Espiazione

Pubblichiamo oggi il racconto “Espiazione” di Manuela Zucchi, classificatosi al terzo posto assoluto nella Sezione Narrativa del Premio Letterario Clepsamia 2020.

Espiazione di Manuela Zucchi

Quando arrivò, verso mezzogiorno, c’era un gran viavai di gente, nel salone centrale e nelle sale adiacenti. Gli addetti ai lavori, in tute e guanti, maneggiavano i dipinti antichi con la sicurezza dell’ostetrica che accudisce il neonato. I quadri, per terra, parevano offrirsi allo sguardo con la stessa familiarità che senz’altro a suo tempo riservavano agli amici dei pittori, in visita allo studio. Appoggiate alla parete, come oggetti ordinari, le tele apparivano ancora più preziose, proprio perché nude, fragili, esposte. Si sentiva intrusa e privilegiata al tempo stesso, per quell’occasione speciale di trovarsi dietro le quinte di un evento annunciato da mesi di battage pubblicitario. Intanto alzava lo sguardo ammirato agli affreschi neoclassici del soffitto. Non posso trascurarli, pensava, anche se non rientrano nel percorso. Vedrò come organizzarmi con i tempi. Mentre si dirigeva verso l’ufficio della direttrice non poteva distogliere lo sguardo da quelle tele così vicine, apparentemente così accessibili. Era una suggestione difficile da definire, ma non nuova, la stessa che provava in certi giorni d’estate quando, visitando una chiesa deserta, dialogava in silenzio con le grandi pale d’altare che emergevano dal buio delle cappelle.
La porta, pesante, di noce scuro, era incorniciata di stucchi. Bussò.

– Buonasera – la direttrice della fondazione le porse la mano inanellata, e la fece accomodare dall’altra parte della scrivania. – dunque, lei è una guida turistica dell’Associazione “Itinerari emiliani”.
Annuì.

– Ho accettato volentieri la vostra proposta di collaborazione. Mi avete preceduto. Hanno parlato bene di lei, e l’ho contattata apposta – disse, con un leggero sorriso. La Fondazione, non so se è al corrente, ha acquisito Villa Simi, che ospiterà una collezione permanente e mostre estemporanee. La prima verrà inaugurata fra una settimana, il 20 maggio. Le abbiamo preparato tutto il materiale che le occorre. Dopo, può passare in segreteria a prenderlo. Immagino che conosca il tema. Non so se ricorda, c’è stata una mostra analoga, a Parma, due anni fa….

– Ho fatto visite guidate a quella mostra.

– Bene, lei sa che questa è dedicata alla pittura emiliana dal XVI al XVIII secolo.

– Certo.
– Benissimo. Allora le mostro il percorso. Molti dipinti, come vede, sono ancora da appendere, e i dispositivi tecnici, gli allarmi, ecc., devono ancora essere sistemati. Comunque, riuscirò a mostrarle, per quanto possibile, un’anteprima. Ci terrei che nella visita, non più di un’ora e mezza, mi raccomando, mettesse in evidenza soprattutto il significato della mostra. Non è stato facile, come può bene immaginare, trovare un taglio originale, degli spunti nuovi all’argomento che è stato trattato ampiamente in esposizioni anche recenti. Abbiamo scelto, come criterio, il filo conduttore che lega i nostri artisti a Venezia, Roma, l’oltralpe. Da tempo erano in corso vari studi sull’influenza della pittura italiana ed europea nell’ambito padano, proprio attraverso le testimonianze dei viaggi e dei soggiorni compiuti dai maestri. “Pittori in viaggio, ecc. ecc.”, il titolo è venuto così, confesso, una sera, davanti a una bottiglia di vino. Ci sembrava azzeccato. Ci è piaciuto.

– Un titolo che cattura. Io penso infatti …

– Consideri, ma lo saprà già – la interruppe la dottoressa – che i visitatori raramente sono degli intenditori. Quindi faccio appello alla sua sensibilità, alla sua elasticità, alla sua capacità di suscitare l’interesse, sia cauta nei riferimenti storici, possono annoiare. Al contrario, se capisce di avere a che fare con persone preparate, perché ce ne sono, sa, magari sembrano gente alla buona, proprio così, ma poi si rivelano le più esigenti… a proposito, mi scusi, lei è laureata in storia dell’arte?

– Ho la laurea magistrale in lettere, e il master in storia dell’arte.

– A questo punto – disse la direttrice, alzandosi – non ci resta che fare il giro fra questi capolavori.

