L’ultimo viaggio

Dopo i saggi e le poesie pubblichiamo oggi L’ultimo viaggio di Maria Letizia Pecoraro, racconto classificatosi al 4° posto ex aequo nella Sezione Narrativa.

L’ultimo viaggio

L’Altrove è un viaggio senza meta. Ne conosciamo il punto di partenza, attendiamo di esplorarne di tappa in tappa il percorso, ma la meta è sempre un passo più in là di ciò che crediamo di vedere. Si svegliò presto, incapace di sedare un pensiero ossessivo: chi era? Quel viso, i capelli e quegli occhi dallo sguardo senza un confine: no, non l’aveva mai vista, non l’avrebbe scordata. Un senso sottile d’angoscia remota, senza fondamenta, lo lambì come un’onda imprevista. Dov’era? Il letto tiepido gli restituiva il sentore di un’estate non più sua; i rumori che affioravano pigri, arrampicandosi su piante pazienti, non erano i suoi, pur portandosi dietro un corteo di ricordi, una specie di mappa dei sensi. Era a Casa. No, non la sua, di città, non quella che raccoglieva i suoi libri, le sue notti solitarie, i suoi deliri, le sue cadute. Quella era la casa dell’uomo che era diventato, Si era svegliato, invece, nella Casa del suo paese che aveva lasciato a vent’anni, scappando. Era un martedì di settembre, appena fuori dall’estate convenzionale e chiassosa dei ferragostani, dentro lo strascico di quella stagione ridanciana e scollacciata che, a queste latitudini, si protrae per inerzia, sospinta dallo scirocco. Aveva deciso di passare qualche giorno giù, nel suo paese, per rivedere i suoi – aveva detto, cercando un appiglio a cui aggrappare quella strana voglia di famiglia paesana che lo tormentava da mesi, inspiegabile agli occhi dell’uomo che si era costruito. Rocco era uomo di quasi sessant’anni, quaranta dei quali vissuti altrove, distante dal lembo d’Italia che l’aveva visto nascere e che aveva ospitato le sue scorribande di giovanotto ribelle. Era stato un ragazzo bello, sfrontato come può esserlo chi sa sedurre, odioso nei modi, a volte, come da cliché del fascinoso rivoluzionario che rade al suolo ciò che diverge da lui. Di quella sua bellezza restava la folta chioma e lo sguardo penetrante e sempre vagamente indisponente. Era andato via dal paese per studiare, scegliendo la più bella e seducente delle città del Nord, ammaliato dal richiamo di un’aura rivoluzionaria e fremente che là dove era nato mancava. Partendo aveva lasciato un pugno di case arrampicate su un cumulo di rocce sbianchite che gli abitanti del borgo si ostinavano a chiamare collina – 131 metri sopra il livello di un mare che tentava di lambire il paesello da est e da ovest, senza tuttavia riuscire a farne località marina. Era scappato via, Rocco, rincorrendo un sogno o forse solo sospinto dalla gran voglia di vivere un anonimato che gli consentisse la libertà. Era ritornato, nel corso di quei quarant’anni, periodicamente, come si conviene ma senza soggiacere ai vincoli del dovere. Da qualche anno gli accadeva che il passato si affacciasse, cauto, proponendogli un armistizio che riportasse in pari il bilancio. Rocco aveva a lungo ignorato quella spina che gli si conficcava nel fianco. “In fondo – si diceva – la mia vita non ha più altri confini che questa città, le persone che amo e che ho amato e che, in un modo o nell’altro, fanno la mia vita. Perché andare, a cercare cosa, poi…” Ed archiviava ogni volta la sua voglia di tornare. Fino a quell’estate. Aveva deciso tutto a un tratto: la mattina, davanti al primo caffè, si era chiesto cosa farne di quei dieci giorni di ferie. Giocherellava con il cellulare – era stato sedotto pure lui dal ponte virtuale che quell’aggeggio gli offriva. Marchingegno infernale lo chiamava, qualche tasto battuto e t’agganci al vecchio amico, all’amante ormai straniera, a quella ragazzina che non hai fatto in tempo a veder sbocciare. Guardò il calendario, era il 7 settembre, non sarebbe rientrato al suo posto di lavoro che tra 10 giorni, volendo poteva chiedere un’altra settimana – accumulava giorni di ferie non godute fino a che non era costretto a farlo. Aprì la finestra che dava sulla strada, il caldo saliva sull’asfalto annunciando un’altra giornata infuocata da consumare nella noia. “Parto” pensò. Riempi una vecchia borsa da viaggio delle poche cose di cui credeva di aver bisogno, fece un rapido giro per le stanze, chiuse il gas ed uscì. In macchina controllò l’ora, un ultimo sguardo al cielo di città ed imboccò piano la strada in direzione sud. Lo avevano sobillato, forse, le chiacchiere incrociate dei giorni precedenti. Aveva riannodato brandelli di amicizie lasciati andare, lì al paese, aveva intuito un nuovo fermento che lui non conosceva, in quella piazza stretta dove, più di quarant’anni prima si divertiva a far sputare fumo alla sua moto, per provocare una reazione stizzita alle anime sfocate che in quel luogo consumavano lunghe ore. Erano le 7, avrebbe guidato piano attraversando l’Italia e la giornata per approdare sulla sua collina: 131 metri sopra il livello dei due mari che l’abbracciavano e la sua amata Ellade un passo più in là ad aspettare.
