Baracca 4 – Storia d’amore, di ingiustizie e di solidarietà

Completiamo la rosa dei racconti classificati quarti ex aequo con Baracca 4 – Storia d’amore, di ingiustizie e di solidarietà di Mario Signoretti. Da domani cominceremo le pubblicazioni che hanno raggiunto il podio nelle varie sezioni.

Baracca 4 – Storia d’amore, di ingiustizie e di solidarietà.

La piazzetta all’interno del campo è gremita di gente, una scolaresca è pronta ad intonare “Il Canto degli Italiani”, le personalità si sono accomodate in prima fila nei posti loro riservati. Il sindaco visibilmente raggiante e con la fascia tricolore che cinge un vestito lucido è pronto ad iniziare il discorso celebrativo di inaugurazione del campo di concentramento dopo le attività di ristrutturazione.

Io seduto in seconda fila, non meno emozionato, uno degli ospiti d’onore in quanto sopravvissuto agli stenti e alla malaria più che alla cattiveria umana. Avrei voluto accanto la mia povera Ruth che ha condiviso con me quel difficile periodo e il resto della sua esistenza terrena, ma purtroppo è venuta a mancare due anni fa in una calda mattinata di maggio.

Parte la base musicale, i convenuti si alzano in piedi, i bambini intonano l’inno nazionale, segue un applauso ed inizia l’orazione del sindaco.

E’ con enorme soddisfazione e immenso orgoglio che da primo cittadino di questo paese posso annunciare l’apertura ai visitatori dell’ex campo di internamento di Ferramonti di Tarsia…”

* * *

I miei ricordi volano al giugno 1938. Mi chiamo Jacob Levi, sono di religione ebraica e in quel periodo ero uno studente di medicina di 21 anni iscritto all’Università di Vienna. Nel 1938 Hitler aveva messo in opera l’Anschluss, l’ annessione dell’Austria alla Germania per farne un’unica grande nazione e io, mia sorella Evi e i miei genitori fummo costretto ad abbandonare la città ed espatriare. Il negozio di tessuti ci venne tolto dalla sera alla mattina ed assegnato ad un ariano. Mio padre andò a protestare al posto di polizia cercando di far valere il suo contributo alla prima guerra mondiale che gli valse una croce di guerra, ma per tutta risposta si beccò un bel po’ di botte. Tornò a casa pieno di lividi, ordinò a mia madre di preparare i bagagli e partimmo per Milano ospiti di alcuni cugini italiani. Purtroppo il Duce decise di assecondare quella scellerata linea politica che di lì a breve avrebbe portato alla distruzione dell’Europa intera e alla brutale eliminazione di milioni di ebrei e migliaia di altre persone colpevoli di essere zingari, testimoni di Geova od omosessuali, mentre i prigionieri politici erano stati i primi ad essere deportati nei lager nazisti.

Due anni dopo l’emanazione delle leggi razziali, la polizia mi venne a prelevare a casa, mi arrestarono e come motivazione addussero a “misura di pubblica sicurezza” e mi ritrovai con una valigia e pochi oggetti personali in un treno diretto verso la Calabria, dove nel frattempo il regime fascista stava realizzando il più grande campo di internamento per ebrei.

Era il mese di giugno del 1940 e io e alcune centinaia di altri sfortunati correligionari ci trovammo in una landa desolata, malarica, lontana dai centri abitati e dai nostri cari, senza poter progettare il nostro futuro, prigionieri di un regime che aveva posto in essere delle leggi abiette.

Mi assegnarono un posto nella baracca 4. C’erano tante baracche bianche e nuove e ognuna di esse conteneva 30 posti letto. Gli altri inquilini mi nominarono capo-baracca e tutti i capi-baracca (alla fine se ne contavano 92) nominammo un capo dei capi baracca che faceva da tramite col direttore del campo per le esigenze degli internati.

