UN NOME PER SOPRAVVIVERE

Proseguiamo con le pubblicazioni delle opere risultate vincitrici al Premio Letterario Clepsamia 2020. Oggi leggiamo il racconto quarto classificato nella Sezione Narrativa: “Un nome per sopravvivere” di Maria Letizia Pecoraro.

UN NOME PER SOPRAVVIVERE

Una corsa sotto la pioggia, stringendosi addosso la giacca leggera, un brivido ed il respiro ansimante la spingono sotto un portico di mattoni rossi. Si ferma con il cuore in gola, una mano a staccare dalla fronte i capelli fradici e l’altra sulla bocca per coprire il sorriso che si apre senza controllo: scoppia a ridere forte,  la testa rovesciata indietro, quasi s’aspetti un bacio sulla gola palpitante, quel bacio lontano.
Matilde  rabbrividisce, mentre ancora quella sfacciata allegria le illumina il sorriso.
“Che pazzi eravamo!” sospira alla pioggia che sferza l’aria.
Una scossa le percuote la schiena, come una scudisciata gelida.
“E’ ritornato il freddo – dice a se stessa – colpa di questo temporale”.
Si abbraccia stretta dentro il trench troppo leggero, tenta di ancorare al suolo i suoi pensieri, ora, sotto questo portico piene di crepe ai muri, che paiono guardarla con compassionevole affetto.
Un rintocco lontano annuncia mezzogiorno: deve sbrigarsi, alle due dovrà essere in biblioteca.
Si scrolla risoluta, il viso ritorna chiuso, la sua bellezza riacquista l’austerità del presente –  tutto in ordine, ogni cosa nel suo cassetto, in casa e dentro di lei.
Corre veloce ed agile verso la sua casetta in fondo alla strada: un cancello basso di ferro si apre sul giardino, piccolo e ben curato, con il vialetto di mattonelle di cemento che conduce fino ai due scalini e poi alla porta d’ingresso, massiccia. L’aveva comprata 20 anni prima, pochi anni dopo essere arrivata a Perugia. Aveva pochi soldi, messi via dentro un libretto di risparmio, come avrebbero fatto i suoi nonni. L’aveva aperto quando, a 25 anni, aveva trovato il suo primo lavoro vero. Era felice, ricorda, aveva tanti progetti, una vita infinita davanti, le sembrava, un amore grande e la gioia di vivere stretta nei pugni.
I suoi genitori avevano aggiunto la somma mancante, per regalarle un pezzetto di serenità.
“Ancora ricordi – scrolla le spalle stizzita – dev’essere quest’acqua che mi gronda addosso”.
Si passa rapida le dita sulle guance, sotto gli occhi, per toglier via le gocce aggrappate. Non sono lacrime, è solo pioggia.
Matilde non piange mai, non piange più.
Varca lesta la porta di casa e la richiude su quella pioggia inopportuna.

Era l’estate del 1989, Matilde, Tilly per tutti, era euforica mentre preparava una lista di cose da fare, in vista della partenza per Ferrara. Era riuscita a spuntarla lei; mamma l’avrebbe voluta più vicina, magari a Lecce, magari a casa con loro, a fare su e giù con la corriera, come tante altre ragazze.
“Studierai Lettere, no? Perché mai andare così lontano? Avrai anche il pensiero di badare alla casa e a te stessa, qui ci sarei io…” continuava a borbottare la mamma e intanto le imprigionava i capelli ricci in una coda bassa, con tutt’e due le mani a fare da fermaglio.
Tilly scuoteva la testa in segno di protesta: non sopportava i lacci, portava in giro quella capigliatura selvaggia e corvina come un trofeo vistoso sopra il suo corpo minuto; i suoi ricci erano sogni da realizzate, sfide da accettare, scogli da superare.  
“Ho altri progetti, mamma! – smaniava – voglio iscrivermi a Lettere per imparare a fare la scrittrice! Voglio viaggiare, conoscere altre persone, un modo di vivere che non sia il tuo o quello di papà; voglio imparare un altro modo, un altro mondo”.
