La pandemia. Ricostruire una “migliore normalità”

Siamo giunti al podio del Premio Letterario Clepsamia 2020. Oggi pubblichiamo il saggio terzo classificato nella sezione Saggio Breve/Articolo: La pandemia. Ricostruire una “migliore normalità” di Alessandra Longhitano.

La Pandemia. Ricostruire una “migliore normalità” di Alessandra Longhitano


La pandemia da Covid-19 ha sconvolto e messo a soqquadro l’intero mondo. I potenti della terra sono rimasti spiazzati. Ogni individuo che popola questo pianeta ha perso la propria bussola.
Tutti, indistintamente, hanno dimostrato la loro vulnerabilità. L’emergenza sanitaria ha mutato le nostre vite e cambiato qualcosa anche dentro di noi.
Centinaia di migliaia di morti, nuove povertà e nuovi disturbi depressivi.
Il Coronavirus ha obbligato di colpo all’isolamento, a stare chiusi in casa, distanti dagli affetti. La stabilità psicologica ed emotiva di ciascun individuo è stata messa a dura prova: lo stato di precarietà e incertezza ha bloccato le nostre energie e turbato i nostri animi.
Il tessuto economico è a limite: attività produttive non essenziali costrette ad uno stop forzato e le famiglie ad arrancare.
La sintassi sociale subisce una profonda crisi: la socializzazione è sospesa e “stare lontani” non corrisponde più a disaffezione sociale, ma costituisce un atto d’amore verso gli altri. La distanza diventa la parola d’ordine per tutelare e tutelarsi. L’era del contatto si risolve in baci e abbracci virtuali.
La nostra quotidianità cambia su tutti i fronti: dalle relazioni interpersonali al lavoro; dalle norme sociali al rapporto con la propria famiglia.
La nostra vita si trasforma e si evolve: le nostre abitudini si riplasmano, modellandosi a nuovi stili di vita.
In poco tempo siamo stati in grado di reinventarci e realizzare ciò che in anni non siamo riusciti a fare.
L’istruzione e la formazione diventano digitali.
Ragazzi e bambini, sempre più iperconnessi, aprono le loro stanze alla “didattica di-stanza”. Difatti, abbiamo rivoluzionato le nostre case e adattato spazi e ambienti alle nuove esigenze. Si diventa avvezzi ad un diverso modo di apprendere, lavorare e comunicare.
Si acquista destrezza nel maneggiare strumenti tecnologici e si esplora finalmente la potenza che essi hanno.
Basta più computer, tablet, smart-phone solo per “giocare” o “curiosare”, ma adesso anche per imparare nuove metodologie didattiche e lavorare “agile”. Lo smart working ha messo d’accordo datori e lavoratori: gli obiettivi e i risultati sostituiscono orari prefissati.
In un quasi perfetto “balance”tra vita privata e vita lavorativa, si concilia lavoro, studio e famiglia.
Il “lavoro agile” permette di risparmiare tempo e abbattere i costi che gli spostamenti inevitabilmente comportano, a vantaggio della stessa produttività e efficacia. Ci siamo fermati e di conseguenza smesso di correre e di inseguire chissà poi cosa.
L’ambiente si ossigena e la natura si riappropria dei propri spazi. Le strade spettrali rivelano scorci mai visti e suoni mai uditi.
La nostra immagine si riflette in acque limpide, senza più sfregi. Abbiamo fatto di necessità, virtù.
Ma se la natura rinasce più rigogliosa che mai, l’uomo perisce, schiacciato da un susseguirsi di restrizione e condizionamenti che non riesce a far propri fino in fondo. La sospensione ci coglie impreparati.
L’interruzione della progettualità sconforta.
Tutto ciò che si era pianificato anche solo a livello immaginativo perde senso. La convivenza forzata e il confinamento a casa diventano una barriera insormontabile. Così avanza implacabile l’inquietudine, dominando mente e agitando cuore.
