Mimetica

Presentiamo oggi il racconto Mimetica di Cristiano Venturelli, classificatosi terzo nella Sezione Narrativa.

Mimetica

La prima volta che la notò si trovava nella cattedrale di San Gregorio. Era lì, tra i banchi delle prime file, nei posti solitamente occupati dagli amici e dai parenti più stretti, proprio di fianco al corridoio della navata centrale. San Gregorio era una delle chiese che Poretti preferiva quando veniva chiamato per i servizi fotografici matrimoniali, un magnifico esemplare di architettura gotica del tredicesimo secolo. I suoi archi dalle volte a punta, sorretti da colonne con i loro costoni di marmo rosa, le grandi finestre dai vetri istoriati, lo splendido rosone, le guglie esterne che svettavano verso il cielo, la rendevano un’ambientazione maestosa per le cerimonie. Per questo solo pochi e danarosi eletti potevano permettersela.

Poretti spostò l’obbiettivo della Nikon dagli sposi e zumò su di lei. Bella! Anzi, decisamente più che bella. Un tipo di gran classe. Tra i trenta e i quarant’anni, occhi verdi, il viso dolce, regolare, valorizzato da appena un filo di trucco e contornato da capelli lunghi, neri e mossi, altezza sul metro e settanta. Anche il fisico era notevole, con tutte le curve al punto giusto. Sicuramente nella sua personale classifica femminile figurava in uno dei primi tre posti del podio. Provò a immaginarsela sul suo letto in un completo di intimo nero e per poco non perse il controllo della macchina fotografica. Indossava un tailleur blu – un Valentino, impossibile sbagliarsi – con gonna a tubino e la giacca allacciata sotto il seno, una camicetta bianca di seta e un filo di perle al collo. Appesa all’avambraccio sinistro portava una borsetta in pelle turchese di Fendi e calzava scarpe dello stesso colore. Tutto l’insieme, calcolò approssimativamente Poretti, poteva valere dai quattro ai cinquemila euro.

Roba di lusso per una donna di lusso” pensò.

Chi poteva essere il fortunato che si godeva tutto quel ben di Dio? Un ricco finanziere? Un notaio di grido? Un luminare della medicina? Comunque fosse, se lei si trovava tra i partecipanti a quel matrimonio, non era di certo la moglie di un carpentiere. Ormai aveva sviluppato un certo occhio clinico per capire dal look degli invitati il livello sociale di appartenenza e quella donna si intonava perfettamente al contesto della cerimonia. La sposa era la figlia del proprietario di una famosa catena di ristoranti della città, lo sposo discendeva da una facoltosa famiglia di industriali della ceramica. La maggior parte dei presenti apparteneva all’alta borghesia cittadina. Un organista di professione e un quartetto d’archi accompagnavano la celebrazione. Ai lati dei banchi e di fronte all’altare facevano bella mostra di sé costosi mazzi di rose scarlatte e cesti di orchidee multicolori, il cui profumo aleggiava in tutta la chiesa. Lo sposo indossava un doppiopetto blu di Armani e la sposa un abito di seta rosa e organza che – come modello e fattura – la rendevano molto simile a una principessa della Disney. Poretti infatti si era un po’ stupito che avessero scelto proprio lui per il servizio fotografico. Dopotutto, nonostante i suoi vent’anni di esperienza, non era certo il numero uno sulla piazza.

Conclusa la cerimonia e terminate le foto di rito all’interno della cattedrale, lui e Marco – il suo assistente – si spostarono fuori, davanti al grande portone di bronzo, attendendo l’uscita degli sposi e le manifestazioni di affetto ed esultanza di parenti e amici, accompagnate dall’immancabile pioggia di riso. La donna si era piazzata proprio di fianco all’uscita e Poretti notò che nessuno l’avvicinava, né tantomeno le rivolgeva la parola. “Strano!“ pensò, mentre regolava l’obbiettivo della Nikon.