Non sapeva da che parte cominciare. Ma non doveva rinunciare al suo progetto. Così quando la dottoressa Leoni, dopo averle illustrato le sale, la congedò dicendole:

– Il catalogo può acquistarlo in segreteria, assieme al materiale gratuito, al prezzo che facciamo in mostra, molto conveniente rispetto alle librerie.

– Grazie – rispose. (della generosità, avrebbe volto dire). Ma non era il caso di commentare, soprattutto in vista di quanto stava per chiedere. Raccolse infatti tutto il suo coraggio e disse:

– Se ha ancora qualche minuto, avrei una novità da proporle.
L’altra la guardò perplessa.

– Potremmo parlarne con calma? E’ un discorso delicato.
Si accorse di avere usato due termini impropri: Discorso (quanto c’è ancora da dire?) Delicato (che faccenda sarà mai? In che cosa vuole coinvolgermi?).
Dall’espressione che le rivolse capì che la dottoressa stava frenando l’ansia e cercava di mostrarsi semplicemente annoiata.

– Ho poco tempo, non possiamo discuterne qui?

– Preferisco di no.
La Leoni la riaccompagnò nel suo ufficio. La fece sedere.

– Come le ho detto, sono laureata in storia dell’arte – esordì Anna – ma da qualche anno svolgo ricerche sul periodo delle seconda guerra mondiale nel nostro territorio, in collaborazione con l’università. La dottoressa Palmi, non so se la conosce, il dottor Tagliavini.

– Non li conosco, non è il mio campo.
Poi prese a guardarla, impaziente e incuriosita.

– Bene, i nostri studi hanno portato a una scoperta che ha a che fare con questa villa.
Tacque, per godersi l’effetto. Che ci fu. La dottoressa aveva aggrottato le ciglia, incredula e un po’ allarmata. E allora? Pareva chiedere, mentre la guardava senza parlare.

– Le spiego subito. Nel sotterraneo di Villa Simi è stata nascosta, per alcuni mesi nel 1943, una famiglia di ebrei, genitori e due figli adolescenti. Le ricerche verranno pubblicate il prossimo anno. Ma, d’accordo con i ricercatori, che lei può contattare, se vuole, vorrei mostrare questo rifugio nel corso della visita.

– Certo che parlerò con questi docenti- scattò la Leoni – e anzi mi stupisco che non mi abbiano ancora chiamato, il solito modo di procedere, scoordinato, assurdo, italiano, mi lasci dire. Mi mandano una neolaureata, una brava ragazza, d’accordo, ma l’ultima r… (si trattenne).
Quasi quasi trovava divertente quella reazione, che aveva previsto nei particolari, ma alla quale il carattere della Leoni dava la sua impronta personale. Era di quelle che se la prendono con l’Italia.

– Immagino che abbia anche già fatto un sopralluogo.

– Sì, qualche mese fa, quando la fondazione non aveva ancora acquisito la villa.

– E chi l’ha fatta entrare, di grazia?

– Il proprietario, Dottor Galloni.

– Dovrò capire di che si tratta, se mi permette dovrei anche vedere di persona questo luogo, no? Mi sembra il minimo.
La voce nervosa tradiva il disagio. Anna corse ai ripari.

– Per questo infatti le chiedo gentilmente di potere visitare di nuovo il seminterrato insieme. Debbo rivederlo anch’io.
La Leoni era un osso duro.

– Se permette, prima di farlo visitare ad estranei, bisogna che questi studi vengano pubblicati – ripeté – dovrei documentarmi anch’io… e poi la sicurezza, dove la mettiamo? Ci sono scale, immagino.

– I miei colleghi (disse proprio così, i miei colleghi) mi hanno autorizzato a diffondere questa ricerca già da ora. In ogni, caso, verrà pubblicata a breve, come le ho detto. Mi creda, la cosa migliore è parlare con loro.

– Lo farò, certamente. Ma quando vorrebbe cominciare? Aprire la villa solo per questo comporta una serie di problemi organizzativi, e, ripeto, di sicurezza, sa, siamo in Italia, niente è semplice. E poi, quando la sicurezza serve davvero, vedi i ponti che crollano…
L’Italia vituperata le offrì un appiglio.

– La mostra verte sulla pittura emiliana e i suoi rapporti con le altre regioni e con l’Europa. Bene, partiamo dall’ aggancio geografico, per collegare l’arte alla storia, attraverso i secoli.
Si accorse che si stava arrampicando sugli specchi, ma non le importava. Realizzare il suo progetto, quello le importava. Nient’altro.