Ci corazziamo di tutta la pazienza posseduta, assumendola nel senso letterale dell’etimo latino, quale capacità di patire e di accettare la sofferenza, ma ci accorgiamo che non basta.
Il potere di controllare ogni cosa è la nostra più grande illusione. Siamo di fronte all’inaspettato e ciò è sufficiente per comprendere che non avremo mai il controllo su quello che accade. L’unica cosa su cui abbiamo potere è la nostra mente.
Siamo fragili e il virus lo ha dimostrato.
Noi uomini, imprevedibili, perennemente insoddisfatti desiderosi della pausa e ora nostalgici della fretta.
Ciascun individuo è combattuto tra cedere il passo alla paura o mantenere il proprio ruolo attivo; confrontarsi con le proprie fragilità per superarle o perdersi inevitabilmente dentro.
Ma la conta giornaliera di contagi, ricoveri e vittime fa sprofondare nell’angoscia.
“Andrà tutto bene” di Savoretti risuona ripetutamente nella testa; in quelle notti insonni, fatte di
preghiera e speranza.
Il canto degli italiani e gli arcobaleni dei bambini si arrendono a silenziosi flashmob.
Al dolore si aggiungono lacrime per le tante, troppe vittime.
Anime strappate e strappi impossibili da ricucire che ci lasciano immobili nell’immobilismo generale.
Da epidemia a pandemia il tempo è stato breve.
Epidemia (dal greco, epì = sopra; demos = popolo) significa che la diffusione della malattia infettiva investe simultaneamente una moltitudine di individui, seppur in maniera delimitata nello spazio e nel tempo.
Il primo caso di infezione conclamata è stata segnalata nella città di Wuhan, capoluogo della provincia cinese dell’Hubei, a inizio dicembre 2019.
Il 31 dicembre dello stesso anno le autorità sanitarie cinesi notificano all’Organizzazione Mondiale della Sanità un focolaio di casi di polmonite ad eziologia non nota (Articolo tratto da Istituto Superiore della Sanità, in http://www.epicentro.iss.it)
In verità, secondo altre fonti, in Cina l’origine dell’epidemia può essere collocata tra la seconda metà di ottobre e la prima metà di novembre 2019 (S. Ravizzi, 50 domande sul Coronavirus – gli esperti rispondono, Hoepli.it, 2020.) periodo che la Cina, sottolinea, quasi a discolpa, coincidere con i Giochi mondiali militari. A fine ottobre, precisamente dal 18 al 27 ottobre 2019, in Cina, nella città di Wuhan, si sono tenuti i Mondiali militari.
Il 31 gennaio 2020, con una delibera del Consiglio dei Ministri, viene dichiarato lo stato di emergenza in seguito a rischio sanitario, per sei mesi. Da lì a non molto, diverse nazioni del mondo si troveranno a vivere la stessa situazione drammatica e surreale.
Difatti, l’11 marzo 2020 l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiara la pandemia.
Pandemia (dal greco pan = tutta; demos = popolazione) significa che l’infezione si è diffusa rapidamente, espandendosi in più aree geografiche, coinvolgendo tutte le persone.
Gli Stati Uniti d’America attaccano la Cina per la diffusione incontenibile del virus; viceversa Pechino incolpa Washington. Riemergono tensioni geopolitiche più forti di prima e in fondo mai sopite.
E mentre la guerra fredda tra i due più potenti colossi del mondo è in atto, la mente si ottenebra per un virus che nessuno vede, ma la cui pericolosità lascia senza fiato.
Il nostro Paese, per la prima volta nella storia della Repubblica italiana, si trova davanti un evento inimmaginabile: la diffusione incontrollata della Sars-COV-2. È la prima grande pandemia di una società globalizzata.