Quando gli sposi uscirono dalla chiesa, lei fu tra le prime persone che si precipitarono a fare le congratulazioni, ma, dopo aver stretto le mani e abbracciato e baciato entrambi, si allontanò in tutta fretta, dirigendosi sul retro della cattedrale, dove era situato il parcheggio. Anche questo gli parve insolito. Era convinto che si trattasse di una parente o magari di un’amica della sposa. Per contro, da come si era comportata, sembrava fosse capitata alla cerimonia quasi per caso. Poretti prese allora una decisione: disse a Marco di seguire gli sposi al ricevimento e terminare lui il servizio fotografico, gli consegnò la sua attrezzatura e si precipitò a sua volta verso il parcheggio. La vide partire su una BMW nera e portarsi lentamente in strada. Poretti montò sulla sua Audi e si avviò dietro di lei, deciso a seguirla. Si sentiva notevolmente a disagio nel farlo. Per la prima volta in vita sua stava pedinando qualcuno, ma a motivarlo era una sorta di inspiegabile curiosità, unita a una morbosa attrazione. La stessa che probabilmente – terminato il concerto – spingeva le ragazzine a cercare di infilarsi dietro le quinte del palcoscenico nel tentativo di incontrare la rockstar, oggetto dei loro sogni proibiti. Starle dietro non fu un problema. Guidava molto piano e praticamente non sorpassava mai, quasi fosse una neopatentata. Dopo circa venti minuti – quando si erano fatte ormai le undici – la vide infilarsi e poi parcheggiare in una via stretta, vicino alla quale si trovava la chiesa di San Giuseppe.

La donna uscì dalla BMW, si guardò intorno con circospezione e iniziò a mutare. Poretti si sfregò più volte gli occhi, sperando in un allucinazione. Tutto inutile. Era come assistere in diretta all’atterraggio di un’astronave aliena nel giardino di casa propria. Il tailleur, la camicetta, la borsa, le scarpe, perfino i capelli di lei si stavano trasformando in una sorta di schiuma colorata che si dissolveva mano a mano che cadeva a terra. Al suo posto si formava una schiuma di colore diverso che via via prendeva consistenza, fino a formare un nuovo look, totalmente differente dal primo. Adesso indossava un completo giacca e gonna ocra di fattura molto semplice, una camicetta di cotone in tinta e una borsetta di finta pelle. Il tutto molto dozzinale. Anche i capelli erano diversi: più corti, pettinati a caschetto e di colore castano chiaro. Poretti assistette incredulo alla trasformazione con il cuore che batteva così forte da sembrare che volesse uscirgli dal petto. Possibile che quello di cui era stato spettatore fosse vero?

Appena terminata quella metamorfosi, la donna si diresse con passo deciso nella sua direzione e Poretti ebbe un sussulto: forse si era accorta di essere stata seguita. Si rese conto che, se così fosse stato, non avrebbe saputo come giustificarsi. Per un attimo si sentì come un guardone che aveva sbirciato il cambio d’abito di una fascinosa cliente nel camerino di un grande magazzino. Per contro lei gli passò a fianco senza degnarlo di uno sguardo, proseguendo verso la fine della strada e, attraversato il piazzale della chiesa, varcò una delle porte di legno laterali. Dopo qualche istante anche lui si decise ad entrare. San Giuseppe era una chiesa moderna, di quelle che somigliano più a un capannone industriale che alla casa di Dio. Muri lisci intonacati di bianco sia all’interno che all’esterno. Un campanile e un altare di cemento grigio. Dietro ai banchi, sedie arancioni plastificate simili a quelle di un bar. Appesi alle pareti stampe raffiguranti la Via Crucis e due ritratti, uno di Papa Giovanni XXIII e l’altro di Giovanni Paolo II, uguali a quelli che sua madre aveva trovato negli inserti omaggio di Famiglia Cristiana. Anche qui stava iniziando la celebrazione di un matrimonio e pure in questo caso vide la donna misteriosa prendere posto nei primi banchi, vicino ai parenti stretti. Poretti sedette in una delle file centrali e si guardò intorno. Si trattava decisamente di una cerimonia nuziale diversa dalla prima. Niente orchidee ai lati dei banchi o nei cesti di fianco all’altare, ma, al loro posto, qualche rosa, margherite e fiori di campo. Il vestito della sposa – bianco, tradizionale – sembrava uno di quelli che solitamente si prendono in affitto. Niente firme in giro. Gli invitati indossavano il classico abito buono della festa, riservato alle grandi occasioni. Tutta roba da qualche centinaio di euro, acquistata probabilmente nel periodo dei saldi. Niente quartetto d’archi, solo un triste organista ad accompagnare la cerimonia. Poretti, ancora sbigottito per quello a cui aveva appena assistito, iniziò a interrogarsi. Chi era quella donna? O forse avrebbe fatto meglio a definirla quella creatura? E quale poteva essere il motivo della sua metamorfosi? Che scopo aveva?