– Il giorno dell’inaugurazione ci sarà un mare di gente, mi piacerebbe, dopo la visita, condurli al seminterrato. Proprio quel giorno. La scala ha pochi gradini, e un corrimano – aggiunse, per tranquillizzare la Leoni, definitivamente – non ci sono rischi.

– Se lo dice lei – ribatté la Leoni, ironica. – ma poi si rende conto di quel che verrebbe fuori? Faccia uno sforzo di immaginazione. L’inaugurazione di una mostra. La gente viene per ammirare dei dipinti famosi. Una giornata dedicata al bello…

– Anche la verità è bella – Una frase retorica. Ma ci stava.

– Senza contare che l’aggancio geografico, come lo chiama lei, dato il salto cronologico, è moto azzardato. Perché, immagino, vorrà mostrare anche gli affreschi neoclassici, neanche dirlo. Ha mai sentito parlare di macedonia, o di insalata mista?
L’ora le suggeriva affronti e paragoni culinari.
Ma Anna ormai era lanciata Raccolse la sfida e passò all’attacco. Giocò di fioretto.

– Sinceramente, dalle parole con le quali mi ha accolta, credo che lei abbia fiducia nelle mie capacità di organizzare il percorso in modo coerente. Penso inoltre, riflettendo sulle sue obiezioni, che non sia necessario cercare una relazione fra i due temi. Al termine della visita diremo semplicemente ai nostri ospiti che gli abbiamo riservato una sorpresa, e che si tratta di un inedito, frutto di ricerche recentissime, ecc. Alle persone piacciono le primizie, le considerano un privilegio.
Guardò la dottoressa e capì che l’aveva messa con le spalle al muro.

– E vada – le rispose, infatti – ma non credo sia un’esperienza da ripetere.

– Questo è per me – pensò. – Dubito che mi chiameranno ancora. –
Ma già pensava allo scantinato, a quella vicenda e alle parole faticose che avrebbe cercato dentro di sé per raccontarla.

– Ecco un quadro barocco!
Guardò in fondo al gruppo, e vide l’uomo che aveva parlato. L’osservazione le piacque, le fece da spalla per avviare il discorso che riservava ai più attenti.

– La caduta di San Paolo, di Ludovico Carracci, che viene dalla Pinacoteca di Bologna, è un’opera che effettivamente apre la strada al barocco. Osservate la figura del santo: così in primo piano, sembra uscire dalla scena, si tratta di una composizione teatrale, che effettivamente anticipa questo stile. Un quadro che ci invita a entrare nell’evento, ci coinvolge, ci scuote. E questo rientra negli intenti di un pittore come Ludovico, attivo negli anni della Controriforma.

– Mi ricorda Caravaggio – aggiunse l’uomo, è potente.
Questa volta non colse l’osservazione, perché il discorso l’avrebbe portata lontano. Anzi, pensando all’ultima tappa, i dipinti del salone, guardò l’orologio.
Gli affreschi erano opera di autori sconosciuti, ma valenti, che, come di consueto si erano divisi i compiti, tra lo sfondo e le figure. La pittura ricopriva il soffitto per intero, con deliziose quadrature che lasciavano grande spazio, nel centro, a un cielo azzurro pallido, nel quale galleggiavano, fra le nubi leggere, figure allegoriche e amorini. Mentre parlava, di nuovo lo sguardo all’orologio, di nuovo l’impazienza, e l’ansia che cresceva e che ormai tratteneva a stento.
Come previsto, la proposta fu accolta con curiosità. Nessuno era stanco, nessuno voleva rinunciare a quel finale del percorso. Che era piaciuto, pensò, non erano mancati attenzione, osservazioni, commenti.
Uscirono dalla sala e si ritrovarono in giardino, sul lato posteriore della villa. Poco distante, a destra, si apriva una piccola porta che dava su una scala. Anna li precedette.

– Fate attenzione – disse – mantenete la fila.
I locali non erano situati in profondità, ma come scesero si sentirono in un altro mondo. C’erano muffe alle pareti, si respirava l’odore freddo, umido e inospitale delle cantine. Ai lati del corridoio centrale si aprivano spazi rettangolari che davano su stanze aperte. Tranne una. Fece strada, l’aprì.

– Ecco- disse, potete entrare, c’è posto per tutti.
La stanza era grande, e vuota. In alto, nella parete esterna, si apriva una piccola grata. Un giovane, alto, si avvicinò, cercando di guardare fuori.