Poi s’accorgeva che quelle sue parole la ferivano e correva ad abbracciarla stretta stretta.
“Tornerò per le vacanze, mamma, verrete a trovarmi, tu e papà… ti prego lasciami partire felice. Dai mamy, su!” e riusciva a strapparle il sorriso di sempre, quello bello.
Alla fine partì. Una domenica mattina, dopo aver salutato gli amici, gli zii e i cugini, con l’auto di papà stracarica di bagagli, intrapresero quel viaggio, che per Tilly era un’avventura, per i suoi genitori uno strazio lungo un migliaio di chilometri.
Le avevano preso una camera in affitto in una casa con altre tre ragazze, anche loro studentesse fuori sede, lontane dalla loro terra.
Tilly fu subito entusiasta di quella città antica ed elegante. L’appassionarono gli studi scelti e vi si tuffò con la determinazione e la gioia di chi vedeva già il traguardo. Crebbe d’un colpo, in pochi mesi: trovò se stessa dentro la ragazzina che aveva lasciato il suo paese, divorava libri e cominciava a scrivere i suoi giorni. Trovò il suo posto dentro il mondo, così le pareva, trovò Tilly dentro se stessa. Adattò anche l’immagine a quella nuova Tilly, si liberò dai condizionamenti che credeva di aver subito fin lì. Divenne un’esplosione di colori – li sceglieva accesi e li mescolava come un pittore fauve sopra la tela del suo corpo piccolino, la gran massa di capelli ondeggianti  liberi sulle spalle, il viso pulito e senza trucco ad eccezione di un rossetto rosso, indossato sempre, come un accento.
La si notava subito, veniva voglia di avvicinarsi a lei, di parlarle per capire se fosse dentro così come appariva. Si era fatta tanti amici, in quel modo. Le piaceva essere dov’era e quell’entusiasmo le si leggeva al primo sguardo.

E poi  ci fu Enrico. Lo conobbe per caso, come accade  spesso.
C’era una festa, in un locale in centro, una sera di marzo; Tilly era insieme ai suoi amici, con un bicchiere in mano e tanta voglia di dimenticare lo studio intenso di quei giorni.
Aveva discusso a lungo con Rosella, la sua amica del cuore, compagna di stanza, di studi e di piccole follie. Tilly non aveva voglia di uscire, aveva studiato tutto il giorno e voleva continuare ancora. Temeva quell’esame di Storia moderna, le sembrava che non sarebbe mai riuscita ad arrivare fino in fondo.
“Ma smettila, dai, devi uscire da questa stanza oppure diventerai brutta come uno zombie! Ti cadranno gli occhi dalle orbite e perderai tutti i capelli, TUTTI!”, rideva singhiozzando Rosella e le lanciava addosso i guanciali, tirandoli via dai letti gemelli, fin quando non si arrese, abbandonò quel libro vergato da segni multicolori e si lanciò nella lotta.
Un’ora dopo erano in strada, Rosella alta e bionda come una vichinga, Tilly minuta e bruna; una vestita sempre di nero, l’altra la tavolozza di un pittore impazzito: impossibile guardarle e non restarne impigliati.
Enrico era uno studente di veterinaria, al terzo anno; bello come  un dio greco, una testa di capelli ricci e neri, occhi verdi sopra un naso aquilino che in faccia a chiunque sarebbe stato brutto, ma su quel viso dava un’idea di nobiltà d’altri tempi che ammaliava.
In realtà Enrico era tutt’altro che il fascinoso rubacuori che ci  si aspettava guardandolo. Era un ragazzotto di campagna, cresciuto nell’asciuttezza degli affetti di una famiglia semplice, in un paesone nella bassa padana; i suoi genitori erano sempre immersi nel lavoro nella loro azienda agricola, poco tempo per le smancerie, poche parole, ma un bene immenso per quel figlio così bravo, a scuola, in casa, con tutti.