Al termine della cerimonia, Poretti uscì dalla chiesa, si portò sul piazzale a debita distanza e la osservò. Come in precedenza, lei si posizionò vicino al portone, in mezzo alle piccola folla di amici e parenti. All’uscita degli sposi, fu tra le prime persone ad andargli incontro per abbracciarli e porgergli le felicitazioni. Subito dopo si avviò rapidamente in direzione dell’auto e Poretti continuò il suo pedinamento. Dopo circa mezz’ora di guida tra le strade cittadine, si infilò in una viuzza che non si trovava nelle vicinanze di nessuna chiesa, ma portava sul retro dell’ospedale civile, dove erano situate le Camere Ardenti. Una volta parcheggiato, lei scese, si guardò intorno per accertarsi che nessuno la vedesse, e Poretti, sconcertato, assistette ad una nuova mutazione. L’abito, la borsa, le scarpe e i capelli si dissolsero in quella strana schiuma colorata, per lasciare il posto ad un completo nero, che lasciava intravedere nella scollatura una camicetta viola. Nero adesso era anche il colore della borsa di pelle e dei capelli, lisci, lunghi e raccolti in uno chignon. Da una tasca della giacca tirò fuori un paio di grossi occhiali scuri e, dopo averli indossati, si incamminò proprio verso le Camere Ardenti. Mentre stava per passare di fianco alla sua auto, Poretti si chinò verso il sedile del passeggero come se stesse cercando qualcosa, ma lei parve non accorgersi di nulla neppure stavolta e proseguì verso la fine della stradina. Quando si sentì sicuro, scese e si incamminò nella medesima direzione.

Fuori dalle Camere Ardenti era parcheggiato un carro mortuario col portello posteriore aperto, circondato da un piccolo capannello di persone. Stava per iniziare un funerale. La creatura mutante si mischiò ai partecipanti, ma, anche stavolta, non salutò e non rivolse la parola a nessuno. Intanto quattro uomini uscirono portando sulle spalle una cassa da morto color noce, sopra alla quale era deposto un cuscino di rose scarlatte; la caricarono e il carro si avviò lentamente seguito dal corteo funebre. Poretti notò che lei si era accodata alle prime persone che formavano il corteo, il quale, piano, piano, si incamminò in direzione del cimitero cittadino, distante poco meno di un chilometro. Lui, per non farsi notare, si mise in fondo alla fila.

Adesso la sua mente era piena di interrogativi. Considerando le metamorfosi alle quali aveva assistito, quella creatura sicuramente non era terrestre. Da dove veniva allora? Da un altro pianeta? O magari da un’altra dimensione? Qualunque fosse la risposta l’unico elemento che accomunava i suoi cambi di look era il perfetto adattamento alla tipologia e al contesto delle cerimonie a cui aveva partecipato, come in uno spettacolo teatrale nel quale l’attrice principale cambiava abito e parrucca a seconda dei cambi di scena e del ruolo da interpretare. Quest’ultimo paragone lo portò a coniare un termine che gli parve il più giusto per definire un essere di quel genere: mimetica.