– Dà sul giardino, vero?

– Non si vede quasi niente – osservò una signora, anch’essa alta, e si mise sotto la grata, guardando in su.

– Venite qui, intorno a me – cominciò – Non posso farvi sedere. E fa anche freddo.

– Non importa – disse quello del barocco.
Incominciò.

– Nell’estate del ‘43 questa stanza, come vi ho accennato, è stata il nascondiglio di una famiglia di ebrei, i Pesaro. Erano in quattro, genitori e due ragazzi. Voi sapete che le persecuzioni erano iniziate nel ‘38, anche in questa zona. Gli ebrei cominciarono con il perdere i diritti, furono cancellati dagli albi professionali, dall’elenco del telefono, e così via, e finirono col perdere la vita.

– Come si chiamavano? – chiese un bambino, che aveva seguito con interesse solo la prima parte del discorso.

– Paolo, non interrompere la guida.

– Lo lasci dire, signora, è importante. – In questo caso – avrebbe voluto dire – è molto importante. Serve a stabilire un rapporto con i personaggi di questa storia.

– Vedi, mamma?

– I genitori si chiamavano Samuele e Franca. I ragazzi, Alberto e Sara. La famiglia che li ospitò faceva di cognome Giannini.

– Dio mio che umidità – disse piano una ragazza, rivolta all’amica a fianco. Si strinse nelle spalle.
Anna approfittò del commento.

– I Pesaro erano persone come noi, non erano abituate ai disagi, proprio come noi – ripeté rivolto al bambino – il padre era un pediatra. Una famiglia agiata.

– Ma cosa facevano qui dentro tutto il giorno? – chiese Paolo, con l’impertinenza dei bambini.
– Vivevano come uccelli in gabbia, passavano le giornate ad aspettare, impauriti, nervosi, che quell’incubo finisse. – Si rivolse al bambino: – E dovevano parlare sempre a bassa voce.

– Perché?

– Perché nessuno doveva sapere che erano nascosti lì.

– Io sarei impazzito.

– Paolo, per favore.

Certo, la prima cosa che ci si chiede quando si entra nella storia, soprattutto in quella recente, sono gli aspetti più comuni, come vivevano, cosa mangiavano, dove dormivano, i testimoni della storia.
Cominciarono le domande.

– La famiglia Giannini che rapporto aveva con i Pesaro, prima di questa vicenda, voglio dire, erano amici intimi?

– Dagli studi risulta che avessero avuto rapporti più che altro professionali, nel senso che il dottor Pesaro fu chiamato per un consulto, quando la signora Giannini si ammalò e il caso era grave, una polmonite che non guariva. Pare che il dottore l’abbia salvata. Da allora si sono rivisti qualche volta, ma niente di più. Non era un’amicizia in senso stretto.
A quel punto lasciò lo spazio ai visitatori. Sentiva che erano ansiosi di commentare.

– Eppure rischiarono la vita. D’accordo, un debito di riconoscenza, ma…

– La provvidenza spesso ha il volto degli amici, dei conoscenti e persino degli estranei.

– Altro che provvidenza, io parlerei di altruismo.

– Fino a rischiare la morte!

– Meritavano una medaglia, quei Giannini.
Anna riprese in mano il discorso.

– I Pesaro in questo scantinato ci rimasero tre mesi. Poi ci fu una soffiata. La famiglia che abitava di fronte cominciò a sospettare che nella villa si nascondesse qualcuno. Probabilmente videro un andirivieni, a ore strane, attorno alla porticina. Inevitabile, dovendo portare cibo o altro…

– Come si chiamavano? – la interruppe Paolo.
Nessuno gli fece cenno di tacere. Tutti volevano conoscere quei nomi.

– Si chiamavano Forti, Pietro e Gabriella.

– Come Giuda – fu il primo commento.

– E per quanti denari?

– Chissà, forse una vendetta. Ma no, l’avranno fatto per vendetta.

– Vendicarsi, e di che cosa?

– La gente è carogna, basta un niente.