Vivere in quel posto non era per niente facile. D’estate si combatteva col caldo, le zanzare e la carenza di acqua; d’inverno le piogge riempivano le strade di pozzanghere creando delle vere e proprie paludi. La razione di cibo era carente e consistente in 150 grammi di pane, cipolle, una brodaglia con pezzi di pasta e un caffè di ceci.

Qualcuno nei mesi successivi, non reggendo a quelle difficoltà chiese ed ottenne di essere trasferito al nord. A guerra finita venimmo a sapere che questa scelta fu loro fatale.

* * *

Per fortuna il campo si trovava lontano dai teatri di guerra e la propaganda del regime che spacciava gli ebrei per gente cattiva da cui si doveva stare alla larga non attecchì tra le popolazioni dei paesi vicini che in principio ci videro con diffidenza e curiosità, ma ben presto per bisogno comune si adoperarono per mettere su un mercato di contrabbando intorno al campo. Loro ci vendevano prodotti dell’agricoltura dei campi vicini, noi qualche oggetto di artigianato che fabbricavamo sul posto. I soldi del misero sussidio governativo non ci bastavano e chi poteva pagava anche con oggetti d’oro che era riuscito a portare con sé da casa.

Il direttore del campo era aperto e disponibile alle esigenze degli internati, fermo restando il rispetto delle disposizioni prefettizie. Spesso chiudeva un occhio. Vigeva una specie di tacito accordo. L’importante era salvaguardare la facciata. Le milizie che facevano da guardia al campo, più per portare a casa uno stipendio che per spirito di servizio, erano tolleranti, salvo il caso di qualcuno più perfido che abusava del proprio potere creando tensioni con gli internati.

Il futuro era più che mai incerto ma ciò non ci impedì di organizzarci per costruire il nostro piccolo mondo delimitato da alcuni fossati di scolo in principio e da reticolati nei mesi successivi. Così riuscimmo, sempre col permesso del direttore del campo, ad allestire delle baracche per le funzioni religiose, una biblioteca, una scuola. Lo spirito doveva essere tenuto vivo e così furono organizzati concorsi letterari, concerti, tornei di scacchi e addirittura, man mano che arrivavano nuovi internati, partite di calcio.

Nel campo erano “ospitati” personaggi della cultura, dell’arte e della medicina di elevato spessore. Tant’è che alle carenze dello pseudo-medico del campo sopperivano i nostri medici, seppur con pochi strumenti a disposizione. Anzi, a volte venivano chiamati dal paese vicino ad intervenire su qualche paziente con risultati eccellenti. Sempre con il permesso del direttore del campo che si premuniva di accompagnarli personalmente. L’elevato livello culturale degli internati faceva da contraltare alle pessime condizioni sociali e all’analfabetismo diffuso tra le popolazioni locali.

Ma la vita nel campo continuava a non essere facile. Man mano che arrivavano gruppi consistenti sorgevano tensioni per i più svariati motivi che andavano dall’utilizzo delle poche fontane, alla ripartizione degli aiuti che di tanto in tanto arrivavano dalle legazioni ebraiche italiane o da Vaticano, alle decisioni da prendere filtrate dai capi baracca. E questo si accompagnava al modesto sussidio governativo e alla perenne carenza di cibo inasprita dai continui razionamenti e da una guerra che si stava protraendo oltremodo.

In ogni caso le tensioni venivano presto appianate; non ci potevamo permettere di combattere una guerra tra poveri.

* * *

Un giorno arrivarono alcune centinaia di profughi del centro Europa che avevano tentato di raggiungere la Terra Promessa, la Palestina per mezzo di un battello che andò ad infrangersi su alcuni scogli di un’isola greca. Vennero soccorsi da una nave italiana, fatti prigionieri (perché ebrei e non perché stranieri poiché provenivano da paesi alleati tipo Ungheria, Romania, Bulgaria) e inviati a Ferramonti. Erano malmessi, cenciosi e molto più magri di noi che al loro cospetto sembravamo dei personaggi dei quadri di Botero. Ci adoperammo tutti per assisterli alla bene e meglio dando loro coperte, facendo delle collette o condividendo oggetti di vita quotidiana.