Il corteo funebre intanto era giunto davanti al grande portale ad arco del cimitero cittadino, recante in alto la scritta ‘REQUIESCANT IN PACE’. Una volta che i quattro uomini ebbero scaricato la cassa dal carro mortuario e se la furono caricata sulle spalle, la fila dei partecipanti si accodò a loro e, dopo un breve serpeggiare tra il marmo delle lapidi e i cipressi, si fermò in corrispondenza di una fossa scavata per terra, dove due necrofori attendevano appoggiati a delle pale. Lei assistette a tutta l’opera di inumazione, tenendosi vicina alle quattro persone che si trovavano davanti alla fossa – tre uomini e una donna anziana – tutti in lacrime. Poretti suppose che potesse trattarsi dei parenti più stretti del defunto. Terminate le esequie la creatura si allontanò e uscì dal cimitero, ripercorrendo a ritroso la strada che portava all’ospedale, ma anziché dirigersi verso il retro, dove aveva parcheggiato l’auto, si spostò su un’altra strada, in direzione dell’ingresso principale. Poretti, per non perderla, accelerò il passo fino a trovarsi a pochi metri da lei. Una volta entrata nel grande atrio si infilò nei bagni pubblici e lui si sedette su una delle panchine in attesa che uscisse. Non dovette aspettare molto. Dopo un paio di minuti ricomparve, nuovamente mutata. Stavolta faticò non poco a riconoscerla. I capelli adesso erano corti, castani, con una frangetta sbarazzina che le attraversava la fronte. Indossava un paio di jeans, una giacca di pelle scamosciata e reggeva una borsa decorata con margherite colorate. Si diresse verso gli ascensori e si infilò nel primo che arrivò al piano terra. Poretti fece lo stesso, ponendosi alle sue spalle. Adesso le era vicino, come mai era successo prima e la fronte gli si imperlò di sudore. Nonostante la tensione si accorse che non emanava nessun profumo, nessun odore. Notò inoltre che aveva premuto il tasto del quarto piano, dove era situato il reparto di ostetricia. Una volta giunta a destinazione, uscì senza essersi mai voltata ed entrò nel reparto, percorrendo la corsia sulla quale si affacciavano le camere delle partorienti. Arrivata circa a metà, svoltò nel corridoio sulla destra, dove si trovava la nursery, con la sua grande vetrata trasparente al di là della quale erano collocate le culle dei neonati. Poretti passò di fianco al corridoio, limitandosi a lanciare un’occhiata. Era già orario di visite: neomamme nelle loro vestaglie colorate, papà, amici e parenti, avevano già formato una piccola folla di spettatori, tutti intenti a sorridere e a rimirare quei piccoli esserini nelle loro tutine rosa o azzurre. La creaturaera in mezzo a loro, guardando a sua volta il vetro, ma senza mostrare un interesse specifico per qualcuno dei neonati in particolare. Anche in questo caso, nessuno dei presenti le rivolse la parola o diede ad intendere di conoscerla. Lui decise di attenderla su una delle panchine nella corsia di degenza.

Trascorsero circa due ore, il numero dei visitatori aumentava sempre di più, ma lei non aveva accennato a spostarsi. Quando ormai l’orario di visita volgeva al termine, ricomparve e si diresse verso l’uscita del reparto. Poretti chinò la testa facendosi schermo al viso con le mani, poi, mentre la donna si dirigeva verso gli ascensori, si precipitò a scendere di corsa i quattro piani di scale. Troppo rischioso trovarsi di nuovo eccessivamente vicino a lei, come era successo all’andata. Una volta giunto nell’atrio, attese a distanza opportuna che arrivasse e riprese il suo pedinamento.

Era Novembre e le ombre della sera erano già state coperte dall’oscuro manto della notte. La donna tornò nella stradina che dava sulle Camere Ardenti, salì sulla BMW e Poretti ricominciò l’inseguimento tra le vie della città, finché non giunsero ad un grande parcheggio pubblico. L’auto della creatura si infilò in un posto poco illuminato. Lui parcheggiò a poca distanza, nella fila di fronte, ma preferì non scendere. Come era accaduto in ospedale, la rivide a trasformazione compiuta, mentre procedeva a passo spedito verso l’uscita del parcheggio. Adesso aveva capelli vaporosi, lunghi fino al sedere, tinti di un rosso acceso, che cadevano sopra ad un giubbino di pelle nera. Sotto indossava un paio di jeans bianchi attillati e scarpe con la zeppa. Attraversata la strada, la vide dirigersi verso i neon azzurri che formavano l’insegna del “Riflex”, un grande discobar molto noto in città. Una volta accertatosi che quella era la sua destinazione, Poretti non esitò ad entrare.

All’interno venne investito dai lampi rossi e blu delle luci psichedeliche e dai ritmi sincopati della musica tecnotronica sparata dalle casse. Nonostante fossero solo le dieci, il locale era già popolato da una piccola folla di ragazzi e ragazze dai quindici ai trent’anni. I tavolini erano già quasi tutti occupati e lui faticò un poco ad individuarla. Era seduta da sola, in disparte, guardando le poche persone che si trovavano sulla pista da ballo e sorseggiando quella che sembrava comunissima acqua minerale. Poretti si sistemò di spalle su uno degli sgabelli di fronte al bancone e ordinò una birra. Di tanto in tanto si girava per darle un’occhiata, ma lei continuava a rimanere lì, seduta a bere. Anzi, non accennò a scomporsi neppure quando due ragazzotti, un po’ alticci, cercarono di approcciarla. Si limitò a dire loro qualcosa e questi, poco dopo, si allontanarono.