La globalizzazione, iniziata negli anni ’90 con l’avvio della modernità, ha comportato integrazione e crescita economica, demografica, sociale tra le diverse aree del mondo. (Encicl. Treccani, http://www.treccani.it)
Tutto è collegato e accelerato. Siamo di fronte al “progresso più colossale e positivo della nostra epoca” (Articolo tratto dal Il Sole24ore, in http://www.ilsole24ore.com).

L’interconnessione di paesi, regioni e popoli però ha il suo rovescio della medaglia. Rapidi voli trasportano la gente da un posto all’altro ed ecco che il virus corre veloce nel mondo. L’unica soluzione efficace per fermarlo è fermarsi.
A tal proposito, appare opportuno dire cos’è il COVID-19 o Sars–Cov2 .
I Coronavirus sono una vasta famiglia di virus, identificati a metà degli anni ’60, noti per infettare l’uomo e alcuni animali.
Sono virus RNA a filamento positivo, con aspetto simile a una corona al microscopio elettronico, da qui il nome “Coronavirus”.
La malattia è anche nota come “COVID-19”(dove “CO” sta per corona, “VI” per virus, “D” per disease, malattia e “19” indica l’anno in cui si è manifestata) (È stato così definito dal Direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus, nel briefing tenutosi con la stampa l’11 febbraio 2020, durante una pausa del Forum straordinario dedicato al virus.)
Il nuovo Coronavirus, nello specifico quello denominato SARS-CoV-2, è un nuovo ceppo, mai identificato prima di Wuhan. L’acronimo di SARS-Cov2 è “Sindrome Respiratoria Acuta Grave-CoronaVirus-2”. Anche se il nome rievoca quello della Sars, in realtà il nuovo Coronavirus pur appartenendo alla stessa famiglia di virus, non è lo stesso.
Le cellule bersaglio primarie sono quelle epiteliali del tratto respiratorio e raramente gastrointestinale.
I sintomi possono essere variegati e sovrapponibili a quelli stagionali: raffreddore, tosse, dolori muscolari, spossatezza e febbre superiore a 37,5°.
Ciò che caratterizza negativamente questo virus è la sintomatologia: lieve o addirittura asintomatica per alcuni pazienti; molto grave invece per altri, al punto da generare polmonite con distress respiratorio acuto.
Ad oggi, la fonte di SARS-CoV-2, il coronavirus che provoca COVID-19, non è conosciuta. Le evidenze attuali suggeriscono che SARS-CoV-2 abbia un’origine animale (il “reservoir” ecologico probabilmente si trova nei pipistrelli) (Articolo tratto dal sito del Ministero della Salute, in http://www.salute.gov.it/nuovocoronavirus) e che non sia un virus costruito in laboratorio.
Resta il fatto che il Covid-19 sta tenendo il mondo sotto scacco.
Nessun farmaco ci può curare, ma solo sperimentare. Nessun vaccino al momento ci può dare anticorpi, ma si può solo studiare e testare. La terapia intensiva poi è l’ultima spiaggia di chi versa in situazioni particolarmente critiche.
Allontanarsi dalla propria casa al suono di un’ambulanza, senza la “vicinanza” dei propri cari per lunghi giorni, settimane e mesi.
Addormentarsi senza una mano da stringere, senza un volto familiare come ultima immagine da ricordare in un viaggio il cui ritorno talvolta è incerto.
Inermi, in balia di un respiratore artificiale che ci può salvare solo se il nostro organismo regge allo sforzo richiesto. Soltanto il nostro sistema immunitario può vincere o cedere al virus che lo attacca.
Un virus che si propaga mietendo un numero di vittime paragonabili ai morti di guerra. Ragione per cui si è costretti a tracciare una linea netta tra chi deve vivere e chi morire.
Una compiutezza che si ripercuote drammaticamente su tutti noi. La situazione tragica che stiamo vivendo scatena negli individui una serie a cascata di effetti psicologici, quali depressione, ansia, insonnia, stress (Studio avviato dal Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza, in http://www.coris.uniroma1.it) e in certi casi un vero e proprio trauma.