Anche lui era a quella festa per un caso, non era abituato alla vita mondana, si sentiva sempre un pochino fuori luogo. Girava tra gli altri ragazzi con un bicchiere di birra in mano quando fu rapito da un batuffolo di ricci corvini sopra un ammasso di colori.
La ragazza si voltò per salutare l’amico che era con lui ed incontrò quelli occhi verdi che le entrarono fin nella pancia e lì sarebbero rimasti.    
“Ciao, sono Tilly” disse tendendogli la mano accompagnata dal tintinnio dei bracciali che le ornavano il polso sottile.
“Enrico, ciao” rispose lui serio.
“Sei di qui? Cosa fai? Non ti ho mai visto in giro…  hai degli occhi bellissimi, lo sai?”
Tilly lo travolse con le sue chiacchiere allegre, con un interesse genuino, con i suoi ricci, con quei colori, con il sorriso contagioso.
Si ritrovarono a chiacchierare fitto fitto lei, ad ascoltare interessato lui, dividendo una birra, seduti a cavalcioni su un muretto fino a notte tarda, quando si accorsero di aver perso di vista Rosella e Luigi, l’amico di lui.
Enrico la scortò fino a casa e da quella notte divennero inseparabili.
Si erano innamorati nello stesso istante, con un’intensità uguale, come se stessero aspettandosi da sempre.
Le loro vite si intrecciarono via via sempre più strettamente: si coltivavano l’un l’altra come piante rare, ciascuno con i propri sogni e ciascuno sorvegliandosi l’un l’altro perché tenessero fede alle promesse fatte in segreto sul loro futuro.
Arrivarono al traguardo della laurea vicini, lui l’anno prima, lei quello successivo.
Si guardavano intorno, nel frattempo: Enrico cominciava a fare tirocinio in una clinica veterinaria della città, accarezzando, tuttavia, il progetto di creare un’associazione di medici e veterinari che portasse assistenza sul territorio della sua terra d’origine, in quelle cascine che lui conosceva così bene.
Tilly aveva incominciato a collaborare con una casa editrice di Ferrara: faceva ogni cosa le venisse richiesta, dalle commissioni ordinarie alla correzione di piccole bozze, imparando tutto ciò che credeva le sarebbe servito poi. Intanto scriveva fiumi di pagine che poi rileggeva e riscriveva; a volte riusciva a far pubblicare qualcosa ed era una festa ogni volta.
Le loro vite prendevano forma, separatamente ed insieme, in un’armoniosa allegria che pareva irreale tanto era perfetta. Cominciavano a progettare di comperare una casetta dove andare a vivere insieme, invece di infilarsi a turno nelle case da studenti che ancora li ospitavano. Poi si sarebbero sposati, per accontentare le mamme, per non vedere il broncio dei papà, per cominciare a fare sul serio,
Decisero una  data e un sabato mattina andarono alla cascina, per annunciarlo ai genitori di Enrico. Arrivarono a mezzogiorno, mamma Angela aveva preparato una cosa alla buona, puntando le sue energie sul pranzo della domenica, intuiva già che i ragazzi stavano covando qualcosa e lei, in cuor suo, sperava fosse quella che aspettava. Le piaceva quella ragazzina colorata e allegra, le piaceva il modo in cui amava appassionatamente il suo Enrico e le piaceva e la commuoveva il modo in cui lui l’amava. Non vedeva l’ora, mamma Angela, non stava nella pelle, ma aspettò rispettosa di quel suo figlio riservato.
La domenica fu una festa inconsueta: quando a pranzo, Enrico annunciò con voce esitante ed emozionata che lui e Tilly si sarebbero sposati, forse in estate – non avevano voglia di aspettare a lungo – la mamma esplose in un battimani allegro da bambina, mentre il papà si asciugò lacrime lente che gli rigavano le guance. Enrico li guardò stupito e scoppiò in una risata contagiosa che riempì la stanza.
Rimasero fino al tardo pomeriggio seduti a tavola a programmare, progettare, contare ipotetici invitati, scommettere sulle reazioni dei genitori di Tilly – avevano deciso che per le prossime vacanze di Pasqua avrebbero fatto loro una sorpresa.