Trascorse circa un’ora. Il locale adesso era pieno fino all’inverosimile. L’aria era pregna di alcol, di profumi delle marche più disparate e di risate. Anche la piccola pista da ballo era affollata da una ventina di ragazze e ragazzi che si muovevano a tempo di musica. A un certo punto lei si alzò, mescolandosi a loro, e iniziò a ballare. Si muoveva bene, adattandosi ai ritmi techno – house che uscivano dagli altoparlanti. Poretti sarebbe rimasto ore a guardarla: i suoi movimenti erano sinuosi, perfettamente sincronizzati con le note. Uniti alla bellezza delle sue forme trasmettevano una sensualità alla quale era difficile restare indifferenti. Infatti, ad un certo punto, Poretti si accorse di avere un’erezione. La cosa non lo stupì più di tanto.

Andò avanti così, senza fermarsi, per quasi due ore, non sembrava mai stanca. Poi, d’improvviso, si allontanò dalla pista e uscì in fretta dal locale. Poretti attese un minuto, poi anche lui andò fuori, attraversò la strada e si diresse verso il parcheggio. Una volta arrivato rimase sorpreso nel vedere che la BMW era ancora parcheggiata lì, ma di lei non vi era alcuna traccia. Un rumore alle sue spalle. Si girò e se la trovò davanti. Prima che avesse il tempo di riaversi dalla sorpresa, la creatura lo colpì con violenza al viso e alla bocca dello stomaco. Si ritrovò a terra stordito e dolorante e, per la prima volta, lei gli parlò:

“Chi sei? Perché mi stai seguendo?”

Il timbro della voce era monocorde, privo di inflessioni. Poretti da terra, ancora intontito e in preda all’imbarazzo per essere stato scoperto, riuscì soltanto a balbettare:

“Scusa. Non volevo farti niente di male. E’ solo che ti ho visto fare quelle…quelle cose.”

Si interruppe, non sapendo bene come proseguire. Era intimorito non solo dalla vergogna per quello che aveva fatto, ma soprattutto per come la creatura lo stava fissando. Il suo sguardo, il suo viso: erano completamente inespressivi. Da essi non traspariva nulla, neppure risentimento o contrarietà, come sarebbe stato logico aspettarsi. Niente! Sembrava il volto di un manichino. Fu lei a rompere il silenzio:

“Esattamente, cosa mi avresti visto fare?”

Lui deglutì prima di rispondere:

“E’ da stamattina che ti seguo. E ti ho vista… cambiare.Più di una volta.”

Lei nuovamente non lasciò trasparire nulla e col suo tono monocorde disse:

“E adesso, cosa vorresti sapere? Se sono un’aliena? Se provengo da un’altra dimensione? Diciamo allora, per semplicità, che appartengo a una razza diversa dalla tua. O forse non era questa la domanda che volevi farmi?”

Poretti, adesso che si sentiva meno stordito, pensò con maggiore lucidità a quello che gli aveva appena detto. Che non fosse umana lo aveva già capito da un pezzo. Anche il motivo di quei cambi di look gli era abbastanza chiaro: in ogni contesto in cui l’aveva vista si era perfettamente armonizzata con l’ambiente e la circostanza. E il sapere il suo luogo di provenienza non era il quesito che gli premeva di più. Lentamente si rialzò da terra e, schiaritosi le idee, riuscì a dar voce alla domanda che più lo assillava:

“I matrimoni, il funerale, la nursery e adesso la disco. Cosa ti ha portato in luoghi così diversi tra loro?”

Lei lo fissò per qualche istante con quello sguardo vuoto, poi rispose:

“Forse la domanda giusta che dovresti pormi è: cosa cerco. Non credi?”

Questo interrogativo lo colse di sorpresa. Effettivamente non lo aveva preso in considerazione. La creatura, forse interpretando la sua espressione perplessa, gli diede una risposta che lo colse totalmente impreparato:

“Emozioni! E’ questo che cerco.”