Gli animi si opacizzano, l’umore si abbassa e la paura per sé e per i propri cari si aziona. Gli stati d’animo diventano ogni giorno che passa sempre più altalenanti. Siamo chiusi in casa, alcuni da soli e altri in compagnia dei propri conviventi.
Dai telegiornali ai social non si parla di altro.
Il Coronavirus è una catastrofe sociale, in quanto coinvolge aspetti socio-politico, economico e sanitari.
È un trauma oggettivamente grave che richiede una straordinaria capacità del soggetto di sostenere le conseguenze che tutti stiamo subendo. Il tempo si ferma e i pensieri si focalizzano totalmente sull’evento traumatico che annoda a sé tutte le nostre emozioni.
Non si vede via di fuga, né luogo in cui scappare, giacché la pandemia ha investito tutti i paesi del cosmo. Il trauma sia di bassa che di grave entità provoca comunque effetti a livello psicofisico.
Nella prima casistica si collocano le umiliazioni o le controversie avute durante l’infanzia con figure di riferimento importanti; nella seconda rientrano invece i cosiddetti “Big trauma” (La terapia EMDR distingue tra Big e Small trauma).
Il Big o Grande trauma è legato ad un evento percepito dal soggetto in maniera più pressante rispetto al primo. L’impatto emotivo è più forte, poiché minaccia l’integrità fisica propria e delle persone a noi care.
Tra questi si annoverano situazioni quali abusi, maltrattamenti, incidenti, guerre, attacchi terroristici e disastri naturali (terremoti, alluvioni, incendi, pandemie, etc.) che determinano la morte di persone in numero non definito.
Nonostante ci sia una differenza abbastanza significativa tra gli eventi di bassa e alta entità, la reazione è molto soggettiva. Le psicopatologie che ne possono derivare variano a seconda di diversi fattori: età, anamnesi, aspetti psicobiologici e psicologi della personalità; capacità di esternazione del proprio malessere, resilienza o “stili di coping”, cioè la capacità di adattamento del soggetto.
Tutto dipende dalla percezione che si ha dell’evento e dalla capacità di elaborare il trauma. Molti, infatti, necessitano di lungo tempo per superarlo, mentre altri tornano abbastanza velocemente alla vita normale.
Secondo Pierre Janet, padre della psicotraumatologia, il trauma è il risultato di un evento identificabile in base a “emozioni veementi”.
Eventi stressanti non gestibili che causano la sopraffazione delle emozioni e lasciano le persone prive di difesa e incapaci a reagire. Vivere una situazione minacciosa che si protrae nel tempo, senza la capacità di neutralizzarla crea sfiducia e forte senso di impotenza.
Come è stato definito da Herman nel 1992: “il trauma psichico è il dolore degli impotenti. La vittima è resa inerme da una forza soverchiante”. L’angoscia è il filo conduttore di questi mesi.
Il Coronavirus non si vede ma è una minaccia continua e non controllabile che incombe ovunque. Il virus si trova nelle superfici, nelle scarpe, nei vestiti.
Nessuno lo conosce ancora bene, né possiede “formule magiche” per tenerlo lontano. Sappiamo solo per certo che può causare una terribile “fame d’aria” e questo deve bastare da monito per comportamenti responsabili e di buon senso.
È un trauma collettivo, che getta in uno stato di profondo disagio. Tutto da semplice diventa complicato: file ovunque da rispettare, dispositivi individuali da indossare, distanze da mantenere.
E al rientro, precisi protocolli da seguire: dallo “svestimento”, alle procedure di disinfezioni di chiavi, telefonini, portafogli e quanto altro.
Non possediamo armi contro questo nemico se non quelle del distanziamento sociale, delle mascherine, dei guanti e delle ritrovate buone norme igieniche che oggi i bambini, cittadini modello, osservano più di noi perenni distratti.
Ad alimentare il disagio psicologico c’è la condizione di “attesa”.