Poi, quando le ombre del crepuscolo cominciarono ad allungarsi, i due ragazzi si congedarono e si accinsero a percorrere con calma i cento chilometri che li separavano da Ferrara.
In macchina Enrico non parlò, accorgendosi che Tilly si era assopita rannicchiata sul sedile, la mano di lui sulle sue gambe, come faceva sempre.
Si accorse di essere senza carburante e cercò con il pensiero una stazione di servizio. Si ricordò che la più vicina era quel postaccio mal frequentato che aveva sempre preferito evitare, ma quella sera non poteva, era quasi a secco, non sarebbe riuscito ad arrivare alla prossima, venti chilometri più in là.
Controvoglia mise la freccia ed entrò nell’area di servizio, accostando alla pompa più esterna.
Non c’era nessuno, così pareva, scese per controllare se potesse usare il self service e mentre stava per inserire la banconota nella bocchetta, sentì alle sue spalle una voce strascicata:
“Ehi, ragazzino! Il coso non funziona, devi andare al bar laggiù e chiedere al proprietario”
Con un cenno del capo indicò la porta del bar, mentre s’appoggiava alla colonnina del gasolio scrutando intorno, come se ci fosse qualcuno da aspettare.
Enrico esitò, fece due passi verso il bar, poi tornò alla macchina. Tilly dormiva, non s’era accorta neppure della sosta. Non voleva svegliarla e non voleva lasciarla lì.
Poi il tipo si allontanò e lui decise di andare a chiamare il proprietario perché gli desse una mano a far rifornimento e scappare via dal quel posto. Avrebbe fatto in fretta e tenuto d’occhio la macchina.
Entrato nel bar fece per apostrofare il brutto ceffo appollaiato dietro il registratore di cassa, quando sentì la porta serrarsi alle sue spalle, si girò appena in tempo per vedere due braccia palestrate incombergli addosso come una morsa e fu immobile.
Urlò e si dimenò mentre gli occhi correvano alla macchina e con terrore seguivano una scena che pareva tratta da uno di quei film che a volte guardavano in tv: il tipo di prima apriva lo sportello ed un altro, sbucato da chissà dove, strattonava Tilly, tirandola via di peso fuori dall’abitacolo.
“Tilly, Tilly, lasciatela… Tilly!” Enrico gridò con tutto il fiato che aveva  in corpo e con il terrore che lo soffocava guardava lei che si dimenava, trascinata di peso da quei due fino a che non la vide più. Sentì solo delle urla disperate, il suo nome gridato nel buio e poi più nulla.
Quando riprese i sensi era riverso sul pavimento sudicio, le mani legate alla bell’e meglio e intorno non un’anima viva. Si liberò rapidamente e incespicando corse fuori, urlando disperato il nome del suo amore. Piangeva sapendo, temendo già quello che avrebbe visto.
Urlava come un disperato, chiamandola.
Poi s’accorse di lei, rannicchiata sull’asfalto contro lo sportello aperto della macchina di Enrico. Lui corse, la raccolse tra le braccia, lei non lo guardava, era ferita alla bocca, sul collo, si stringeva su se stessa fino a diventare un pugno, mugolava, di dolore, di terrore, pareva non sentire la voce di Enrico, non lo vedeva, forse, chino sopra di lei, piangeva e le parlava piano.
“Cosa ti hanno fatto, amore mio, cosa ti hanno fatto?”
Si guardò intorno, non c’era anima viva.
Cercò tremante il cellulare, chiamò la polizia, il 118, chiamò suo padre perché venisse loro in soccorso.
Piangeva disperato, stringendo tra le braccia la sua Tilly, inerme .
L’ambulanza arrivò quasi insieme alla volante della polizia. Presero Tilly, la portarono via al più vicino ospedale, lui chiese di andare, li implorò. Arrivò al pronto soccorso in tempo per vedere Tilly, distesa su una barella, portata  via da un infermiere.
