La pandemia. Ricostruire una “migliore normalità”

Siamo giunti al podio del Premio Letterario Clepsamia 2020. Oggi pubblichiamo il saggio terzo classificato nella sezione Saggio Breve/Articolo: La pandemia. Ricostruire una “migliore normalità” di Alessandra Longhitano.

La Pandemia. Ricostruire una “migliore normalità” di Alessandra Longhitano


La pandemia da Covid-19 ha sconvolto e messo a soqquadro l’intero mondo. I potenti della terra sono rimasti spiazzati. Ogni individuo che popola questo pianeta ha perso la propria bussola.
Tutti, indistintamente, hanno dimostrato la loro vulnerabilità. L’emergenza sanitaria ha mutato le nostre vite e cambiato qualcosa anche dentro di noi.
Centinaia di migliaia di morti, nuove povertà e nuovi disturbi depressivi.
Il Coronavirus ha obbligato di colpo all’isolamento, a stare chiusi in casa, distanti dagli affetti. La stabilità psicologica ed emotiva di ciascun individuo è stata messa a dura prova: lo stato di precarietà e incertezza ha bloccato le nostre energie e turbato i nostri animi.
Il tessuto economico è a limite: attività produttive non essenziali costrette ad uno stop forzato e le famiglie ad arrancare.
La sintassi sociale subisce una profonda crisi: la socializzazione è sospesa e “stare lontani” non corrisponde più a disaffezione sociale, ma costituisce un atto d’amore verso gli altri. La distanza diventa la parola d’ordine per tutelare e tutelarsi. L’era del contatto si risolve in baci e abbracci virtuali.
La nostra quotidianità cambia su tutti i fronti: dalle relazioni interpersonali al lavoro; dalle norme sociali al rapporto con la propria famiglia.
La nostra vita si trasforma e si evolve: le nostre abitudini si riplasmano, modellandosi a nuovi stili di vita.
In poco tempo siamo stati in grado di reinventarci e realizzare ciò che in anni non siamo riusciti a fare.
L’istruzione e la formazione diventano digitali.
Ragazzi e bambini, sempre più iperconnessi, aprono le loro stanze alla “didattica di-stanza”. Difatti, abbiamo rivoluzionato le nostre case e adattato spazi e ambienti alle nuove esigenze. Si diventa avvezzi ad un diverso modo di apprendere, lavorare e comunicare.
Si acquista destrezza nel maneggiare strumenti tecnologici e si esplora finalmente la potenza che essi hanno.
Basta più computer, tablet, smart-phone solo per “giocare” o “curiosare”, ma adesso anche per imparare nuove metodologie didattiche e lavorare “agile”. Lo smart working ha messo d’accordo datori e lavoratori: gli obiettivi e i risultati sostituiscono orari prefissati.
In un quasi perfetto “balance”tra vita privata e vita lavorativa, si concilia lavoro, studio e famiglia.
Il “lavoro agile” permette di risparmiare tempo e abbattere i costi che gli spostamenti inevitabilmente comportano, a vantaggio della stessa produttività e efficacia. Ci siamo fermati e di conseguenza smesso di correre e di inseguire chissà poi cosa.
L’ambiente si ossigena e la natura si riappropria dei propri spazi. Le strade spettrali rivelano scorci mai visti e suoni mai uditi.
La nostra immagine si riflette in acque limpide, senza più sfregi. Abbiamo fatto di necessità, virtù.
Ma se la natura rinasce più rigogliosa che mai, l’uomo perisce, schiacciato da un susseguirsi di restrizione e condizionamenti che non riesce a far propri fino in fondo. La sospensione ci coglie impreparati.
L’interruzione della progettualità sconforta.
Tutto ciò che si era pianificato anche solo a livello immaginativo perde senso. La convivenza forzata e il confinamento a casa diventano una barriera insormontabile. Così avanza implacabile l’inquietudine, dominando mente e agitando cuore.
Ci corazziamo di tutta la pazienza posseduta, assumendola nel senso letterale dell’etimo latino, quale capacità di patire e di accettare la sofferenza, ma ci accorgiamo che non basta.