Un ansia tale da contare giorni, minuti e secondi in cui potremmo ritornare alla “normalità” per poterci sentire finalmente “liberi”.
Insorge l’insofferenza: la persona sente di non poter scegliere e di non avere opzioni o alternative. Paura, rabbia, tristezza si impongono prepotentemente: si può fare solo in un modo, non deciso danoi.
E così in piena crisi “identità” si scappa, nella notte, da quel Nord sempre più piegato. La mattina dell’08 marzo 2020, i media e i social regalano video che diventano subito virali.
Questa data non sarà ricordata come il giorno dedicato alla donna, ma come “l’Esodo verso il Sud”. Gente in piena psicosi che prende d’assalto le stazioni, accalcandosi su bus e treni. Si rivive così in Italia un frangente di storia: l’8 settembre 1943.
Il proclama letto alla radio da Pietro Badoglio faceva intuire che tutto era allo sbando: confusione di parole e ordini non rigorosi generò paura, allarme, disperazione e fuga. Tutti scappavano e tanti si chiedevano se la guerra fosse finita o se fosse appena cominciata.
Noi senza bombe, in piena modernità, non abbiamo dubbi: siamo in guerra.
Tanti tremano e moltissimi si indignano contro quella politica che “non immaginava” la fuga di notizie della bozza di decreto del Governo che vieta gli spostamenti da determinate zone.
È curioso il fatto che nell’ordinario ci arrovelliamo continuamente senza decidere e in una sera siamo stati in grado di sciogliere qualsiasi dubbio, compiendo la “scelta giusta” per noi e per i nostri cari.
Noi sofferenti a farci “blindare”, fragili più che mai, ci mostriamo coraggiosi nello sfidare un nemico invisibile.
Ci appelliamo alla compressione di diritti e alla limitazione delle libertà personali, dimenticando che ogni singolo diritto e ogni singola libertà incontra i suoi limiti nel diritto primario alla vita e nel diritto fondamentale alla salute. Non si può guardare alle libertà mancate, più delle vite perdute.
La libertà non è arbitraria. La nostra libertà deve incontrare come limite la libertà dell’altro. Libertà è autodeterminazione, ma anche responsabilità e consapevolezza delle proprie azioni. La saggezza e il buon senso devono guidare l’agire umano.
Ed ecco che torna attuale Aristotele: “i comportamenti umani non sono prevedibili come i teoremi di matematica”.
E se ha lasciato indifferenti il monito dell’art. 650 del Codice penale (L’articolo 4, comma II, del DPCM 8 marzo rinvia all’applicazione dell’art. 650 del codice penale. Tale articolo è stato depenalizzato con l’art. 4 del D.L. n. 19 del 2020) “…l’arresto fino a tre mesi per inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità”, non fa nemmeno riflettere lo stop per “ragioni di giustizia o di sicurezza pubblica”.
In questi termini, non c’è di che sperare: finché ognuno di noi continuerà a pensare a “stare bene” più del “bene comune”, non ci sarà futuro da restituire ai nostri figli.
L’egoismo è una figura di solitudine che dobbiamo tenere lontano: “insieme ce la faremo” deve prevalere su “si salvi chi può”. Un infido virus taglia in due l’Italia e mostra le istituzioni, il popolo e gli individui che siamo.
Intanto, in risposta a quanto accaduto, il 12 marzo 2020, il Presidente del Consiglio emana un decreto con misure ancora più stringenti: chiusura di tutte le attività (eccetto le essenziale e ad esse connesse). Le maglie delle occasioni sociali si restringono ancora di più: non si può uscire se non per motivi essenziali riguardanti la salute, necessità e lavoro.
Questo preclude ogni possibilità di frequentare persone, mantenere una buona socialità, di dedicarsi ad attività per il benessere personale, hobbies e divertimenti.
La nuova grammatica sociale è intrisa di altre cautele che ci rendono ancora più vigili e diffidenti. Le dimostrazioni di affetto sono quasi azzerate, la nostra presenza sempre più “evitante”. Le esternazioni smorzate. La parola ancora più ridotta.