Tra loro vidi Ruth e lei soffermò lo sguardo su di me. Rimasi folgorato. Il suo volto piccolo, gli occhi rotondi e vispi, i capelli che le bagnavano il viso. Mi offrii subito di accompagnarla nella sua baracca dopo chiamato l’appello e lei mi seguì docilmente anche perché stremata dai continui spostamenti e dalla fame. Da quel giorno diventammo inseparabili. L’accompagnavo alla fontana a prendere l’acqua, facendole spazio tra la folla, dividevo con lei la mia razione di cibo, ascoltavo le sue parole di angoscia e speranza perché come me, non aveva notizie dei genitori. Il pensiero di lei riempiva la mia giornata e la rendeva sopportabile perché avevo trovato un nuovo scopo per vivere e sopravvivere alle privazioni, alle mortificazioni e alla soffocante mancanza di libertà. A volte dimenticavo i miei obblighi di capo baracca e ciò mi creava fastidi con gli altri coinquilini, che finivano per comprendere il mio stato di distrazione.

Nelle settimane successive Ruth si rimise in sesto ma qualcuno del suo gruppo perì di malaria, nonostante le pastiglie di chinino e le loro spoglie tuttora riposano nel piccolo cimitero di Tarsia. Ci innamorammo e iniziammo a progettare il nostro futuro anche se gli internati che arrivarono dopo il 1942 ci portavano notizie tragiche sulla triste sorte che stava toccando agli ebrei sparsi per il resto dell’Europa. Lo scoprimmo solo a guerra finita, ma a Ferramonti nonostante tutto, ci trovammo in una specie di isola felice, o quanto meno tollerabile. Ma io e Ruth e tutti gli altri continuavamo a sperare e progettare il futuro. E così fecero anche gli insegnanti che avevano allestito una scuola elementare, una media e una scuola superiore. Perché lo spirito non doveva essere annientato.

Resistevamo. Resistevamo grazie alla nostra caparbietà; resistevamo grazie alla tolleranza del direttore del campo che accettava lo scambio e partecipava anche alle nostre attività sociali, a volte invitando anche i notabili del paese vicino e le loro famiglie. Ogni tanto rendeva allegri i bambini portandoli a fare un giro nella sua Alfa Romeo. Correva dei rischi anche lui, legati soprattutto alla delazione e alla invidia. Ma la sua umanità prevaleva in maniera intelligente sulla burocrazia e sugli arrivisti.

Io e Ruth decidemmo di sposarci. Allestimmo la baracca per i commensali, mangiammo una specie di farina di ceci e fichi secchi. Il vestito da sposa venne fatto con una tovaglia e il cappellino con una tela che fungeva da zanzariera. L’aria di festa e di gioia prevaleva sullo squallore e sulla penuria di cibo. Quel vestito nelle settimane successive venne utilizzato da altre spose. L’amore ridava speranza nel futuro e dignità alla nostra esistenza. La sera però la tristezza prese il sopravvento perché da diversi mesi non avevo più notizie dei miei. E così anche tanti altri compagni. Era il 25 luglio 1942.

* * *

Un anno esatto dopo Mussolini venne destituito. Ci fu un tripudio di giubilo perché le notizie ci arrivavano da una radio che captava diverse stazioni europee e in quel miscuglio multietnico si parlavano molte lingue. Già tempo prima il direttore del campo, tra il serio e il faceto, disse al capo dei capi baracca che un giorno i ruoli si sarebbero potuti invertire.

