Sono figlia di terra d’argilla

E veniamo oggi alla pubblicazione della poesia che si è aggiudicata ex aequo la vittoria nella sezione Poesia. Si tratta della lirica Sono figlia di terra d’argilla di Franca Coppola.

SONO FIGLIA DI TERRA D’ARGILLA

Sono stata partorita

dalle viscere di questa terra

assolata e riarsa.

Sono figlia di terra d’argilla

impastata alle pietre

e assetata di pioggia.

Sono sposa di terra di luna

bianca e solitaria

odorosa di ginestra e lentisco.

Sono donna di terra di vento

che plasma e modella

esili forme di sabbia.

Sono madre di terra di solchi

forzieri di semi guerrieri

impiantati a sfidare la sorte.

Sono guardiana di terra di pietra

destinata a sanare ferite profonde

d’un demone antico che urla disfatto.

Sono vaso di terra di pianto

di una folla di gente negata alla storia

e di briganti che hanno osato sfidarla.

Sono Sibilla di terra di mito

che porta nel petto l’embrione divino

e ti dona il responso avvolta al mistero.

Sono eco di terra di attesa

tra preghiere e bestemmie

sussurri e grida di morte e speranza.

3 commenti su “Sono figlia di terra d’argilla

  1. Ricevo e condivido con molto piacere queste due recensioni pervenutemi e riguardanti la poesia
    Sono figlia di terra d’argilla.
    Ringrazio Enzo Mori e Mario Santoro per le lusinghiere parole nei confronti della mia poesia.

    Non ci sono dubbi (se mai ne avessimo avuti), anche in poesia, come nella vita sei una signora! E lo prova il fatto che per dare forma al tuo linguaggio poetico hai scelto il ritmo suadente e ipnotico della terzina. Quasi un elegante riferimento dantesco, sebbene i tuoi siano versi sciolti e non l’endecasillabo rimato della Commedia.
    La forma che diventa sostanza, il supporto architettonico dei versi che diventa bellezza. Ho provato a leggerli assecondandone il ritmo e suonano melodiosi. E quindi un fiume di sentimenti, di emozioni, forse anche di passioni, contenute in un involucro di regole metriche ed estetiche.
    L’altro elemento che subito balza agli occhi, ed è di indubbio fascino, consiste nella ripetizione (si direbbe meglio ripetizione con variazioni). Ripetizione di quel primo verso che, rinnovato ed esaltato, diventa quasi un motto. In tal modo i tuoi versi acquistano il sapore arcaico di una nenia o forse dei canti popolari dedicati ai santi che ripetono un verso ad ogni strofa aggiungendone di nuovi ogni volta.
    Questo gioco di simmetrie è ben calcolato, quasi geometrico, e dà al verso un ritmo di cantilena assordante e struggente. Un mantra che si ripropone sempre alla stessa distanza e dopo lo stesso tempo.
    La reiterazione diventa la ricerca costante di una identità, di una essenza che, strofa dopo strofa, si amplifica e si definisce. Protagonista è la terra, e sei tu stessa terra, alla quale sei unita da un abbraccio di viscere e sangue. Partendo dalla terra madre che ti ha partorita, ritrovi di volta in volta la terra figlia, sposa, guardiana, eco, in un percorso che è viaggio nel tempo, nella storia e dentro te stessa, alla ricerca di radici profonde e definitive. Qualcuno che sovraintende ai destini degli uomini, ti ha dato un compito, ti ha assegnata una missione. Tu rassegnata e orgogliosa obbedisci. E allora questa terra tu la custodisci, la penetri, la dissodi, la plasmi, ne sani le ferite e la rendi ancora più tua. C’è luce e c’è colore nelle tue immagini, impastate di sensazioni vivide, di presagi, di mistero.
    Lucania dunque? È alla nostra terra amara e sacra che ti rivolgi appassionata? Certamente, ma mi piace pensare anche a quel lembo di terra che ti ha vista ragazzina sgambettare sull’aia o tra i solchi profondi appena arati. È commovente pensare che scrivendo questi versi avevi in mente il Mosileo e il sempre vivo ricordo della madre. Il cerchio si chiude e comprendo appieno il tuo essere figlia e madre ad un tempo.*Enzo Mori*