Le mascherine utilizzate per imprigionare il doplet (nuvole di goccioline di saliva espulse insieme a tosse o starnuti) arginano noi stessi.
Ed ecco che si è spaesati, in balia di spinte contrastanti, che non hanno baricentro. Tutto sembra sfuggire dalle mani. Non siamo capaci di fronteggiare ciò che sta accadendo. La convivenza forzata diventa una barriera insormontabile, una flessione che si acuisce. Lo stop di questo periodo ci priva dei tanti stimoli che riempivano le nostre giornate e i nostri spazi.
Occorre raggiungere un nuovo equilibrio e assestarsi. Essere più reattivi e prudenti.
L’umanità ha superato situazioni ancora più difficili, ma il cambiamento imposto dal Coronavirus sembra una sofferenza insormontabile.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità, ancor prima che scoppiasse la pandemia, ha stimato che nel 2030 la depressione sarà la malattia più diffusa, seconda causa di disabilità dopo quelle cardiovascolari, in tutto il mondo, Italia compresa. Più del cancro, più delle patologie cardiache, più dell’Alzheimer.
Per depressione si intende qualunque “disturbo psichico, labilità emotiva o disturbo del tono dell’umore che perde la sua flessibilità, fissandosi verso il basso e non è più influenzabile da situazioni esterne favorevoli” (Salvatore Di Salvo: Ebook, Diffusione, cause e sintomi della Depressione, Associazione per la Ricerca sulla
depressione, p. 1, 2
).
Gli stati depressivi, la claustrofobia, l’afefofobia (paura del contatto), i disturbi ossessivo compulsivi, l’ansia sociale e i disturbi del sonno sono sempre più in crescita. La sofferenza psichica e la mancanza di equilibrio interno sono il segnale di qualcosa di dissonante nella personalità.
Le cause sono molteplici: gravi lutti, eventi di vita avversi e precoci, stress acuto d’elevata intensità o stress cronico etc.
L’era del Coronavirus ne ha aggiunte altre: la morte da “soli”, la preoccupazione per la salute, il timore del contagio, il distanziamento, l’isolamento, il mutamento delle abitudini, i problemi economici e l’assenza di prospettiva futura.
L’emergenza Covid-19 ha generato cambiamenti sia nelle funzioni cognitive (attenzione, memoria, etc.), sia nelle emozioni (paura, tristezza, preoccupazione). Tali cause devono intendersi a circuito “ circolare” tra fattori ambientali, psicologici, biologici ed emotivi.
Per questo occorre intraprendere un intervento consapevole al riguardo.
Se la paura e l’angoscia si innestano in persone già fragili, si possono sviluppare disturbi postraumatici o reattivi, ansia o depressione.
Nella fase acuta del disturbo depressivo, i sintomi della persona depressa se particolarmente gravi, possono paralizzare la sfera affettiva, sociale e lavorativa.
La persona si chiude in se stessa. Priva di interesse per tutto e tutti, si sente inutile, arida e vuota. Lo slancio vitale cede il posto al senso di inadeguatezza nelle svolgimento del proprio lavoro o delle normali attività quotidiane. Il futuro appare “senza speranza” e il proprio vissuto“vuoto”.
Pertanto occorre individuare l’origine e le cause del disturbo, scavando nella parte più intima dell’io. Conoscere la sofferenza e trasformarla in elemento propulsore per modificare il rapporto con sé e gli altri (S. Di Salvo, E-book: Depressione, sofferenza e trasformazione, op. cit.)
Fatto ciò, occorre mettere in atto i cambiamenti necessari per ripristinare l’equilibrio e il benessere della personalità.
La “rottura” con il passato è tangibile . Questa pandemia non ci restituirà nulla di ciò che abbiamo perso, ma ciò che è certo e che dopo questa fase, il senso delle giornate e delle relazioni cambierà. È arrivato il momento di abbandonare il superfluo per portare avanti un percorso esistenziale diverso e più consapevole.