Il potere di controllare ogni cosa è la nostra più grande illusione. Siamo di fronte all’inaspettato e ciò è sufficiente per comprendere che non avremo mai il controllo su quello che accade. L’unica cosa su cui abbiamo potere è la nostra mente.
Siamo fragili e il virus lo ha dimostrato.
Noi uomini, imprevedibili, perennemente insoddisfatti desiderosi della pausa e ora nostalgici della fretta.
Ciascun individuo è combattuto tra cedere il passo alla paura o mantenere il proprio ruolo attivo; confrontarsi con le proprie fragilità per superarle o perdersi inevitabilmente dentro.
Ma la conta giornaliera di contagi, ricoveri e vittime fa sprofondare nell’angoscia.
“Andrà tutto bene” di Savoretti risuona ripetutamente nella testa; in quelle notti insonni, fatte di
preghiera e speranza.
Il canto degli italiani e gli arcobaleni dei bambini si arrendono a silenziosi flashmob.
Al dolore si aggiungono lacrime per le tante, troppe vittime.
Anime strappate e strappi impossibili da ricucire che ci lasciano immobili nell’immobilismo generale.
Da epidemia a pandemia il tempo è stato breve.
Epidemia (dal greco, epì = sopra; demos = popolo) significa che la diffusione della malattia infettiva investe simultaneamente una moltitudine di individui, seppur in maniera delimitata nello spazio e nel tempo.
Il primo caso di infezione conclamata è stata segnalata nella città di Wuhan, capoluogo della provincia cinese dell’Hubei, a inizio dicembre 2019.
Il 31 dicembre dello stesso anno le autorità sanitarie cinesi notificano all’Organizzazione Mondiale della Sanità un focolaio di casi di polmonite ad eziologia non nota (Articolo tratto da Istituto Superiore della Sanità, in http://www.epicentro.iss.it)
In verità, secondo altre fonti, in Cina l’origine dell’epidemia può essere collocata tra la seconda metà di ottobre e la prima metà di novembre 2019 (S. Ravizzi, 50 domande sul Coronavirus – gli esperti rispondono, Hoepli.it, 2020.) periodo che la Cina, sottolinea, quasi a discolpa, coincidere con i Giochi mondiali militari. A fine ottobre, precisamente dal 18 al 27 ottobre 2019, in Cina, nella città di Wuhan, si sono tenuti i Mondiali militari.
Il 31 gennaio 2020, con una delibera del Consiglio dei Ministri, viene dichiarato lo stato di emergenza in seguito a rischio sanitario, per sei mesi. Da lì a non molto, diverse nazioni del mondo si troveranno a vivere la stessa situazione drammatica e surreale.
Difatti, l’11 marzo 2020 l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiara la pandemia.
Pandemia (dal greco pan = tutta; demos = popolazione) significa che l’infezione si è diffusa rapidamente, espandendosi in più aree geografiche, coinvolgendo tutte le persone.
Gli Stati Uniti d’America attaccano la Cina per la diffusione incontenibile del virus; viceversa Pechino incolpa Washington. Riemergono tensioni geopolitiche più forti di prima e in fondo mai sopite.
E mentre la guerra fredda tra i due più potenti colossi del mondo è in atto, la mente si ottenebra per un virus che nessuno vede, ma la cui pericolosità lascia senza fiato.
Il nostro Paese, per la prima volta nella storia della Repubblica italiana, si trova davanti un evento inimmaginabile: la diffusione incontrollata della Sars-COV-2. È la prima grande pandemia di una società globalizzata.
La globalizzazione, iniziata negli anni ’90 con l’avvio della modernità, ha comportato integrazione e crescita economica, demografica, sociale tra le diverse aree del mondo. (Encicl. Treccani, http://www.treccani.it)
Tutto è collegato e accelerato. Siamo di fronte al “progresso più colossale e positivo della nostra epoca” (Articolo tratto dal Il Sole24ore, in http://www.ilsole24ore.com).

L’interconnessione di paesi, regioni e popoli però ha il suo rovescio della medaglia. Rapidi voli trasportano la gente da un posto all’altro ed ecco che il virus corre veloce nel mondo. L’unica soluzione efficace per fermarlo è fermarsi.