    La poesia di Franca Coppola “Sono figlia di terra d’argilla” colpisce nell’immediatezza dell’impatto per la direttività della dichiarazione di appartenenza, sincera e consapevole, sul filo di un rimando, per eco o per scavo profondo nell’anima, a una sorta di neorealismo di ritorno, con operazione di voluta distanza e pienezza di superamento di talune note decadenti se non addirittura piagnone da parte di alcuni poeti che hanno finito per nuocere e per far torto alla terra di appartennenza.
    Qui, l’autrice mostra un’adesione alla sua origine forte, consapevole, accompagnata sempre e sorretta da un legittimo senso di orgoglio, senza appesantimenti o attardamenti compiaciuti nella rivendicazione piena e consapevole della propria identità che è e resta quella che è, contro le negazioni, troppo a lungo e ingiustamente anche per colpe soggettive, tributate alle popolazioni lucane per effetti di stereotipi duri a morire e di false e comode indicazioni storiche.
    E la dice lunga la ripetizione introduttiva alle nove strofe (terzine), nello straordinario rimando alla sacralità del numero, del verbo essere alla prima persona che pone il soggetto al centro della scena con iterazione forte a connotare, oltre misura, la sua chiara e inequivocabile collocazione.
    Franca Coppola trae linfa e vigore proprio dalla terra di argilla…assolata e riarsa… impastata alle pietre e assetata di pioggia che la fa donna non certamente fragile ma ben consapevole e tenace nel perseguire gli scopi e nel raggiungere le mete, nell’inseguire i sogni che sanno staccarsi dalla durezza dell’argilla e alzarsi leggeri e impalpabili in volo; non a caso ella sente di essere sposa di terra di luna / bianca e solitaria capace di parlare senza proferire parola e di alimentare il processo di dialogo nel rimando al passato lontano senza annullare prospettazioni future.
    Gli elementi di contrastività, più apparenti che reali, fungono, in realtà da filo conduttore e fanno sì che l’autrice possa dichiarare il suo essere uscita dalle viscere di questa terra che è e resta terra argillosa e dunque scarsamente fertile e dura da lavorare e quindi di essere fatta della stessa sostanza, ma, contemporaneamente, di saper essere soggetto di aria, terra e vento che plasma e modella.
    Ed è così che possono sfilare tanto altri elementi caratterizzanti: ora si tratta di solchi che aprono a fatica vie, ora di forzieri che conservano tesori, ora l’autrice si fa guardiana attenta e severa, vaso di terra, pianto che non tradisce l’attesa e la speranza.
    Ne consegue una sorta di dialogo muto, nel silenzio buono, magari anche assoluto, ma carico di significanze, di rimandi, di richiami che sanno farsi primigeni e corroborato dalla “odorosa” ginestra che sa attecchire anche sui dirupi e dal lentisco che sa essere sposo dell’arenaria.
    Dunque il richiamo ripetuto ed insistito ad una terra dura, forte, anche un po’ avara, piagata e ferita, vittima, magari inconsapevole e soprattutto incolpevole di un destino ingrato fino, erroneamente, ad essere collocata fuori dalla storia (certa storia!) e da certe vicende discutibili, diventa chiara rivendicazione e riappropriazione di elementi di positività, e non per rispondere a una sorta di facile rivalutazione oggi ricorrente.
    Le parole, scelte con cura, dicono anche di una terra che sa andare oltre il senso del mito e accanto alle preghiere e alle bestemmie, ai sussurri e alle grida di morte, coltiva intatta la speranza, mai del tutto abbandonata.
    I richiami al passato mostrano una veste nuova e propositiva ed onora la terra di appartenenza e pare quasi che l’autrice voglia stringerla tra le mani e lasciarla scivolare dalle dita lentamente o magari soffermarsi e sedere su una zolla e stabilire una sorta di inseparabile connubio.
    Il linguaggio mantiene, nella robustezza della modalità espressiva e nella solidità della forma, una sua calda e palpitante musicalità, scivola con morbidezza dei toni, non conosce abbandoni o tendenze a compiacimenti, e si affida al dettato della parola che sa affondare e penetrare fino all’inverosimile, evocando, in maniera diretta e più ancora per sottintesi ed allusioni, messaggi plurimi nello sforzo ben riuscito di rendere al meglio il frutto di un’esperienza personale e di riproporla sulla linea della universalizzazione e di fare della ricorrente ordinarietà, una eccezionale straordinarietà *Mario Santoro*

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