La ‘Sindrome della Capanna’ nel post lockdown

E’ oggi la volta del saggio quarto classificato “La ‘Sindrome della Capanna’ nel post lockdown” di Federico Marchi.


“Sindrome della Capanna”. Un nome che nella sua seconda parte richiama un’atmosfera fanciullesca, quindi piacevole e legata ai ricordi, ma nel proprio incipit cela invece qualcosa di più negativo ed anche inquietante.
Si tratta in realtà di un fenomeno che sta emergendo nella nuova fase dell’emergenza Coronavirus, ovvero con la fine del lockdown ed il ritorno graduale al quotidiano.
La Sindrome della Capanna è semplicemente la non voglia di uscire di casa e di tornare alla vita normale, che comunque per il momento normale del tutto non sarà. Un problema che si sta evidenziando un po’ in ogni parte d’Italia e per il quale i professionisti della psiche sono al lavoro, per analizzarlo ed intervenire prima che possa assumere una dimensione ancora più preoccupante nelle persone che ne sono state colpite.
Tutto è legato ad una sensazione di ansia, stress, paura, disorientamento, insicurezza, instabilità, sfiducia nel mondo e talvolta anche nel prossimo. Il risultato è uno stato d’animo di depressione fisica e psicologica. A causare questi effetti è stato il distacco forzato ed improvviso dalla realtà, in seguito alla
quarantena che è stata imposta ad inizio del mese di marzo come misura estrema di contenimento del Covid-19. Una pandemia che ha portato le autorità governative a disporre un confinamento nel proprio domicilio per limitare il diffondersi del virus. Il non poter uscire dall’abitazione ed incontrare parenti e amici, se non per motivazioni comprovate e ben definite, ha rappresentato un’estrema restrizione innaturale. Un distanziamento sociale che, pur necessario, ha comportato scompensi psicologici per la brusca interruzione delle relazioni umane. I collegamenti attuati tramite gli strumenti tecnologici, con videoconferenze a distanza, non sono infatti riusciti a sopperire del tutto ai mancati rapporti diretti. Anche oggi l’impossibilità di abbracciarsi, con un normale contatto fisico, e l’obbligo di indossare le mascherine, contribuisce a mantenere una distanza psicologica oltre che fisica tra le persone.
Il rimanere a casa ha però avuto, in alcuni soggetti, anche risvolti positivi. Il tempo è rallentato, abbassando i ritmi frenetici imposti dai consueti impegni lavorativi e famigliari. Le persone si sono rincontrate con loro stesse. L’inattività ha portato alla riscoperta di molti aspetti che si erano persi negli anni. L’occasione è stata infatti quella di ritrovare antiche passioni, tornando quindi ad occuparsi di attività più legate alle proprie attitudini e propensioni, che spesso sono di tipo differente rispetto alle occupazioni svolte in un quotidiano sempre più soffocato dal lavoro. C’è quindi chi ha riassaporato il gusto di suonare uno strumento musicale, di leggere un libro, di cucinare, di scrivere un racconto o una poesia, di disegnare o dipingere, di ascoltare musica non più solo come accompagnamento negli spostamenti in auto o sottofondo nei negozi. E’ però anche accaduto, seppur più raramente, che siano state scoperte attività che hanno attirato il proprio interesse, tanto da diventare potenzialmente nuovi hobby da coltivare e mantenere anche in futuro.
La quarantena in casa ha inoltre contribuito a recuperare un rapporto più naturale con la famiglia, tra coniugi o anche tra genitori e figli, differente da quello che il quotidiano permetteva. Anche in questo caso l’ostacolo principale è sempre stato il tempo, in termini quantitativi e qualitativi, che invece in questo periodo è stato recuperato. C’è stato inequivocabilmente un autocentramento delle persone, manifestato nel godere di semplici cose, come il piacere di mangiare e andare a dormire ad orari regolari. Abitudini che il quotidiano a volte rende difficoltose se non addirittura impossibili. E’ così stata ritrovata una vita meno caotica e più umana. Il lavoro ormai è una componente della vita che copre tutte le altre parti, spesso anche la famiglia dove si è assistito ad un deterioramento dei dialoghi e delle comprensioni reciproche. Nella Fase 1 ci si è costruiti una dimensione nuova con una riscoperta dei propri spazi. Ora viene chiesto di abbandonare questo mondo per tornare al vecchio, che però è radicalmente cambiato rispetto a quello che si era lasciato.