“Dove la portate, cos’ha?” gridò Enrico
Lo sguardo dell’uomo lo colpì come una pugnalata.
“Le hanno fatto male, povera ragazza” e con lo sguardo disse tutto il resto.
Enrico urlò, urlò con quanto fiato aveva in corpo, urlò per il dolore infinito che lo stava squarciando, urlò fino a svenire.
Furono giorno terribili. Tilly fu curata dalle ferite del corpo, ma non si riusciva a scuoterla dallo stato di torpore comatoso in cui versava da quella sera disgraziata.  
Erano arrivati subito, all’alba del giorno dopo, i suoi genitori dalla Puglia, la madre di Enrico non aveva lasciato il capezzale un solo giorno.
Quando la dimisero dall’ospedale Enrico volle che andassero tutti alla cascina, sarebbero stati insieme, i genitori di lei, quelli di lui; avrebbero avuto, loro due, una stanza grande, luminosa, dove stare soli, per curare le ferite. Sarebbero stati tutti insieme, per Tilly.
Enrico la amava più di prima, contava su quell’amore senza confini per risollevarla, per guarirla.
E intanto odiava il mondo intero. Odiava se stesso per ogni cosa fatta in quel pomeriggio di primavera; gli pareva, inoltre, che tutti gli altri lo odiassero in ugual misura, che lei lo odiasse, per averla lasciata sola.
In realtà nessuno lo odiava, erano tutti stretti attorno a quel dolore così grande che aveva scoperchiato le loro giovani vite. Enrico piangeva, abbracciato alla sua Tilly, poi cercava di farsi perdonare quelle lacrime accarezzandola piano, leggendole pagine e pagine dei suoi libri preferiti. A volte si allontanava da lei, credendo di essere un promemoria doloroso di ciò che era successo, poi lei lo chiamava a sé, lo voleva lì, vicino a lei, si consegnava silenziosa nel suo abbraccio.
Una psicologa della Asl venne a casa i primi giorni, per aiutarla; poi quando Tilly cominciò a star meglio fisicamente andava lei nello studio della dottoressa, perché potessero parlare in un ambiente neutro, lontana dagli affetti stringenti che continuavano a sostenerla.
La dottoressa  Bottoni fu la prima persona alla quale chiese di essere chiamata Matilde. Non tollerava più quel suo nomignolo che pure l’aveva accompagnata per la gran parte della sua vita, fino a quella sera maledetta.
“Adesso mi sembra uno sberleffo – disse con voce piatta – non me lo merito quel nome dal suono tintinnante”.
Poi chiuse la conversazione, non tollerò più alcuna  domanda e neppure il rimanere in quello studio luminoso. Interruppe la seduta, salutò educatamente e uscì con passo misurato.
Mi muoveva così da quella sera, come se ponderasse, letteralmente, ogni movimento. Parlava con voce calibrata e senza calore.
I suoi genitori, Enrico, non se ne davano pace, ma si dicevano l’un l’altro che  sarebbe occorso tempo e pazienza ed un infinito amore.
Quando fu il momento per i genitori di Matilde, di tornare a casa, le chiesero accoratamente di andare con loro, la supplicarono di ascoltarli, di partire.
“Stare a casa tua ti aiuterà” le dicevano.
Lei rifiutò con veemenza quella possibilità e fu la prima volta che scorsero in lei la determinazione della ragazzina che era stata, della donna che stava diventando.
Ma non accadde più, ritornò i fretta al suo tono basso e monocorde.
Dopo la partenza dei suoi decise che sarebbe tornata a Ferrara, nella sua stanza in affitto. Voleva essere sola mentre cercava il modo di scavalcare quella montagna che era le franata addosso. Sentiva di dover essere lei a ricostruire se stessa, in qualunque modo, ma avrebbe trovato la strada da sola.
Chiese a tutti di dimenticare Tilly. Dichiarò di essere Matilde, per tutti, senza eccezione alcuna, Enrico incluso.