Spingerci verso l’ascolto, abbracciare noi stessi e donarci un nuovo equilibrio.
Allo stesso modo occorre riprendere le visite, i controlli e le cure interrotte in questa situazione emergenziale per paura del contagio.
Questi mesi di “lockdown”, fatti di solitudine e isolamento, devono servire a far si che il tempo ritrovato scandisca diversamente le nostre esistenze.
Vivere secondo la natura delle cose ci può aiutare a superare i nostri limiti: questo momento così difficile che la popolazione sta vivendo, impone un percorso di introspezione e riflessione dentro e fuori di noi: rivalutare le sofferenze quotidiane, riflettere sulla priorità della vita e riprogrammare i propri desideri.
Certo, si ha paura di perdere il proprio mondo, e qualcuno lo ha davvero perso.
La memoria di questa esperienza però deve consentirci di ri-costruire qualcosa di nuovo.
È quindi d’obbligo svegliarsi dal torpore che ci inibisce e recuperare la propria dignità, riaffermare la propria audacia e ridefinire il proprio percorso esistenziale.
Già dal 18 maggio 2020 si è ripartiti con la fase di inizio e di recupero.
Il Paese riapre gradualmente, dopo un lungo periodo in cui si è rimasti in casa, in luoghi limitati, definiti, condivisi, dove anche l’orientamento sembra essere stato manomesso. A partire da questa data e da quelle a seguire, ci aspetta una nuova sfida.
Certamente dovremo fare i conti con il senso di smarrimento. E la tanto attesa “uscita” può non essere come ce l’aspettavamo: l’angoscia da contaminazione può disorientarci e rendere frustrante ogni nostra azione.
Cosicché anche i nostri desideri, tanto pensati e sognati potrebbero spegnersi: andare a trovare i nostri congiunti con mascherina e con distanza più di un metro può apparirci persino più doloroso della lontananza.
Il punto è che occorre una volta per tutte abbandonare la nostra visione delle cose, le nostre abitudini e il nostro modo di rapportarci: con respiro lungo, occhi aperti e sogni equilibrati occorre superare tutte le incertezze che abbiamo e guardare avanti.
Ma se da una parte occorre riprendere la propria vita in mano, rendere nuovamente vivi gli spazi, ridare linfa a strade e città divenute in questi mesi “fantasmi”, dall’altra bisogna evitare comportamenti irrazionali in grado di vanificare quanto fatto sino ad oggi.
È ora di ripartire, senza dimenticare i confini entro cui muoverci.
Perché quello che abbiamo vissuto e stiamo vivendo non è un” incubo” dal quale ci sveglieremo e tutto è rimasto come prima.
È un dovere andare avanti, ma lo è altrettanto restituire dignità alla memoria, senza debordamenti che possono tradirla.
Ed è proprio nel momento in cui il traguardo è vicino che è necessario mantenere alto ancora di più l’impegno, perché l’entusiasmo di vedere presto superato il momento di difficoltà non ci faccia dimenticare che c’è un altro tratto di strada, altrettanto importante, da percorrere.
Ci siamo sacrificati, adattati, ripensati senza aspettare che la crisi passasse da sé, ma l’abbiamo affrontata.
Ancora una volta è questo ciò che dobbiamo fare: l’impazienza di ritornare “alla vita di prima” non ci faccia dimenticare la necessità di tutelare la salute di tutti e di trovare vie nuove e nuovi modelli del nostro agire per investire nel cambiamento e continuare a proiettarci in un futuro.
Dietro la morsa dell’attesa non ci ha mai abbandonato la speranza.
Occorre abilitare il cuore a un nuovo modo di volersi bene e stare vicini nella distanza.
Allo stesso tempo, aprire la mente ad una “nuova” se non “migliore” normalità.

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