntualmente, però, quando tornava al convento, insieme alla sua biancheria pulita trovava anche un paio di magliette nuove che gli
avevano comprato a sua insaputa e che, altrettanto puntualmente, regalava a chi pensava ne avesse più bisogno . I buchi, tuttavia, non li teneva solo sulle magliette, spesso li aveva anche nelle suole delle scarpe, tanto che una volta, durante la processione di Sant’Antonio Abate, il santo patrono del suo paese, era finito a gambe all’aria.

Zi’ Carminu’, ma voi siete pazzo! – gli aveva detto uno dei nipoti – con queste suole così consumate rischiate di rompervi l’osso del collo! È normale che scivolate appena vengono a fare due gocce d’acqua!
E subito era corso a comprargliene un paio nuove.

Ma io le tenevo perché erano comode! – aveva risposto prontamente.
Tutti, però, sapevano che per lui le scarpe nuove erano una cosa superflua, un lusso inutile, e che i soldi preferiva usarli per scopi ben più nobili.
Ora non aveva più la salute per andare in giro, né tantomeno in famiglia, però aveva tempo a sufficienza per pensare, leggere e scrivere. Ormai, da quando si trovava lì, le sue giornate erano scandite da un ritmo incessante di: mattina, pomeriggio, sera, notte; mattina… e, in ogni istante, padre Carmine si chiedeva che cosa ci facesse lì, anche se in fondo lo sapeva, perché è lì che si rifugiano i sacerdoti che non hanno più la forza di percorrere le strade del mondo per cercare Dio e farlo conoscere a chi ancora non ha avuto il piacere di farlo; persino Sant’Alfonso vi aveva trascorso i suoi ultimi giorni. La sua domanda era, piuttosto, come fosse potuto accadere, così all’improvviso, di ritrovarsi, alla soglia degli ottant’anni, senza più voglia di dormire né di mangiare, a fare il bilancio di una vita.
Lui che era sempre stato un uomo zingaro e randagio, continuamente intento a diffondere le parole di un Vangelo troppo trascurato, fermo lì proprio non si ci ritrovava. Eppure, i suoi nipoti glielo avevano detto:

Zi’ Carminu’, venitevene da noi. Vi mettete nella casa giù, per conto vostro, e la notte vi fa compagnia nostro figlio.
Ma lui, il reverendissimo padre Carmine Coppola, “ ‘O Superiore”, come lo chiamavano in famiglia, non era d’accordo,anzi, si convinceva sempre di più che era a Pagani che doveva stare, insieme ai suoi confratelli, perché è lì che si mettono in fila i propri ricordi. E lui, di ricordi… ne aveva tanti.
Era nato a Sant’Antonio Abate, un piccolo paese, sorto da una palude prosciugata, situato ai piedi dei monti Lattari, il ventidue novembre del 1927. Dalla madre Filumena, un bel donnone di oltre un quintale di peso, aveva ereditato la possanza fisica e gli occhi espressivi, mentre il padre Carlo Antonio, detto “ ‘O barone” perché quando scendeva da Via Casa Aniello verso la piazza sembrava un nobile d’altri tempi, gli aveva donato un bel portamento austero ed elegante. Quinto di undici figli, il piccolo Carmine trascorreva le giornate in modo spensierato, giocando coi suoi fratelli e qualche volta aiutando i genitori nel lavoro di masseria, quella masseria in cui le stagioni si susseguivano facendo sfoggio ciascuna del proprio colore, passando dal rosa confetto dei fiori di pesco al rosso corallo e, poi, più intenso dei pomodori pronti per essere raccolti e conservati,
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dal marroncino dei frutti dei noci e di qualche castagno all’arancio vivo dei cachi, dei mandarini e delle arance mature.
La giornata cominciava la mattina presto quando mamma Filumena, dopo aver munto le mucche, chiamava a raccolta i bambini che si mettevano in fila, ciascuno con in mano la propria tazza, e aspettavano con impazienza il loro turno per riempirla di quella prelibatezza, che sembrava una panna dolce e leggera, piuttosto che un semplice latte. L’erba della masseria, infatti, gli conferiva un sapore ed una consistenza unici. Quando, nei pomeriggi assolati, i genitori cedevano alle lusinghe di Orfeo schiacciando un pisolino ristoratore prima di ricominciare il duro lavoro di contadini, la masseria, per qualche minuto, restava nel silenzio più assoluto, ma la pace durava poco, interrotta com’era dai gridolini allegri dei bambini che, nell’incoscienza giovanile, si divertivano a spezzare gli innesti praticati sulle piante da frutto, ignorando il meticoloso lavoro degli adulti. Allora sì che le grida di rimprovero arrivavano fin giù al centro del paese, ridestando la masseria dal suo torpore. – Mannaggia ‘a miseria! Chi è stato? Si v’acchiappo ve faccio passa’ ‘a voglia ‘e pazzia’!
Ah, che belle quelle serate trascorse a scartare le foglie e i ramoscelli dalle olive, ascoltando i racconti di zia Adelaide e zia Genoveffa nei quali il connubio tra realtà e fantasia era così ben tessuto che ai bambini sembrava di avere davanti agli occhi le scene descritte, proprio come se fossero state parte integrante della realtà circostante! Quello che era un lavoro diventava, quindi, una festa. Ma, d’altra parte, con una famiglia così numerosa, era sempre festa. E che dire della raccolta dei pomodori a cui partecipava tutto il vicinato? Aiutarsi l’un l’altro era una prerogativa dei contadini di via Casa Aniello che trascuravano le proprie faccende pur di accorrere in soccorso di chi era in difficoltà, e alla fine tutto si concludeva sempre con una scorpacciata di pannocchie lesse o arrostite che, chissà perché, avevano un profumo e un sapore mai più ritrovati.
La domenica mattina ci si alzava presto per prepararsi e andare a messa. Mentre i bambini più piccoli facevano i capricci, perché volevano dormire ancora un po’ e si tiravano in continuazione su la coperta che mamma Filumena gli scalzava, Carminuccio era sempre il primo ad essere pronto e aspettava con impazienza tutti gli altri perché era ansioso di arrivare in chiesa e soprattutto di sedersi ai primi banchi. Adorava ascoltare le parole del sacerdote, che invitava tutti ad essere buoni, ad aiutare il prossimo e a seguire le parole di Gesù: Ama il prossimo tuo come te stesso!
Soprattutto gli piacevano le parabole e, in particolare, quella del “Buon Samaritano”.- Come è possibile che un uomo si prodighi tanto per un suo simile? – si chiedeva – E, per di più, per uno sconosciuto che ha incontrato casualmente per strada? Solo Gesù può fare questi miracoli! – pensava. E per questo lo amava tanto.
Finita la messa, mentre i genitori si intrattenevano con i conoscenti scambiandosi informazioni sui vari raccolti e consigli su eventuali malattie delle piante, il piccolo Carmine invece di giocare con gli amici, preferiva intrattenersi ancora un po’ all’interno della chiesa ad ammirare estasiato Gesù crocifisso e le statue dei santi, soprattutto quella di San Gerardo che, con la sua espressione umile, lasciava trasparire tanta dolcezza e bontà, una bontà che lui gli invidiava tanto.

Carminu’, ma che fine hai fatto? Tutte le volte la stessa storia. Dobbiamo tornare a casa, devo preparare ancora il sugo! – gridava la mamma. Ma Carminuccio sembrava non sentire i suoi richiami infuriati e restava lì a contemplare tutta quella bellezza ancora per un po’.
Una domenica chiese ai genitori il permesso di risalire alla masseria più tardi, insieme a zia Adelaide e Genoveffa, le quali, essendo ancora zitelle, erano state invitate a pranzo dai suoi genitori e non avevano l’impegno di cucinare. Ci volle poco per convincerli, perché in fondo erano contenti del grande amore che il loro Carminuccio nutriva per la parola di Dio. Il piccolo corse subito da don Davide. – Don Davidu’, don Davidu’, che cosa vuol dire “Ama il prossimo tuo come te stesso”?
-Vuol dire che tutte le persone che incontri, per te devono essere uguali ai tuoi fratelli e alle tue sorelle e gli devi voler bene allo stesso modo, soprattutto se hanno bisogno di aiuto. Ma allora è facile, ci vuole poco!