A tal proposito, appare opportuno dire cos’è il COVID-19 o Sars–Cov2 .
I Coronavirus sono una vasta famiglia di virus, identificati a metà degli anni ’60, noti per infettare l’uomo e alcuni animali.
Sono virus RNA a filamento positivo, con aspetto simile a una corona al microscopio elettronico, da qui il nome “Coronavirus”.
La malattia è anche nota come “COVID-19”(dove “CO” sta per corona, “VI” per virus, “D” per disease, malattia e “19” indica l’anno in cui si è manifestata) (È stato così definito dal Direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus, nel briefing tenutosi con la stampa l’11 febbraio 2020, durante una pausa del Forum straordinario dedicato al virus.)
Il nuovo Coronavirus, nello specifico quello denominato SARS-CoV-2, è un nuovo ceppo, mai identificato prima di Wuhan. L’acronimo di SARS-Cov2 è “Sindrome Respiratoria Acuta Grave-CoronaVirus-2”. Anche se il nome rievoca quello della Sars, in realtà il nuovo Coronavirus pur appartenendo alla stessa famiglia di virus, non è lo stesso.
Le cellule bersaglio primarie sono quelle epiteliali del tratto respiratorio e raramente gastrointestinale.
I sintomi possono essere variegati e sovrapponibili a quelli stagionali: raffreddore, tosse, dolori muscolari, spossatezza e febbre superiore a 37,5°.
Ciò che caratterizza negativamente questo virus è la sintomatologia: lieve o addirittura asintomatica per alcuni pazienti; molto grave invece per altri, al punto da generare polmonite con distress respiratorio acuto.
Ad oggi, la fonte di SARS-CoV-2, il coronavirus che provoca COVID-19, non è conosciuta. Le evidenze attuali suggeriscono che SARS-CoV-2 abbia un’origine animale (il “reservoir” ecologico probabilmente si trova nei pipistrelli) (Articolo tratto dal sito del Ministero della Salute, in http://www.salute.gov.it/nuovocoronavirus) e che non sia un virus costruito in laboratorio.
Resta il fatto che il Covid-19 sta tenendo il mondo sotto scacco.
Nessun farmaco ci può curare, ma solo sperimentare. Nessun vaccino al momento ci può dare anticorpi, ma si può solo studiare e testare. La terapia intensiva poi è l’ultima spiaggia di chi versa in situazioni particolarmente critiche.
Allontanarsi dalla propria casa al suono di un’ambulanza, senza la “vicinanza” dei propri cari per lunghi giorni, settimane e mesi.
Addormentarsi senza una mano da stringere, senza un volto familiare come ultima immagine da ricordare in un viaggio il cui ritorno talvolta è incerto.
Inermi, in balia di un respiratore artificiale che ci può salvare solo se il nostro organismo regge allo sforzo richiesto. Soltanto il nostro sistema immunitario può vincere o cedere al virus che lo attacca.
Un virus che si propaga mietendo un numero di vittime paragonabili ai morti di guerra. Ragione per cui si è costretti a tracciare una linea netta tra chi deve vivere e chi morire.
Una compiutezza che si ripercuote drammaticamente su tutti noi. La situazione tragica che stiamo vivendo scatena negli individui una serie a cascata di effetti psicologici, quali depressione, ansia, insonnia, stress (Studio avviato dal Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza, in http://www.coris.uniroma1.it) e in certi casi un vero e proprio trauma.
Gli animi si opacizzano, l’umore si abbassa e la paura per sé e per i propri cari si aziona. Gli stati d’animo diventano ogni giorno che passa sempre più altalenanti. Siamo chiusi in casa, alcuni da soli e altri in compagnia dei propri conviventi.
Dai telegiornali ai social non si parla di altro.
Il Coronavirus è una catastrofe sociale, in quanto coinvolge aspetti socio-politico, economico e sanitari.
È un trauma oggettivamente grave che richiede una straordinaria capacità del soggetto di sostenere le conseguenze che tutti stiamo subendo. Il tempo si ferma e i pensieri si focalizzano totalmente sull’evento traumatico che annoda a sé tutte le nostre emozioni.