– Arrivarono di notte, all’improvviso, perquisirono la cantina. Li portarono a Fossoli, il campo di prigionia diventato luogo di raduno prima della deportazione nei lager. La famiglia Giannini fu condotta alla polizia. Li torturarono e poi li uccisero. I particolari della vicenda li abbiamo ricostruiti faticosamente, lavorandoci per alcuni anni, poi quasi per caso sono emerse delle testimonianze, appunti, un diario, che ci hanno portato a una svolta. Non posso dilungarmi perché sta per uscire una pubblicazione in merito. Vi troverete tutti i particolari, ad esempio che durante il sopralluogo abbiamo trovato una damiera, in un angolo, e un libro, dentro una scatola. Proprio qui – Anna indicò l’angolo, col dito.
Si accorse che l’ascoltavano ancora più attenti, curiosi. Il piacere di condividere quella scoperta li aveva distolti per un attimo dal disagio e dalla compassione.
Poi di nuovo qualcuno si avvicinò allo sbuffo, e si mise a fissare quel lembo di spazio esterno che appariva, spezzato dalla grata.

– Si vede il cielo a strisce, come in prigione.

– E, peggio, dal basso all’alto.
– Sembra di soffocare.
– Scusate – disse una signora distinta, portandosi la mano alla gola – ma credo di capire anche troppo quello che provarono. Scusate – ripeté ancora – mi sento veramente soffocare, una stanza dentro l’altra, come se non potessi più uscire.
– Non manca molto alla fine – disse Anna, rassicurandola. Poi le venne in mente la direttrice, con le sue apprensioni. Non aveva previsto la claustrofobia. Sapeva che era incontrollabile.
– Se vuole, andiamo fuori. – Guardò gli astanti, che parevano delusi. Volevano saperne ancora. Volevano restare. Per commentare, per spaventarsi, rivivendo a loro volta lo spavento. Volevano condannare ancora.
Sto parlando alla signora, un attimo e poi torno.
– Non importa, grazie – la donna era imbarazzata – per qualche minuto, posso resistere.
Proseguirono i commenti, in un crescendo di ansia riflessa e retrospettiva.
– Un attacco di panico, non se lo potevano permettere.
– Chi me lo dice che non ne abbiamo avuti?
– Non potere gridare, chiedere aiuto. E’ pazzesco. Volere scappare, correre di qua e di là, sbattere la testa contro il muro…
– Il terrore di essere scoperti. Le notti insonni a cercare di tranquillizzarsi l’un l’altro.
– I traditori, Dante li mette nell’inferno. Proprio in fondo – commentò il solito del barocco. – Adesso l’inferno c’è solo per chi non se lo merita.
– Ma dove sono finiti, quegli schifosi? Ma l’hanno scampata?
Stavano alzando la voce, in un crescendo di cui non si rendevano conto.
– Sì – rispose lei, semplicemente.
– La guerra è una bestia, e poi si dimentica tutto, e si ricomincia.
– Sì – ripeté, semplicemente.
Si avvicinò anche lei alla grata. Riprese il discorso, ormai avviato alla conclusione.
– Dai documenti sappiamo che c’erano due mobili, in questa stanza, oltre a un letto matrimoniale, dove dormivano tutti e quattro. Questi mobili li misero uno sull’altro, sotto la grata, e a turno salivano in cima. Per prendere una boccata d’aria.
Le sue ultime parole furono accolte dal silenzio. Una donna si asciugò la faccia con la mano. Alcuni guardavano per terra.
– Ma la pipì? Come facevano a fare la pipì?
Nessuno sorrise, alla domanda di Paolo, tutti erano consapevoli che sono i problemi come questi, che hanno declinato le sorti della storia.
Li guidò verso l’uscita, poi attraverso il corridoio, che a loro parve ancora più lungo. Risalirono la scaletta e furono di nuovo all’aperto. Istintivamente si chinarono e cercare la grata, in basso. Era raso terra, in parte coperta dall’erba.
– Pensare – disse uno – che di storie come queste ce ne saranno state a decine, almeno qui da noi. Non se ne sapeva niente. Come dei lager.
– Ma si sapeva, come no, solo che nessuno parlava.
– La gente era tenuta all’oscuro di tutto. Non c’erano i mass media.
– Gli alleati invece erano al corrente, eccome, avrebbero potuto bombardare i binari che portavano ai campi, ma non era nelle loro priorità.