Non è così per tutti – aveva aggiunto il sacerdote – c’è anche chi ritiene che sia la cosa più difficile del mondo.
Il piccolo Carmine, però, non ne era convinto perché pensava a quando era morto il loro vicino e la sua mamma per una settimana intera aveva cucinato per la moglie e i figli, finché non avevano cominciato a superare un po’ il dolore della tragedia e, a riprendere il lavoro dei campi. Certo, avevano dovuto tutti sacrificare un po’ del loro cibo per dividerlo con i vicini ma… non era stato poi così difficile.
Quella sera Carminuccio non riusciva a prendere sonno, si girava e rigirava nel letto e pensava a quanto dovesse essere doloroso perdere un familiare e a quanto, potesse diventare triste la vita di chi resta. Piano piano, però, l’angoscia aveva cominciato a lasciare il posto ad un senso di serenità: – Morire è l’inizio del viaggio per raggiungere la vita eterna e incontrare Gesù – si ripeteva, così la morte sembrò non fargli più paura e finalmente… si addormentò.
L’indomani mattina, però, mentre percorreva la strada per andare a scuola, continuava a pensare alla promessa dell’immortalità futura, insieme al desiderio di ogni cristiano di poter incontrare un giorno Gesù e, arrivato a scuola, non riusciva a distogliere lo sguardo dal crocifisso:più lo guardava e più si sentiva attratto da quella espressione che, nonostante la sofferenza, emanava dolcezza e soavità. A nulla servirono le gomitate di Arturo, il suo compagno di banco e amico di scorribande e merende, il quale cercava di riportarlo alla realtà e all’imminente interrogazione di matematica:

Carminu’ – gli aveva sussurrato – la maestra ti sta guardando!
All’improvviso si sentì forte la voce della maestra Giulietta:

Coppola, visto che sei così attento oggi, dimmi: quanto fa sette per otto?
Il piccolo Carmine, anche se era spesso assorto in quei pensieri piuttosto particolari per un bambino della sua età, amava la matematica e lo studio in generale, per cui rispose in modo quasi immediato e correttamente.
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Amava molto anche quella maestra che, con grandi sacrifici, partiva la mattina presto da Napoli, dove abitava, per venire ad insegnare a S. Antonio Abate, rientrando a casa solo nel pomeriggio inoltrato, quando faceva già lumascuro. Ammirava quei suoi grandi occhi azzurri, sempre velati di tristezza, per il rammarico di non essere riuscita a trattenere il suo fidanzato, partito per l’America in cerca di fortuna. Purtroppo, non accettava che fosse la sua donna e non lui a lavorare, e nonostante le lacrime di Giulietta se ne era andato con la speranza di ritornare presto e la consapevolezza di entrambi che non si sarebbero più rivisti. Arrivava ancora qualche lettera ogni tanto, e anche lei gli scriveva, ma il loro contenuto diventava sempre più freddo, man mano che si facevano più rade. Quei bambini erano diventati, quindi, la sua consolazione e grazie a loro riusciva a non pensare al suo immenso dispiacere. Anche loro le erano affezionati e pendevano dalle sue labbra ogni qualvolta parlava di qualcosa di nuovo o raccontava loro qualche storiella, in particolare quel bambinone dal cuore buono che teneva tutti i suoi poveri risparmi in un sacchettino portava sempre appeso al collo per paura che qualcuno dei suoi fratelli potesse sottrargliene un po’, impedendogli non di comprare un dolce o le caramelle quando la domenica usciva dalla messa, ma di aiutare qualche amico che si trovasse in difficoltà.
In quegli anni era consuetudine, per i sacerdoti redentoristi, annunciare il Vangelo attraverso delle missioni popolari basate su una predicazione chiara, con l’intento di svegliare le comunità dal torpore spirituale e di strappare le masse più povere all’ignoranza e alla superficialità religiosa. I missionari redentoristi continuavano il
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carisma di Sant’Alfonso nella Chiesa e nella società, erano apostoli di fede profonda e di ardente carità, praticavano la preghiera costante. Come uomini apostolici e figli genuini di quel grande Santo napoletano, seguivano gioiosamente Cristo Salvatore, erano partecipi del Suo mistero e annunciavano la Sua parola con grande semplicità. Vivevano preoccupati di seguire l’esempio degli apostoli per diventare soci di Gesù nell’opera di redenzione dell’umanità. La metodologia missionaria era basata sulla necessità di andare incontro alle esigenze dei seguaci. Basti pensare che la campagna missionaria iniziava a novembre e si interrompeva durante il periodo pasquale ed estivo, quando gli abitanti delle campagne erano più impegnati; gli stessi esercizi di missione si svolgevano al calar del sole, quando i lavori dei campi erano sospesi. I missionari, infatti, nell’ottica alfonsiano-redentorista, con il nobile intento di trasmettere la fede e coltivarla, non aspettavano che il popolo si recasse da loro ma organizzavano gli incontri pastorali proprio dove la gente viveva, alla costante ricerca di una pecorella smarrita e di vocazioni.
Fu così che questa forma di apostolato arrivò anche a S. Antonio Abate, e nell’autunno del 1938 una delegazione di giovani sacerdoti redentoristi venne ad annunciare la Parola di Dio, cominciando dalla chiesa del Buonconsiglio, dove ogni mattina presto si celebrava la santa messa, per poi spostarsi ogni sera, via via, nei vari rioni. Provenivano dal vicino Seminario di Lettere dove Carminuccio era stato parecchie volte con i genitori per portare ai confratelli delle semplici offerte, consistenti soprattutto in ortaggi e frutta della loro terra. Ci si arrivava a piedi attraverso una strada impervia dove si trovavano spesso cumuli di pietre messi lì per impedire il fluire violento dell’acqua in caso di forti piogge e che dovevano essere scavalcati per poter proseguire, creando molto disagio ai viandanti. Nonostante ciò, o forse proprio in virtù di ciò, ogni volta era un grande divertimento perché, malgrado le raccomandazioni di mamma Filumena:

Criatu’, state attenti, non vi rincorrete, questa strada è troppo pericolosa e troppo in salita, rischiate di cadere! Ogni tanto, infatti, uno dei bambini faceva un bel ruzzolone e puntualmente veniva deriso da tutti gli altri.
A Carmine piaceva molto arrivare fin lassù perché poteva ammirare il suo paese dall’alto, con le sue casette dai comignoli fumanti, i campi ordinati e gli alberi da frutto in bella mostra; poteva anche scorgere il mare che non aveva mai visto da vicino, ma che lo incuriosiva tantissimo perché era stato il protagonista di vari racconti della maestra Giulietta.
Quello che soprattutto gli piaceva di queste passeggiate era entrare in chiesa e stare a contemplare le statue dei santi, il cui volto emanava grande dolcezza e serenità, nonostante il martirio subito dalla maggior parte di loro. Ogni tanto il padre Superiore, padre Celestino, gli raccontava la storia di San Michele, l’angelo guerriero di Dio che trafiggeva il demonio con la sua spada, quella di Sant’Antonio Abate, vissuto nel deserto da eremita, senza acqua né cibo e tentato continuamente da Satana, o la storia di Santa Lucia, la giovane Santa risparmiata miracolosamente dalle fiamme che la lambivano. La sua preferita era, però, quella di Santa Teresa, la Santa morta di tubercolosi alla giovane età di ventiquattro anni, la quale aveva fatto della carità il principio della sua vocazione e proponeva di ricercare la santità non nelle grandi azioni ma negli atti quotidiani, anche i più insignificanti, a condizione di compierli per amore di Dio.
Erano racconti reali che parlavano di persone reali che avevano fatto, però, cose straordinarie.
L’arrivo dei giovani sacerdoti al rione di Casa Aniello fu accolto con grande gioia da tutti gli abitanti. Ci fu un grande banchetto preparato dalle massaie e molto apprezzato dai sacerdoti i quali, dopo aver mangiato, trasformarono quel momento di convivialità in un momento di annuncio straordinario della Parola di Dio, di preghiera e di riflessione.
Le parole che colpirono un po’ tutti, ma in particolare il piccolo Carmine, furono quelle pronunciate da Giacomo, il sacerdote più giovane del gruppo, il quale espose il pensiero di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori con un tono di voce potente e suadente che richiamò l’attenzione generale: – Cari fratelli, la nostra unica preoccupazione deve essere la gloria di Dio da cui nessuno è escluso. Tutti sono chiamati alla santità, ciascuno nel suo stato: il religioso da religioso, il sacerdote da sacerdote, il mercante da mercante, il soldato da soldato… Dio non è vendicativo ma misericordioso, e nessuno deve avere mai paura di lui, perché è pronto a perdonarci in ogni momento! Egli ci ama così tanto da donarci il suo unigenito Figlio. Questo ci fa capire che non è giudice ma amore, come ci dimostra il Cristo crocifisso e risorto per noi.
All’improvviso, in mezzo alla folla si udì una persona gridare: Però noi siamo peccatori!
Padre Giacomo non si scompose e continuò: – Se è vero che c’è il peccato, è più vero che Dio non si è mai tirato indietro, ha offerto la sua redenzione a tutti, a ciascun uomo di tutti i tempi e, soprattutto, ha voluto che anche Suo figlio fosse un uomo. È l’ignoranza che conduce al peccato e solo l’amore per il Vangelo, che è buona novella, lieta notizia e non strumento di terrore, può aiutarci a sfuggirlo, ovviamente insieme alla preghiera. Si deve pregare: più si prega, più si impara a pregare e più si evitano il peccato e la dannazione. Tutti devono desiderare la Santità e noi siamo qui proprio per mettere nel vostro cuore un cuore di santi, di grandi santi, come voleva Sant’Alfonso.
Seguì un applauso fortissimo e ognuno tornò alla propria casa con una fede e una forza completamente rinnovate. In quel momento, nella mente di Carminuccio riaffiorarono chiare e nette le parole di rimprovero che mamma Filumena era solita urlargli ogni qualvolta si lasciava andare a vivaci litigi col fratello Peppino: – Carminu’, tu mi farai morire dannata!
Quelle parole lo lasciavano sempre molto turbato, non solo perché la mamma parlava della sua morte ma perché non riusciva a capire il significato della parola “dannazione”, sapeva solo che doveva essere qualcosa di terribile di cui anche la mamma aveva grande timore e che lo lasciava agitato per giorni e giorni. Ora, finalmente, quel significato lo aveva compreso e aveva compreso anche in che modo avrebbe potuto evitare che la mamma potesse finire “dannata”.
Qualche mattina dopo, Carminuccio si alzò più presto del solito e si preparò per andare a messa nella chiesa del Buonconsiglio, come era consuetudine da quando erano arrivati i missionari. Quella mattina, però, non aspettò i genitori e i fratelli, ma si avviò da solo, tanto era forte il desiderio di ascoltare la parola di Dio e… di trasformare il suo cuore di semplice in un cuore di santo.
Non si può neanche immaginare lo spavento di mamma Filumena quando non lo trovò nel suo letto, e neanche nella stalla:

Carlanto’, Carlanto’, Carminuccio è sparuto! Criatu’, qualcuno di voi l’ha visto? – gridava con le mani tra i capelli.
Dopo un po’ che lo stavano cercando, però, la mamma cominciò ad avere un presentimento:

Carlanto’, vuoi vedere che questo se n’è andato già in chiesa?
Tutta la famiglia allora corse subito al Buonconsiglio e con grande meraviglia trovò il piccolo Carmine che, in ginocchio, pregava davanti alla chiesa ancora chiusa. Nessuno disse nulla ma restarono ad osservarlo in silenzio finché non arrivò l’ora della messa, quando le campane cominciarono a suonare e la porta della chiesa si aprì, permettendogli finalmente di entrare.
I giorni della missione dei giovani redentoristi a Sant’Antonio Abate trascorrevano velocemente, troppo velocemente per il piccolo Carmine che la mattina era sempre il primo ad alzarsi per il timore di fare tardi alla celebrazione eucaristica e la sera, appena faceva lumascuro, era il primo ad uscire in cortile e a esortare tutti gli altri: – Mamma, papà, muoviamoci altrimenti faremo tardi! Va a finire che ci perdiamo la lettura del Vangelo!
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Ogni tanto il fratello Nicola lo prendeva in giro: – Carminu’, ma non è che te vulisse fa’ prevete! Vedi che il prevete della famiglia deve essere Peppe!
Lui però non rispondeva e lentamente cominciava ad avviarsi verso il rione in cui era fissato l’appuntamento quella sera, aspettando che gli altri lo raggiungessero.
In cuor suo pensava al vuoto che avrebbe lasciato in lui la partenza dei sacerdoti e alla tristezza che sicuramente lo avrebbe assalito quel giorno. Giorno che inevitabilmente arrivò e che gli insinuò dentro un pensiero, l’unico pensiero che lo rendeva un po’ più sereno: li avrebbe seguiti e sarebbe andato con loro al seminario. Più passava il tempo e più questo pensiero si faceva strada dentro di lui, tanto che non riusciva a pensare ad altro, neanche alla preoccupazione e al dolore che avrebbe procurato ai genitori non vedendolo più rientrare dai giochi in cortile, dove era solito trascorrere il pomeriggio. D’altra parte, non aveva il coraggio di chiedergli il permesso perché capiva che sicuramente glielo avrebbero negato a causa della sua giovane età.
Non sapeva che cosa lo avrebbe aspettato una volta arrivato al convento ma sapeva che quella era la sua strada, così saltò il muretto che separava la masseria dalla via che portava a Lettere e, seguendo le sottane nere a debita distanza, si avviò verso il convento. Se fosse stato possibile guardare quella visione dall’alto si sarebbe visto un insieme di grossi punti scuri che procedevano sicuri verso su e, un po’ più in lontananza, un piccolo puntino colorato che li scortava a loro insaputa procedendo con quella stessa sicurezza.
Dopo pochi minuti dal rientro dei padri, qualcuno suonò al campanello del seminario. Non è possibile immaginarsi la meraviglia di padre Celestino quando, aprendo il portone, si trovò di fronte un bambino.

Ué! E tu che ci fai qui? Ma soprattutto chi sei?

Mi chiamo Carmine Coppola e sono qui perché voglio diventare un sacerdote come voi e come quelli che sono venuti al mio paese. Voglio diventare un padre missionario!

E i tuoi genitori lo sanno?

Sì… veramente… forse… mamma… papà…

Sì o no? – insistette padre Celestino.

In verità, no – dovette confessare Carminuccio.
Il sacerdote, sentendo forte la responsabilità di questa situazione, chiamò i padri che erano stati in missione chiedendo spiegazioni. Questi riconobbero subito il bambino che non aveva perso nessuna delle loro prediche:

Ma tu sei Carminuccio, il figlio di Carlo Antonio “ ‘o barone” e donna Filumena! Ma ci hai seguiti? Perché non ci hai detto niente?

Avevo timore che me lo avreste impedito!

Comunque, qua non ci puoi stare senza l’autorizzazione dei tuoi genitori. Adesso ti riaccompagniamo a casa!
Proprio in quel momento si trovò ad entrare Bonaventura, il fattore che si occupava della vigna adiacente al convento, e appena vide il bambino esclamò: – Carminu’, e che ci fai qua?

Ma vi conoscete? – chiese padre Celestino.

Sì, è zio Venturo, il marito di zia Vienna, sorella di mio padre.

Proprio così, sono lo zio. Ma che succede, perché si trova qui?

Vuole restare in convento, ha detto che vuole diventare sacerdote – spiegò padre Celestino.

Potrebbe andare lui ad informare i miei genitori e sicuramente gli diranno di sì – suggerì Carminuccio.