Questo non vuol dire che la quarantena sia stata vissuta in maniera positiva da tutti. In molti casi si sono registrate difficoltà di adattamento e addirittura di angoscia, complici anche case che da veri luoghi intimi si erano trasformate negli anni in anonimi ricoveri per dormire. Entrambe queste risposte alla quarantena, con stati d’animo nettamente contrapposti tra di loro, sono riscontrabili ora in chi presenta i sintomi della Sindrome della Capanna. Il malessere psicologico, manifestato con la fatica ad uscire ed a riavvicinarsi alla normalità, può essere infatti percepito sia da chi ha trascorso relativamente bene i mesi di chiusura in casa, sia da chi ha invece evidenziato un approccio più negativo.
A presentare gli effetti di questa Sindrome, in forma più o meno marcata, secondo la Società Italiana di Psichiatria sarebbero addirittura un milione di italiani. Non c’è una fascia di età più colpita di altre, ma ne sono coinvolti in maniera indistinta adolescenti, adulti ed anziani. La casa viene quindi vista come
un luogo sicuro, quasi un rifugio raffigurato con le sembianze di un guscio, entro il quale rimanere per proteggersi da tutto ciò che si trova all’esterno. Un luogo dove rimanerne confinati come prigionieri volontari per uno spirito di autoconservazione. Uscire significa ora togliersi, talvolta con difficoltà, da un isolamento divenuto quasi normale. Varcare l’uscio porta ad affrontare una pressione, da alcuni considerata insostenibile, per riprendere i normali ritmi, ai quali non sembriamo essere più abituati. Un disagio crescente che si tramuta presto in stress, depressione e perdita di motivazione.
La quarantena ha infatti paradossalmente contribuito a valorizzare il proprio tempo e la protezione rappresentata dalla casa. Se però questa considerazione oltrepassa il confine di un approccio razionale, ecco che può sopraggiungere una visione negativa di tutto ciò che si trova all’esterno. La paura di “quello che c’è fuori” induce a mostrare la porta di casa come un muro invalicabile, oltre il quale si trova l’ignoto, caratterizzato da incertezza e paura. Il ritorno graduale alla vita normale e alle consuetudini quotidiane diventa quindi un ostacolo difficile da affrontare, causa di ansia e stress. Il mondo esterno appare un luogo non sicuro, dove regna l’incognita per un futuro dai contorni ancora non definiti, dominato da persone estranee verso le quali non c’è fiducia e che addirittura possono rappresentare un pericolo di contagio.
I timori, oltre a perdere l’equilibrio ritrovato e la rinnovata pace interiore, sono anche quelli di vedere un mondo che è cambiato nelle sue consuetudini, con nuovi modi di vivere che caratterizzeranno i prossimi mesi. Cambieranno le modalità di rapportarsi tra persone, ma anche di affrontare le vecchie abitudini dal prendere un caffè al bar fino all’andare in spiaggia. Un mondo con il quale si ha timore di non riuscire a convivere, sentendosi inadeguati e spaventati. C’è quindi la convinzione di non saper gestire le paure al di fuori del proprio ambiente.
Importanti, se non addirittura determinanti, sono stati in termini negativi i messaggi utilizzati durante la quarantena. Una fase delicatissima in cui le parole e le metafore hanno avuto effetti molto forti, complici anche le amplificazioni dei social network che ormai dominano le relazioni umane. Basti pensare al ricorrente #iorestoacasa che, pur volendo dare un’indicazione necessaria a livello sanitario, ha acuito con la sua dirompenza l’immagine di un ‘fuori’ pericoloso ed insicuro. Un impatto ancora maggiore ha avuto la metafora: “è come una guerra”. Le parole sono infatti importanti per gli effetti che possono avere nelle persone, in base a come vengono interpretate ed assimilate. Talvolta la forma è ancora più impattante della sostanza, con risvolti che possono essere negativi con conseguenze difficili poi da affrontare.