Non si vede via di fuga, né luogo in cui scappare, giacché la pandemia ha investito tutti i paesi del cosmo. Il trauma sia di bassa che di grave entità provoca comunque effetti a livello psicofisico.
Nella prima casistica si collocano le umiliazioni o le controversie avute durante l’infanzia con figure di riferimento importanti; nella seconda rientrano invece i cosiddetti “Big trauma” (La terapia EMDR distingue tra Big e Small trauma).
Il Big o Grande trauma è legato ad un evento percepito dal soggetto in maniera più pressante rispetto al primo. L’impatto emotivo è più forte, poiché minaccia l’integrità fisica propria e delle persone a noi care.
Tra questi si annoverano situazioni quali abusi, maltrattamenti, incidenti, guerre, attacchi terroristici e disastri naturali (terremoti, alluvioni, incendi, pandemie, etc.) che determinano la morte di persone in numero non definito.
Nonostante ci sia una differenza abbastanza significativa tra gli eventi di bassa e alta entità, la reazione è molto soggettiva. Le psicopatologie che ne possono derivare variano a seconda di diversi fattori: età, anamnesi, aspetti psicobiologici e psicologi della personalità; capacità di esternazione del proprio malessere, resilienza o “stili di coping”, cioè la capacità di adattamento del soggetto.
Tutto dipende dalla percezione che si ha dell’evento e dalla capacità di elaborare il trauma. Molti, infatti, necessitano di lungo tempo per superarlo, mentre altri tornano abbastanza velocemente alla vita normale.
Secondo Pierre Janet, padre della psicotraumatologia, il trauma è il risultato di un evento identificabile in base a “emozioni veementi”.
Eventi stressanti non gestibili che causano la sopraffazione delle emozioni e lasciano le persone prive di difesa e incapaci a reagire. Vivere una situazione minacciosa che si protrae nel tempo, senza la capacità di neutralizzarla crea sfiducia e forte senso di impotenza.
Come è stato definito da Herman nel 1992: “il trauma psichico è il dolore degli impotenti. La vittima è resa inerme da una forza soverchiante”. L’angoscia è il filo conduttore di questi mesi.
Il Coronavirus non si vede ma è una minaccia continua e non controllabile che incombe ovunque. Il virus si trova nelle superfici, nelle scarpe, nei vestiti.
Nessuno lo conosce ancora bene, né possiede “formule magiche” per tenerlo lontano. Sappiamo solo per certo che può causare una terribile “fame d’aria” e questo deve bastare da monito per comportamenti responsabili e di buon senso.
È un trauma collettivo, che getta in uno stato di profondo disagio. Tutto da semplice diventa complicato: file ovunque da rispettare, dispositivi individuali da indossare, distanze da mantenere.
E al rientro, precisi protocolli da seguire: dallo “svestimento”, alle procedure di disinfezioni di chiavi, telefonini, portafogli e quanto altro.
Non possediamo armi contro questo nemico se non quelle del distanziamento sociale, delle mascherine, dei guanti e delle ritrovate buone norme igieniche che oggi i bambini, cittadini modello, osservano più di noi perenni distratti.
Ad alimentare il disagio psicologico c’è la condizione di “attesa”.
Un ansia tale da contare giorni, minuti e secondi in cui potremmo ritornare alla “normalità” per poterci sentire finalmente “liberi”.
Insorge l’insofferenza: la persona sente di non poter scegliere e di non avere opzioni o alternative. Paura, rabbia, tristezza si impongono prepotentemente: si può fare solo in un modo, non deciso danoi.
E così in piena crisi “identità” si scappa, nella notte, da quel Nord sempre più piegato. La mattina dell’08 marzo 2020, i media e i social regalano video che diventano subito virali.
Questa data non sarà ricordata come il giorno dedicato alla donna, ma come “l’Esodo verso il Sud”. Gente in piena psicosi che prende d’assalto le stazioni, accalcandosi su bus e treni. Si rivive così in Italia un frangente di storia: l’8 settembre 1943.
Il proclama letto alla radio da Pietro Badoglio faceva intuire che tutto era allo sbando: confusione di parole e ordini non rigorosi generò paura, allarme, disperazione e fuga. Tutti scappavano e tanti si chiedevano se la guerra fosse finita o se fosse appena cominciata.