Arrivò l’8 settembre e più si avvicinava il momento della fine della guerra, più aumentava l’ansia e il terrore perché le colonne tedesche stavano risalendo dalla Sicilia e la strada fiancheggiava il campo. Avevamo il terrore che i nazisti avrebbero potuto ucciderci sul posto o trasferirci nei campi di sterminio tedeschi o polacchi. Dovevamo prendere una decisione definitiva. Si decise di scappare per i campi e sperare nell’aiuto dei contadini delle colline circostanti. Rimasero nel campo i malati e un centinaio di persone. Io e Ruth decidemmo di rimanere. Alcuni tirarono fuori dei fucili che avevano barattato dai militi prima che questi si dileguassero, qualora fosse stato necessario.

Le colonne motorizzate tedesche cominciarono a risalire ma per i primi due giorni nessuna di loro si fermò al campo. Il terzo giorno una pattuglia si arrestò e un tenente chiese di parlare col responsabile. Avevamo escogitato di mettere all’ingresso delle bandiere fatte con dei panni gialli ad indicare che il campo era infestato dal colera. Io, Ruth ed altri fingemmo di passeggiare con abiti cenciosi e strappati. Il direttore incontrò il tenente nazista che informato dello stato del campo si guardò bene dall’entrarvi e tutti tirammo un grosso sospiro di sollievo.

Mai come quella volta ebbi paura in vita mia. Ebbi paura per me, ebbi paura di perdere Ruth, ebbi paura di vanificare tutti gli sforzi fatti per sopravvivere agli stenti ora che il profumo della libertà si stava spargendo nell’aria.

* * *

Il sindaco ha finito la sua orazione e passa alla consegna dei riconoscimenti. “Al signor Jacob Levi…”

Mi alzo commosso. Mi accorgo che mi sta scendendo una lacrima. Non ho mai pianto in vita mia. Nemmeno nei momenti più duri. Neanche quando venni a sapere che i miei genitori erano morti nel campo di Treblinka. E neppure quando venne a mancare la mia piccola Ruth. Perché il suo dolce ricordo mi accompagna quotidianamente.

Mi commuove il ricordo di ciò che ho vissuto. Mi commuove la bontà che si può trovare nelle persone semplici il cui unico scopo è quello di lavorare in pace e crescere i figli lontani da imposizioni ideologiche. Mi commuove il pensiero del direttore del campo che mette a repentaglio la propria vita o la carriera per alleviare i patimenti e le angosce dei più sfortunati o rallegrare la giornata di bambini inconsapevoli. Mi commuove il pensiero dei contadini che ci hanno aiutato e sfamato nel corso della prigionia e dopo che siamo scappati e andati via dal campo rischiando per conto nostro. Mi commuove la vista dell’area di Ferramonti che per me e altre duemila persone ha rappresentato la salvezza e la possibilità di perpetuare nuove generazioni. Mi commuove questa comunità che vuole ravvivare la memoria di questo luogo affinché non cada nell’oblio il ricordo delle atrocità dei potenti e l’egoismo e l’indifferenza di coloro che non si sentono toccati dai problemi di un popolo o di una razza.

Nutro la speranza che laddove ci siano violenza, sopraffazione e privazione della libertà si possa trovare sempre un’altra Ferramonti, oasi di speranza pronta a lenire le pene e donare fiducia e dignità.

* * *

NdA: Jacob Levi è frutto della mia fantasia. Ma tutte le vicende raccontate sono realmente accadute e il campo di concentramento di Ferramonti esiste ancora insieme al suo museo.

Un commento su “Baracca 4 – Storia d’amore, di ingiustizie e di solidarietà

  1. Una storia che è importante raccontare per non dimenticare. Purtroppo però, pur apprezzandone il contenuto, ho trovato anche qui numerose imprecisioni ed errori.
    Ad esempio non ha senso dire “tripudio di giubilo” perché i due sostantivi sono sinonimi, è come dire contentezza di gioia. E non si dice barattare dai militari, ma barattare con i militari, così come “dopo chiamato l’appello”, credo manchi qualcosa… Ho dei grossi dubbi anche su salvaguardare “la facciata” anziché la faccia e su perpetuare (tramandare) nuove generazioni.

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