Da un recente studio dell’Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, è emerso che il 63% degli italiani presenta disturbi come insonnia, mal di testa, mal di stomaco, ansia, panico e depressione. Andando ad analizzare i singoli dati, il 43% degli intervistati denuncia addirittura di subire “un livello massimo di stress”. L’Associazione europea per il disturbo da attacchi di panico (Eurodap) ha poi avviato un altro sondaggio, i cui risultati hanno evidenziato che solo il 7% delle persone contattate si è detto ottimista e sicuro che tutto tornerà alla normalità. La più grande paura, per l’81% delle risposte, è quella del contatto con gli altri, ovviamente più forte adesso rispetto al periodo di quarantena forzata a casa. Un sentimento che quindi comprometterà i rapporti sociali e di conseguenza anche economici.
Le persone hanno difficoltà a guardare avanti e ad affrontare con fiducia il futuro, con risvolti negativi e preoccupanti anche per il lavoro. Per non parlare di chi lo ha perso o ha difficoltà a mantenere la propria attività imprenditoriale. La poca chiarezza dei medici, che spesso hanno espresso opinioni contrastanti sul virus e
sulla sua pericolosità, ha ulteriormente accresciuto il senso di inquietudine verso un mondo esteriore sempre più incomprensibile e ignoto.
La cosiddetta ‘Sindrome della Capanna’ è stata studiata per la prima volta all’inizio del 1900 quando, negli Stati Uniti, alcuni minatori accusavano i medesimi sintomi dopo un prolungato periodo che li vedeva confinati tra le viscere della terra e le capanne che li ospitavano in prossimità delle montagne. Gli scavi in miniera si concentravano infatti in pochi mesi, durante i quali i lavoratori venivano isolati e tolti dalla quotidianità, alla quale avevano poi difficoltà a tornare. Sintomi riscontrati anche in altre esperienze, come dopo lunghe degenze in ospedale o detenzioni in carcere.
Secondo gli esperti, per combattere queste sensazioni negative e riacquistare una serenità interiore, è necessario ascoltarsi per ritrovare una giusta stabilità. Un vantaggio è rappresentato dall’arrivo dell’estate. La bella stagione porta infatti naturalmente a muoversi, praticare attività fisica, andare al mare o in montagna, incontrare le altre persone e quindi riacquistare una socialità generale. Un ritrovato equilibrio nella vita potrà derivare dal porsi obiettivi non solo a lungo termine ma anche nel breve periodo. Per alcuni sport di resistenza, in cui la resilienza e perseveranza sono la chiave vincente, il segreto è proprio quello di porsi traguardi intermedi da conquistare passo dopo passo. In una gara di ultramaratona, per esempio, dopo essersi posti come scopo generale il raggiungimento della linea di arrivo, bisogna procedere per piccoli obiettivi, concentrandosi solo su di essi e non su quelli successivi, che andrebbero ad appesantire l’impegno fisico richiesto con un conseguente effetto moralmente negativo per la prosecuzione della competizione.
Ovviamente, se questo stato negativo non si riuscisse a superare, sarà necessario rivolgersi a specialisti psicologi, psicoterapeuti o addirittura psichiatri nei casi più gravi di disturbo mentale.
Dalla quarantena bisogna comunque preservare e custodire tutto ciò che, in termini di riscoperte personali e famigliari, è stato positivo. Il ritorno alla normalità dovrà prevedere l’inserimento di attività un tempo sconosciute o perse negli anni. Dai momenti più difficili, come la storia insegna, possono infatti nascere nuove opportunità volte ad una rinascita.

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