Noi senza bombe, in piena modernità, non abbiamo dubbi: siamo in guerra.
Tanti tremano e moltissimi si indignano contro quella politica che “non immaginava” la fuga di notizie della bozza di decreto del Governo che vieta gli spostamenti da determinate zone.
È curioso il fatto che nell’ordinario ci arrovelliamo continuamente senza decidere e in una sera siamo stati in grado di sciogliere qualsiasi dubbio, compiendo la “scelta giusta” per noi e per i nostri cari.
Noi sofferenti a farci “blindare”, fragili più che mai, ci mostriamo coraggiosi nello sfidare un nemico invisibile.
Ci appelliamo alla compressione di diritti e alla limitazione delle libertà personali, dimenticando che ogni singolo diritto e ogni singola libertà incontra i suoi limiti nel diritto primario alla vita e nel diritto fondamentale alla salute. Non si può guardare alle libertà mancate, più delle vite perdute.
La libertà non è arbitraria. La nostra libertà deve incontrare come limite la libertà dell’altro. Libertà è autodeterminazione, ma anche responsabilità e consapevolezza delle proprie azioni. La saggezza e il buon senso devono guidare l’agire umano.
Ed ecco che torna attuale Aristotele: “i comportamenti umani non sono prevedibili come i teoremi di matematica”.
E se ha lasciato indifferenti il monito dell’art. 650 del Codice penale (L’articolo 4, comma II, del DPCM 8 marzo rinvia all’applicazione dell’art. 650 del codice penale. Tale articolo è stato depenalizzato con l’art. 4 del D.L. n. 19 del 2020) “…l’arresto fino a tre mesi per inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità”, non fa nemmeno riflettere lo stop per “ragioni di giustizia o di sicurezza pubblica”.
In questi termini, non c’è di che sperare: finché ognuno di noi continuerà a pensare a “stare bene” più del “bene comune”, non ci sarà futuro da restituire ai nostri figli.
L’egoismo è una figura di solitudine che dobbiamo tenere lontano: “insieme ce la faremo” deve prevalere su “si salvi chi può”. Un infido virus taglia in due l’Italia e mostra le istituzioni, il popolo e gli individui che siamo.
Intanto, in risposta a quanto accaduto, il 12 marzo 2020, il Presidente del Consiglio emana un decreto con misure ancora più stringenti: chiusura di tutte le attività (eccetto le essenziale e ad esse connesse). Le maglie delle occasioni sociali si restringono ancora di più: non si può uscire se non per motivi essenziali riguardanti la salute, necessità e lavoro.
Questo preclude ogni possibilità di frequentare persone, mantenere una buona socialità, di dedicarsi ad attività per il benessere personale, hobbies e divertimenti.
La nuova grammatica sociale è intrisa di altre cautele che ci rendono ancora più vigili e diffidenti. Le dimostrazioni di affetto sono quasi azzerate, la nostra presenza sempre più “evitante”. Le esternazioni smorzate. La parola ancora più ridotta.
Le mascherine utilizzate per imprigionare il doplet (nuvole di goccioline di saliva espulse insieme a tosse o starnuti) arginano noi stessi.
Ed ecco che si è spaesati, in balia di spinte contrastanti, che non hanno baricentro. Tutto sembra sfuggire dalle mani. Non siamo capaci di fronteggiare ciò che sta accadendo. La convivenza forzata diventa una barriera insormontabile, una flessione che si acuisce. Lo stop di questo periodo ci priva dei tanti stimoli che riempivano le nostre giornate e i nostri spazi.
Occorre raggiungere un nuovo equilibrio e assestarsi. Essere più reattivi e prudenti.
L’umanità ha superato situazioni ancora più difficili, ma il cambiamento imposto dal Coronavirus sembra una sofferenza insormontabile.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità, ancor prima che scoppiasse la pandemia, ha stimato che nel 2030 la depressione sarà la malattia più diffusa, seconda causa di disabilità dopo quelle cardiovascolari, in tutto il mondo, Italia compresa. Più del cancro, più delle patologie cardiache, più dell’Alzheimer.