Erano passate da poco le sei del pomeriggio, il sole ancora infuocava il cielo recalcitrante a compiere la sua parabola, Lecce era alle spalle e si accingeva a consumare gli ultimi cinquanta chilometri che lo separavano da Casa. Guidava senza fretta, pur sentendo salirgli dentro la pancia un senso di impazienza nuovo, un solletico dei sensi che da giovane accompagnava i suoi incontri migliori. Adesso andava verso quattro vecchie mura restaurate e pittate di bianco smagliante, tra le premure eccessive di due sorelle affamate d’affetto e bisognose di nutrire altre bocche che non fossero le loro; s’attendeva, certo, di rivedere qualche vecchio amico occasionalmente anche lui in vacanza, oppure quei tre o quattro che sapeva di trovare esattamente lì dove li aveva salutati con la pelle ancora liscia e i capelli svolazzanti tutti corvini ancora. Avrebbe di sicuro stretto la mano ai nuovi che, sia pur crescendo a due passi da lui, non aveva che guardato da lontano: quella nuova diavoleria di un feisbuc li aveva ripescati e presentati e – si diceva spesso – aveva capitolato al cospetto di certe menti, aveva coltivato, sospingendoli, alcuni talenti ancor giovani ma promettenti, aveva dato delle chance a chi da ragazzo avrebbe falciato via sotto le ruote furibonde del suo destriero ruggente. Insomma aveva costituito un piccolo esercito di amici che attendevano una stretta di mano ed un caffè, prima di essere annoverati tra quelli veri. Forse era quest’attesa, forse l’età gli stava cambiando i connotati e le proporzioni e lo stava rincoglionendo, smussando i suoi taglienti artigli con la lima del sentimento, di certo ora entrava in paese dalla via principale con un sentimento strano molto simile dall’emozione. Tagliò in due la piazza principale mediamente affollata di uomini e tendoni sotto i quali galleggiavano palloncini dalle forme strampalate, orrendi giocattoli cinesi e, poco più in là, sacchi di juta rivoltati mostravano frutta secca pronta da sgranocchiare. “Che strano – si disse – che cosa mi son perso?” Sembrava d’essere in una piazza dei balocchi. Poi la risposta: sulla sua sinistra, dove la piazza s’allargava per offrire allo sguardo il perimetro solenne del castello, disposti in nell’ordine, un drappello di suonatori strimpellava un motivo andante a ricordare che era giorno di festa. Pescò nel fondo nero dei suoi ricordi e, proprio lì dove risuonava l’eco di un’altra banda, trasse il nome di quella festa solenne che chiudeva l’estate al suo paese, la Natività della Beata Maria Vergine, per i suoi paesani la Festa della Madonna in cammino. Rise pensando che aveva scelto il periodo migliore per il tuffo in quel circo che era il paese nella sua testa. Si sarebbe divertito un mondo, pensò, spegnendo il motore dell’auto. Le rose rampicanti tirate su per le colonne del portico, le due aiuole simmetriche che sembravano disegnate da una tratto infantile, la siepe di due verdi tenuta bassa a contornarle e, in un angolo, due gatti obesi lo guardavano sospettosi: era tornato a Casa, tutto uguale a prima, a sempre, quasi un presepe da tirar fuori quando da dentro si avvertiva netto il bisogno di un Natale. La mattina saliva lenta dalla finestra aperta. Aveva bisogno di un caffè e poi sapeva che avrebbe trascorso il resto delle ore a cercare quegli occhi grigi come l’acciaio e senza fondo come il mare cupo di certe giornate d’inverno. Lo aveva tormentato tutta la notte quello sguardo appiccicato a lui, come lo scirocco di settembre. L’aveva seguito in ogni passo, lontana, eppure quasi dentro lui. L’aveva scorta per caso, la sera prima, in piazza. Era ai margini della folla, si muoveva assorta, quasi estranea al luogo, elegante e bellissima, in un lungo abito di lino chiaro che le sfiorava i piedi nudi, i capelli neri e lisci le ricadevano ai lati del viso pallido a far da cornice a quegli d’occhi impossibili da dimenticare: duri e lucenti al tempo stesso, difficile sondarne la profondità senza sentirsi perduti in essi Doveva essere una turista, una delle tante che aveva visto fermarsi ad ammirare quelle pietre che lui aveva calpestato a lungo, da ragazzo, senza coglierne fascino alcuno. Aveva