Aveva lasciato il lavoro alla redazione, non aveva più senso per lei continuare a frequentare quell’ambiente: Matilde aveva in qualche modo deciso in quale direzione si sarebbe mossa da quel momento in poi; sentiva di aver bisogno di quiete, di un ordine che fino a quel momento non le era stato necessario. Aveva bisogno di poche, essenziali linee lungo cui muoversi per non sbagliare e i suoi progetti di scrittura, quel sogno stravagante di ragazzina, adesso le risultava intollerabilmente fuori luogo.
Voleva trovare la pace e cominciò a cercarla in un perimetro strettissimo attorno a sé.
Poteva permettersi di vivere ancora per qualche mese senza lavorare: c’erano quei risparmi, quelli che profumavano di confetti e fiori d’estate. Sciocchezze!
Cercò un lavoro più consono alla donna che stava diventando e, come un gancio in mezzo  al vuoto, arrivò quel concorso per bibliotecari all’Università, c’erano pochi posti e poco tempo per prepararsi.
“Forse è la mia àncora – pensò Matilde – forse catalogando libri potrei riuscire a rimettere in piedi quel che mi resta, forse i libri mi salveranno”.
Si buttò a capofitto nello studio, dimenticando la vita fuori dalla sua stanzetta in affitto: aveva bisogno davvero di poco, una spesa generosa ogni due settimane la rendeva  autosufficiente.
Poi c’era Enrico, che dalla distanza in cui lo aveva confinato la sorvegliava, la accudiva, aspettava paziente che tutto in qualche modo passasse. Era stato allontanato anche lui, si era rotto quel filo che li allacciava da quella sera lontana in cui si erano raccontati dividendo una birra.
Lo amava, ancora e con tutta se stessa, ma quella se stessa non riusciva più a tenersi dritta sulle gambe.
“Cammino io per te – la implorava Enrico – fammi essere le tue gambe, adesso, poi imparerai, ritornerai a camminare spedita, da sola ed io al tuo fianco”.
Ma lei era sorda, sembrava essere diventata impermeabile alla vita, a qualunque palpito fosse fuori dal suo perimetro circoscritto.
Non ce l’aveva con Enrico, no! Lui a un certo punto le aveva chiesto se fosse quello il punto, se lo ritenesse responsabile di quanto accaduto quella maledetta sera; voleva sapere se anche lei credeva – come lui stesso – che avesse mancato in qualche modo i suoi doveri di innamorato, allontanandosi da quella macchina, lasciandola dormire, non essendo stato così scaltro da capire il tranello dentro cui stavano cadendo. Se lo chiedeva giorno e notte, Enrico, e ad un certo punto volle saperlo, lo chiese a Matilde. Voleva darsi ragione di quella distanza.
Ma lei negò accorata, com’era prima, negò con tutte le sue forze, gli tolse  via dalle spalle quel fardello insopportabile. Non poteva accettare che il suo Enrico, si macerasse dentro quel dolore. Ma allo stesso tempo non riusciva ad accoglierlo al suo fianco, come prima; non tollerava più di qualche carezza e i baci casti che lui le posava a fior di pelle le volte in cui riusciva a stare con lei, sempre più raramente. Lui l’assecondava, credeva che dovesse guarire le sue ferite in solitudine, come un animale che si rintana fino al momento buono.
La guardava da lontano, faceva da ponte con la sua famiglia che nello stesso modo teneva lontana, le sbrigava piccole incombenze quotidiane di cui non aveva alcun bisogno, aspettando il momento in cui Tilly avrebbe ripreso a risplendere dentro Matilde.
Quel momento restava lontano, tuttavia; i mesi passavano e le loro vite di accomodarono su quello strano binario: avanzavano paralleli senza che le loro strade si incrociassero com’era prima.
Matilde intanto aveva vinto il concorso ed era stata assunta presso la facoltà di Lettere e Filosofia, nella biblioteca che aveva frequentato per così tanto tempo. Trovò il suo posto in quella dimensione ovattata: otto ore, da lunedì a venerdì, persa tra i libri, dentro le storie scritte da altri, ferme dentro quelle pagine, incapaci di far male.