No – rispose calmo il padre – zio Venturo potrebbe riaccompagnarti a casa, parlare con i tuoi genitori e riportarti qua con tuo padre, per darci il suo consenso nell’eventualità che fosse d’accordo, altrimenti non se ne parla proprio, sei troppo piccolo per decidere da solo su una cosa così importante.
Suo malgrado, Carminuccio, a testa bassa, riprese la strada di casa insieme allo zio.
Nel frattempo a Casa Aniello stava succedendo il finimondo perché il piccolo Carmine non si trovava da nessuna parte. Ognuno dei fratelli aveva avuto il compito di cercarlo in un posto diverso: dietro i covoni, dove era solito nascondersi quando giocavano ad acchiapparella, dentro la stalla dove andava spesso a giocare con i vitellini appena nati o tra i filari di viti dove andava a spizzicare gli acini di uva matura, ma senza alcun risultato. Anche questa volta fu la mamma ad avere qualche sospetto, soprattutto dopo che la sorella Maria aveva confessato che la sera precedente Carminuccio si era tolto dal collo il sacchettino con i risparmi e, senza nessuna esitazione o spiegazione, li aveva equamente divisi tra tutti i fratelli ai quali, ovviamente, le spiegazioni non interessavano per niente, tale era la contentezza per quel regalo inaspettato.
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Carlanto’, vuoi vedere che questo se n’è andato appresso ai prieveti – disse la mamma – ma tu guarda che si so’ firati di fare, sono riusciti a far venire la vocazione pur’ a nu criaturo, con le loro parole! Hai visto come era triste al pensiero che se ne dovevano andare?

Filume’, ma che vai dicenno? Chillo starà giocando da qualche parte.

Dài retta a me, io me lo sento. Vallo a cercare là, che là lo trovi.
Il padre, allora, armato di santa pazienza, s’incamminò alla volta di Lettere, ma non ci dovette arrivare perché, proprio a metà strada, trovò Carminuccio che scendeva insieme a suo cognato il quale gli raccontò per filo e per segno quello che era successo. Ormai non c’era dubbio: il destino di quel bambino era segnato, non gli restava che convincere la moglie, altro che rimproverarlo! In verità, ci volle poco, perché donna Filumena in cuor suo lo aveva capito fin dal primo giorno in cui erano arrivati i missionari. Nonostante la tristezza perché il figlio avrebbe dovuto lasciare quella casa, era felice per lui e, sotto sotto, anche a lei faceva piacere che suo figlio avesse acquisito i valori cristiani al punto tale da voler diventare un religioso.
In tutta fretta gli preparò il corredo necessario, aiutata dalle comari del vicinato che cercarono di starle vicino e di darle dei consigli su come affrontare questa esperienza nuova e molto particolare per lei. Quando tutto fu pronto, non riuscì ad accompagnarlo tanto era grande l’angoscia del distacco, riuscì soltanto ad abbracciarlo e ad augurargli buona fortuna, con gli occhi pieni di lacrime di commozione e anche di gioia, rivelando la grande vulnerabilità che l’amore per un figlio era in grado di evidenziare anche in una donna tutta d’un pezzo, severa ed inflessibile, come poteva essere una donna di quei tempi. Questa incombenza toccò quindi al papà, insieme a zio Venturo. Prima di partire, però, gli disse: – Carminu’, bell’ ‘e papà, sappi che se salti questo muretto, non potrai più tornare indietro, dovrai restare là pure se non ti troverai bene o se sentirai la nostra mancanza.
Carminuccio non se lo fece dire la seconda volta e, saltato il muretto di recinzione della masseria, cominciò a camminare con passo spedito, nonostante la strada fosse fortemente in salita e nonostante i cumuli di pietre da scavalcare, senza curarsi di lasciare indietro il padre e lo zio, tanto era grande il desiderio di raggiungere il prima possibile Lettere.
Fu così che nel febbraio del 1938, il piccolo Carmine Coppola, figlio di Carlo Antonio “ ‘o barone” e di Filomena Cascone “ ‘a catarella”, alla giovanissima età di undici anni entrò nel convento dei seminaristi a Lettere per diventare padre missionario redentorista dell’ordine di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori e per trasformare il suo cuore di semplice… in un cuore di santo.

Annunziata Alfano

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