sentito il suo sguardo di piombo fuso da subito, lo sentiva percorrergli la schiena, fermarsi fisso come un chiodo nella nuca. Tentava invano di scrollarselo di dosso ma lei, pur distante e persa tra i pensieri e la folla, era con lui. Quella mattina gli pareva che fosse stato quello sguardo a togliergli via il lenzuolo, a spalancare la finestra per trarlo a sé, come un abbraccio sensuale e terribile. Lo inquietava, gli aveva tolto il sonno, quella strana donna, aveva vagato tutta la notte per le strade larghe dei pensieri, desiderando un gancio a cui sostenersi, scrollando la testa nel tentativo infantile di svuotarla di lei. La ritrovò la sera, ancora lì, tra la gente, uguale a ieri, stesso vestito, ancora scalza, ancora quello sguardo. Sembravano danzare un ballo antico di seduzione. “Probabilmente è una ragazza in cerca di un’avventura nuova” si disse Rocco tornando a casa. “Domani le parlo, mi ricordo ancora come si seduce e conduce una donna”. Su quelle parole tentò di trovar pace, mentre il passato riprendeva a scorrergli davanti. Da quando era arrivato in paese il suo pensiero correva sfrenato dentro e fuori il suo tempo, cercava persone lasciate indietro mille anni prima, si lasciava condurre nella corrente della sua lingua natia e spasmodicamente si
aggrappava alle parole antiche, come fossero scogli salvifici. Non capiva cosa gli stesse accadendo. Si sentiva stregato, in preda ad un incantesimo e ogni volta il pensiero tornava a quegli occhi, a quei capelli corvini che sulla schiena sembravano dividersi per far spazio a qualcosa. “Potrebbero spuntarle un paio d’ali, proprio lì su quelle protuberanze lievi” pensò. Poi si scrollò e deridendo i suoi deliri si disse che erano solo le scapole sporgenti di una ragazza troppo magra. Rabbrividì nel caldo afoso dello scirocco settembrino. Avrebbe anticipato la partenza – si disse quasi arrabbiato – quella lentezza indolente che aveva odiato da ragazzo e che aveva ritrovato intatta, lo stava portando alla follia. L’alba del terzo giorno in letto straniero, lo sorprese in un sonno agitato e popolato dei fantasmi della sua esistenza. Si alzò in fretta, aveva già annunciato la sua partenza alle sorelle incredule. Avevano sperato di trattenerlo ancora, ma sapevano che con Rocco non c’erano catene capaci di fermarlo in quel posto. Percorse senza sosta i chilometri che lo separavano da casa, quella della sua vita scelta. I rumori della città, il lavoro, le sue abitudini avrebbero ricondotto entro gli argini quel fiume in piena che gli sembrava d’essere diventato. Gli girava la testa, una sensazione di vertigine e una stanchezza nuova lo fecero arrancare fino alla porta. Erano passati quattro giorni in tutto da quando un impulso improvviso lo aveva spintonato sulla strada lunga dei ricordi in quel pellegrinaggio fino al suo paese. Non capiva. Forse non era poi così importante capire. Si buttò sul letto senza spogliarsi e dormì fino al mattino un sonno cupo e pesante come piombo. Come quegli occhi, che ancora sentiva sul corpo dolorante. Sentiva addosso la pesantezza di ogni anno trascorso, sentiva scricchiolare le ossa, quasi un gemito ad ogni passo. Doveva aver preso l’influenza in quella scorribanda avventata di settembre. Furono le ultime parole dette a se stesso, prima di saltare sul treno della vita quotidiana, scandita tra ufficio, spesa, casa da single e il libro che da anni scriveva. Da mattina a sera, ogni giorno uguale. Senza scossoni, se non fosse per quei dolori sordi che lo tormentavano da giorni. Dicembre arrivò prima che avesse archiviato quei giorni di settembre. Per un pagano come lui, dicembre era null’altro che un ponte di passaggio all’altro anno; nessun fascino per le luci, i canti. Nessun afflato emotivo lo accendeva. Non aveva mai obliterato il biglietto del Natale. Se lo ripeteva come un mantra caricando in macchina in paio di scatoloni pieni di libri e una vecchia borsa da viaggio con le poche cose che credeva gli sarebbero servite. Non stava bene: aveva scoperto, dopo l’estate, che quei dolori sordi e costanti erano un segno, aveva imboccato l’ultimo sentiero. Erano stati giorni di un dolore straziante, mentre