Enrico, intanto, aveva messo da parte il suo progetto di lavorare nella sua terra, tra le cascine della sua infanzia e adolescenza. Era diventato più taciturno e solitario, non riusciva a vivere con Tilly, non esisteva più, amava Matilde, in un altro modo – si diceva che sarebbe successo lo stesso, che gli amori cambiano crescendo e loro, in quel modo disgraziato erano invecchiati, ma si amavano. Ed era vero! Quel legame continuava strenuamente ad esistere, ridotto all’essenzialità che Matilde richiedeva e che Enrico accettava, pur non capendo.
Aveva accettato di collaborare come ricercatore presso la facoltà di veterinaria. Sentiva di stare tutelandosi, non era più riuscito, da quel giorno, a tornare a casa sua, alla cascina, se non per mezza giornata appena. Sentiva di dare un dolore ai suoi genitori che pure comprendevano quel figlio dolorante per le ferite inferte alla sua donna.
Prese un monolocale in città e lo preparò con cura al momento in cui anche Matilde sarebbe stata pronta per quella vita che avevano sognato insieme.
Un anno intero scivolò via, senza che nulla cambiasse.
Poi una sera di fine giugno, Matilde chiamò Enrico.
“Vieni a cena da me?” chiese.
“Certo, amore mio! Ma se invece venissi tu qui? Saremo più tranquilli” propose Enrico, accendendosi di una speranza nuova.
Matilde acconsentì e lui corse a prenderla volando. Sentiva che erano a una svolta. Aveva percepito nella sua voce la determinazione di un tempo. Credette che Tilly fosse sul punto di affacciarsi nelle loro vite, lo voleva così tanto da crederci davvero.
Matilde entrò nell’auto di Enrico e d’istinto si chiuse al collo la giacca leggera e si assestò il foulard rosso acceso che aveva annodato al collo.
“Hai freddo?” le chiese lui, seppure immaginasse da dove provenisse quel gelo.
“No, grazie, sto bene. Lo sai che non mi pace sedere… girare in macchina, preferisco sempre la bici.” si allungò a baciarlo sulla guancia e gli accarezzò piano la nuca.
“Vuoi andare a cena fuori?” le chiese poggiandole la mano sulle ginocchia
“Andiamo a casa tua, Enrico, davvero, preferisco” e mentre pronunciava piano quelle parole con la mano si accarezzava il collo fasciato di rosso.
Enrico la guardò con occhi nuovi, non si era mai reso conto di quanto fosse cambiata in quel lungo anno. Non vestiva più i colori di una volta, raccoglieva i capelli e non le aveva più visto il suo rossetto rosso. Anche quella sera, jeans scuri e camicia e sopra quel blazer quasi nero, eppure non era affatto freddo, e quel foulard, bellissimo, che però lo inquietava, gli sembrava un segno a sottolineare una vecchia ferita o a nasconderne i segni.
Ebbe una  stretta al cuore mentre capiva che Matilde non parlava più con le parole, con quei suoi fiumi di parole, ma lasciava che a farlo fossero i segni.
Ebbe voglia di piangere al ricordo dei lividi vistosi che avevano squarciato l’ambra della sua pelle sul collo, per un tempo che era parso infinito. Matilde non l’aveva cancellato, era evidente, e proteggeva quei segni visibili solo a lei; nello stesso tempo quel rosso acceso impediva a chiunque le fosse vicino di dimenticare.
L’aveva amata per quel suo modo buffo ed allegro di prendersi la vita, era un quadro dipinto a pennellate furiose ed avide; adesso l’amava di un amore infinito per essere sempre e ancora capace di sfidare la vita, coraggiosa e ribelle, a suo modo, lasciando parlare quel che aveva deciso di mostrare. L’amava ma sapeva in cuor suo di essere fuori da quel piccolo giardino che lei stava imparando a coltivare.
Arrivati a casa, prima ancora di cenare, Matilde chiese ad Enrico di sedere con lei.