Poretti spalancò gli occhi per lo stupore. Emozioni? Cosa intendeva per emozioni?

Non gli riuscì di replicare a quella rivelazione. Era come se un turista nel centro di Milano gli avesse raccontato che si trovava li a caccia di farfalle. Lei allora continuò:

“La razza a cui appartengo presenta delle similitudini, ma anche molte diversità dalla tua. Tra queste, la più sostanziale è la totale incapacità di provare emozioni. Di qualunque genere. Positive o negative che siano. Ogni cosa, ogni azione o decisione della nostra vita viene determinata dal puro raziocinio. Questo ha consentito lo sviluppo di un modello sociale più pacifico, ordinato e civile del vostro. Negatività emozionali come odio, rabbia, avidità, invidia, gelosia, paura del diverso, le cose cioè che vi portano a fare del male a voi stessi, agli altri e al mondo in cui vivete, sono a noi sconosciute.”

Si interruppe un attimo e sospirò, come se quello che stava per dire le costasse fatica. Poi riprese:

“Ma il prezzo da pagare è stato altissimo. Non possiamo neppure provare felicità, amore tenerezza, allegria, euforia, ma anche dolore e tristezza per la perdita di una persona cara. Le emozioni che, come ho potuto constatare, rendono la vita degna di essere vissuta. Però, dopo aver trascorso un po’ di tempo in mezzo a voi, ho scoperto per caso che trovandomi in situazioni o circostanze nelle quali molte persone condividevano il medesimo tipo di emozioni, o emozioni similari, riuscivo anch’io a sentirle, a provarle, a farle mie. A quel punto decisi di restare. E non rimpiango la mia scelta”

Poretti rifletté su quello che gli aveva appena svelato. Adesso gli era tutto chiaro. Comprendeva il senso del suo girovagare, il perché della scelta di quei luoghi, e si rese conto di provare nei suoi confronti un misto di comprensione e di tenerezza.

“Se solo la vostra razza capisse davvero quale enorme tesoro alberga dentro di voi”, proseguì la creatura. “Se foste in grado di comprendere che il libero arbitrio di cui siete in possesso vi consente di decidere, in qualunque istante della vostra vita, quali azioni e quali comportamenti siano i più giusti da adottare. Se imparaste a dominare le emozioni negative, applicando un maggior raziocinio quando ne siete preda, probabilmente sareste, tra quelle che conosciuto, la razza che più si avvicina alla perfezione. Ma forse è giusto così. Forse non può o non deve esistere una razza perfetta. Del resto non lo è neppure la mia.”

“Non temere”, concluse infine. “Non ho intenzione di farti del male. Potrei tranquillamente ucciderti per quello che hai visto. Tanto non proverei nessun rimorso. Non mi è dato di sentire neppure quello. Ma i tesori che mi avete donato sono più che sufficienti per farmi ammirare e rispettare la vostra razza. Ti chiedo solo di lasciarmi stare e, se dovessi rincontrarmi, di non provare più a seguirmi.”

Poi, di scatto, gli girò le spalle e si incamminò verso la sua auto. Poretti la guardò allontanarsi. Avrebbe avuto altre cose da chiederle, avrebbe voluto augurarle di essere sempre felice. Ma, in cuor suo, sapeva che questo non era possibile e che la cosa valeva per entrambi.

Trascorsero diverse settimane da quell’incontro: era la solita domenica, il solito servizio fotografico, la solita cerimonia nuziale, quando la rivide. Era in piedi, nei banchi delle prime file, come al solito. Certo, il look era completamente diverso da quelli che le aveva visto in precedenza, ma non c’era da sbagliarsi: era proprio lei!

Poretti la fissò intensamente per alcuni istanti e la creatura, forse accorgendosi della cosa, lo guardò a sua volta. Lui allora le rivolse un sorriso e, con piacere, gli parve che lei lo ricambiasse. Forse era stata solo una sua impressione. Ma gli piacque pensare che fosse davvero così.

Un commento su “Mimetica

  1. Forse, se l’autore avesse fatto ascoltare la canzone di Battisti – Emozioni! – ce lo saremmo risparmiato questo racconto! Ah, po’retti i lettori!

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