– Io parlavo delle persone comuni. Erano ignari di quanto stava accadendo. A meno che non fossero coinvolti di persona in qualche vicenda, amici, parenti, vicini di casa ebrei.
Era venuto il momento di congedarsi.
La salutarono, a uno a uno. Ci furono ringraziamenti, congratulazioni e strette di mano.
Vedendoli allontanarsi, sentiva che la sua missione era incompiuta. Aveva rivelato un brano di storia, di quelli che non si vorrebbero mai sapere. Ma non per questo si sentiva soddisfatta. Non le bastava far conoscere la verità. Voleva condividerla, fino in fondo. Mancava una tessera al suo mosaico. E quella tessera era il suo nome. Quel che seguì parve andare incontro ai suoi pensieri.
Si accorse che non tutti erano usciti dal cancello. L’uomo del barocco, il ragazzo alto, e altre due persone, che non aveva notato prima, le si erano avvicinate.
– Grazie ancora – disse il giovane, stringendole la mano. E’ stato veramente i interessante. Lei ha saputo fare una sintesi molto esaustiva dell’arte emiliana di quegli anni, cosa non facile, mi creda, io insegno storia dell’arte – disse uno degli altri due.

– Certamente – intervenne l’uomo del barocco – la parte finale poi è stata una piacevole sorpresa, se di piacevole si può parlare in questi casi. Avremmo voluto non vederlo, quel locale – aggiunse, rivolto agli altri. – avremmo voluto che quel fatto non fosse mai accaduto. – Grazie ancora, speriamo di rivederla presto. – Si avvicinò a lei.

– Ha un biglietto da visita?
Frugò in tasca. L’aveva dimenticato. Era destino anche questo. La missione stava per compiersi.
– Sono Anna Forti – disse a voce alta, perché sentissero tutti – i Forti erano i miei bisnonni.
Prese a guardarli ad uno ad uno. Studiava le loro reazioni, ma non le temeva, perché tutto faceva parte del gioco, anche il finale inaspettato.

– Pensavo che mi sarebbe bastato condurvi in quel luogo e osservare le vostre reazioni – riprese – ma ora posso anche condividere con voi il significato di tutto questo.

La fissavano, seri e interrogativi. Era tutto previsto. Proseguì.

– I Forti erano i miei bisnonni materni. Li ho conosciuti, mi hanno tenuta sulle ginocchia. Mi ricordo vagamente che mi divertivo a giocare con la barba del bisnonno. In famiglia non si seppe mai di quella storia, probabilmente non ne parlarono con nessuno. Erano tempi convulsi, in cui la verità faceva fatica a trapelare. E così, come avete detto, la fecero franca. Non ci furono spiate. Vissero gli anni del dopoguerra come erano sempre vissuti, persone perbene, rispettate, amate, anche dai parenti e dagli amici ignari. I miei genitori mi dissero che coltivavano entrambi l’arte, la bisnonna pare dipingesse molto bene. Quanto a me, anche i miei interessi si sono sempre concentrati sull’arte. Quell’impulso alla ricerca storica, che mi ha preso a un tratto, era una strana novità. Quando poi le ricerche hanno portato agli esiti che sapete, allora ho sentito forte dentro di me che era il giunto momento. Di far venire fuori quella storia. Per dovere, per amore della verità, certo. Ma soprattutto per un’altra esigenza, divenuta impellente. Oggi in quella cantina si è svolto un processo, di quelli che non vanno in prescrizione. Li ho portati in giudizio, davanti al tribunale che non hanno mai conosciuto. La corte siete stati voi, con la vostra rabbia incredula, con i vostri commenti di uomini e donne che ancora, per fortuna, si scandalizzano davanti al male. Li avete paragonati alle bestie, li avete linciati con le parole, e, se li aveste avuti davanti in carne ed ossa, forse gli avreste messo le mani addosso. Chi erano Pietro e Gabriella io non lo so, perché li ho conosciuti nella veste di nonni, la più dolce. Mi chiedo talvolta se abbiano agito per paura di essere accusati di connivenza, ma questo non li giustifica. E mi chiedo anche se si sarebbero mai aspettati proprio da me che li conducessi a questa fila di fuoco. Lo so, sono di parte, ma non riesco a dare loro il volto di Giuda. Perciò sento che questo processo glielo dovevo, per fargli trovare finalmente la pace. O forse mi sbaglio, ed è stato tutto inutile, troppo comodo cavarsela così, con un processo fatto di insulti postumi e impotenti? –
Li guardava ad uno ad uno, i suoi ascoltatori, interrogandoli, mentre interrogava innanzi tutto sé stessa, senza cercare assenso né assoluzione per quei traditori e in fondo anche per lei, che aveva approntato per loro una facile espiazione.
Per un istante tutti tacquero.

– Ha avuto coraggio. L’ammiro. – disse l’uomo del barocco.
Lei si allontanò, in silenzio.
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