“Ascoltami, Enrico, è importante” e intanto gli teneva una mano nelle sue.
Lo guardò a lungo e si vedeva chiaramente che stava cercando le parole ad una ad una; si capiva che quel che avrebbe detto le era costato fatica fin lì e che dopo le avrebbe forse fatto ancora più male.
Per un attimo Enrico intravide la sua Tilly di prima, in quella fronte appena aggrottata che precedeva le sue decisioni più ferme.
“Vado via, Enrico – disse con voce bassa e piana – ho chiesto di essere trasferita in un’altra città. Andrò a Perugia, stesso lavoro, stessa facoltà”
“Tilly…”
“No, Enrico, Tilly non esiste più, lo sai. Tilly è morta quella sera. Sono Matilde, sono diversa, sono la donna che ho messo insieme raccogliendo quel che è rimasto di quella ragazza chiassosa.”
“Non dire così! Tilly era il mio amore. Tu sei il mio amore. Tu sei Tilly, sei Matilde, sei la donna straordinaria che ha saputo lottare” si era alzato di scatto Enrico.
Non riusciva a dominare la rabbia per quelle parole che uccidevano la ragazza che amava; tremava di paura al pensiero di perdere anche la donna nata da quella; voleva urlare per farsi ascoltare, per scalfire la compostezza frigida con cui Matilde gli parlava.
“Vado via perché qui tutto mi riporta indietro, in ogni istante. Vado via per salvarmi, Enrico. Perché non sono più una donna da amare. Vado perché tu sei l’uomo che amo e che mi ama, ma io non so più trovare dentro questo incarto che è il mio corpo, un solo motivo per essere ancora chi ero. E non sono capace di essere altro.”
“Non capisco quello che dici!” urlò Enrico e lei ebbe un sussulto.
“Mi temi – disse angosciato dalle sue stesse parole – no, no, tu mi lasci perché credi sia colpa mia… sapessi quante volte mi sono maledetto per ogni azione fatta quel giorno, sapessi…”
Matilde gli chiuse la bocca con la mano.
“Non dirlo mai più! Tu sei stato la scialuppa di salvataggio, mi hai raccolta in quella tempesta, mi hai scaldata, nutrita, hai vegliato il mio letargo. Mi hai amata. Senza di te io non sarei qui, adesso. Ma non sono capace di essere altro che questa pietra che sono diventata. Non so essere altro. Tu sei un uomo da amare con calore, con tenerezza, passione. Io sono marmo. Ero in frantumi, lo sai. Ma più di questo non riesco a fare. Lasciami andare, Enrico, ti prego”
Gli prese in viso tra le mani, lo baciò come faceva prima, fermò per un istante la sua bocca su quella di lui,
Poi senza guardarlo andò via.
Era la fine di giugno del 1996.  
Le bastarono due settimane per raccogliere le sue cose, la sua vita rimasta e portarle in quella nuova città.
Non si voltò un attimo indietro, quel giorno in cui lasciò Ferrara, non scese una sola lacrima sul quel viso bellissimo.
Cominciava una nuova vita. Avrebbe tentato di perdonare quella ragazzina troppo colorata, avrebbe continuato ad amarla e, con lei, quel suo ragazzo troppo bello e serio, da sposare, ma l’avrebbe tenuta lontana, l’avrebbe rinchiusa in un cassetto segreto.
Matilde avrebbe, da quel momento in poi, soltanto vissuto, null’altro.

“Piove – parla da sola ancora una volta – piove sempre più spesso”
Chiude a chiave la porta di casa, rinsalda con cura il cancello di ferro sul suo piccolo giardino ordinato.  
Apre un ombrello scuro, assesta il foulard rosso fuoco sul collo, si accarezza distratta la gola e si avvia.
Dopo Tilly non è più tornata ad amarsi, Matilde, mai più.
Nonostante in tanti la amino, lei non riesce a trovare un solo motivo per cui valga la pena di amarsi ancora.
Ma continua a vivere.  

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