metabolizzava quel colpo tremendo inferto a tradimento: sei mesi ancora, a patto di passarne almeno tre a farsi torturare; molto meno nel caso in cui avesse davvero perseguito il suo folle intendimento di lasciar scegliere al Fato come e quando traghettarlo altrove. Poi, quando la decisione fu presa, ebbe altro a riempire le sue giornate: aveva un libro da ultimare, decine di amici con cui ancora parlare, silenzi da tessere per ricordare. Era certo che, ovunque fosse andato in un dopo supposto, avrebbe portato con sé una valigia di pensieri e ricordi, ben più grande della sua borsa da viaggio. Sperava di star bene abbastanza a lungo, quel giorno, da riuscire a guidare fino a Casa. Era la sua ultima tappa. Si girò a cercare lo sguardo di piombo fuso, i capelli corvini. Era rimasta con lui da quei giorni di settembre, era diventata la sua compagna di vita, la sua ombra. A volte era così conscio della sua presenza da parlarle. Ed era già successo che lo guardassero con sospetto, a volte con compassione, come si fa con chi delira. Si era abituato allora a blindarsi nei suoi pensieri, per non dover spiegare ciò che lui stesso stentava ancora a veder chiaro. Rabbrividì e prese a tossire forte. “Devo sbrigarmi, vero?” domandò a quel viso bellissimo e senza respiro . “Devo sbrigarmi” si disse. Dieci ore più tardi tagliava in due la piazza del suo paese. Luci ovunque, sembrava che un folletto impazzito avesse disseminato su terrazzi e finestre milioni di lucine colorate. Non era il Natale che ricordava, ma d’altronde non aveva un Natale da ricordare. Corse a Casa, a riprendersi gli odori del suo Natale pagano, scaldato al fuoco del camino, con la brace spostata ad ospitare due panciute pentole di terracotta che cullavano il suo pranzo del giorno dopo.
Era stanco, infinitamente stanco, ma un piccolo fiotto di felicità gli sciolse il nodo che da mesi gli serrava il petto. Sorrise anche lei, per la prima volta. “Sto delirando” se lo disse a voce alta. I giorni seguenti, pochi, furono densi di emozioni: consegnò alla Pro loco del suo paese gli scatoloni con le copie del suo libro, ultimato con la fretta furibonda di chi non ha più tempo. Stava consegnando se stesso al paese da cui era scappato via a vent’anni, lasciava in quella stanza estranea una fotografia di quelle case scattata da lontano. Strinse qualche mano, bevve un caffè, accarezzò con gli occhi quelle pietre antiche e disse agli amici che sarebbe andato a pranzo. Dieci ore più tardi, sfinito, si buttò sul letto di città e dormì un sonno nero e silenzioso, vegliato da un viso pallido dietro una cortina di capelli corvini. Riemerse a stento da quel pozzo che pareva trattenerlo. Si guardò intorno non riconoscendo un solo dettaglio. Dov’era? Si mosse piano, così credette. Non aveva dolore. Finalmente! Tornò a cercare con gli occhi un appiglio familiare e sprofondò in quello sguardo, suo compagno ormai da mesi. Accarezzò con gli occhi quel viso pallido, ora appena acceso sulle guance: aveva i colori delle peonie, che l’alba di un giorno lontano aveva aperto in un giardino estraneo: crema con uno sbuffo lieve di pallido rosa. Era bellissima, più di sempre. Ne disegnò la figura idealmente, la contornò. Si fermò stupito a guardarle le spalle: quelle scapole sporgenti era diventate ali. Chiuse gli occhi e finalmente vide con chiarezza ciò che per mesi non era stato capace di capire. Non era stato solo. Aveva cercato di allontanare il mondo per non doverlo rimpiangere giunto in fine. Aveva temuto la morte tanto da ignorarla. Ma lei era stata magnanima con la sua anima in fuga. Era venuta prima per aiutarlo a finire le cose importanti che lui non riusciva a vedere: il paese , ritrovato e ricollocato nella memoria; le persone, quelle che conosceva, quelle che avrebbe voluto e quelle che gli erano sfuggite; la sua vita, come l’aveva costruita, come l’aveva sognata. Quella creatura misteriosa si era fatta trovare nel punto esatto in cui tutto era iniziato – il Sud, il suo vero altrove – lo aveva preso per mano sorvegliando il suo peregrinare prima di arrivare. L’ultima sua donna. La sua Musa.

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