Per depressione si intende qualunque “disturbo psichico, labilità emotiva o disturbo del tono dell’umore che perde la sua flessibilità, fissandosi verso il basso e non è più influenzabile da situazioni esterne favorevoli” (Salvatore Di Salvo: Ebook, Diffusione, cause e sintomi della Depressione, Associazione per la Ricerca sulla
depressione, p. 1, 2
).
Gli stati depressivi, la claustrofobia, l’afefofobia (paura del contatto), i disturbi ossessivo compulsivi, l’ansia sociale e i disturbi del sonno sono sempre più in crescita. La sofferenza psichica e la mancanza di equilibrio interno sono il segnale di qualcosa di dissonante nella personalità.
Le cause sono molteplici: gravi lutti, eventi di vita avversi e precoci, stress acuto d’elevata intensità o stress cronico etc.
L’era del Coronavirus ne ha aggiunte altre: la morte da “soli”, la preoccupazione per la salute, il timore del contagio, il distanziamento, l’isolamento, il mutamento delle abitudini, i problemi economici e l’assenza di prospettiva futura.
L’emergenza Covid-19 ha generato cambiamenti sia nelle funzioni cognitive (attenzione, memoria, etc.), sia nelle emozioni (paura, tristezza, preoccupazione). Tali cause devono intendersi a circuito “ circolare” tra fattori ambientali, psicologici, biologici ed emotivi.
Per questo occorre intraprendere un intervento consapevole al riguardo.
Se la paura e l’angoscia si innestano in persone già fragili, si possono sviluppare disturbi postraumatici o reattivi, ansia o depressione.
Nella fase acuta del disturbo depressivo, i sintomi della persona depressa se particolarmente gravi, possono paralizzare la sfera affettiva, sociale e lavorativa.
La persona si chiude in se stessa. Priva di interesse per tutto e tutti, si sente inutile, arida e vuota. Lo slancio vitale cede il posto al senso di inadeguatezza nelle svolgimento del proprio lavoro o delle normali attività quotidiane. Il futuro appare “senza speranza” e il proprio vissuto“vuoto”.
Pertanto occorre individuare l’origine e le cause del disturbo, scavando nella parte più intima dell’io. Conoscere la sofferenza e trasformarla in elemento propulsore per modificare il rapporto con sé e gli altri (S. Di Salvo, E-book: Depressione, sofferenza e trasformazione, op. cit.)
Fatto ciò, occorre mettere in atto i cambiamenti necessari per ripristinare l’equilibrio e il benessere della personalità.
La “rottura” con il passato è tangibile . Questa pandemia non ci restituirà nulla di ciò che abbiamo perso, ma ciò che è certo e che dopo questa fase, il senso delle giornate e delle relazioni cambierà. È arrivato il momento di abbandonare il superfluo per portare avanti un percorso esistenziale diverso e più consapevole.
Spingerci verso l’ascolto, abbracciare noi stessi e donarci un nuovo equilibrio.
Allo stesso modo occorre riprendere le visite, i controlli e le cure interrotte in questa situazione emergenziale per paura del contagio.
Questi mesi di “lockdown”, fatti di solitudine e isolamento, devono servire a far si che il tempo ritrovato scandisca diversamente le nostre esistenze.
Vivere secondo la natura delle cose ci può aiutare a superare i nostri limiti: questo momento così difficile che la popolazione sta vivendo, impone un percorso di introspezione e riflessione dentro e fuori di noi: rivalutare le sofferenze quotidiane, riflettere sulla priorità della vita e riprogrammare i propri desideri.
Certo, si ha paura di perdere il proprio mondo, e qualcuno lo ha davvero perso.
La memoria di questa esperienza però deve consentirci di ri-costruire qualcosa di nuovo.
È quindi d’obbligo svegliarsi dal torpore che ci inibisce e recuperare la propria dignità, riaffermare la propria audacia e ridefinire il proprio percorso esistenziale.
Già dal 18 maggio 2020 si è ripartiti con la fase di inizio e di recupero.
Il Paese riapre gradualmente, dopo un lungo periodo in cui si è rimasti in casa, in luoghi limitati, definiti, condivisi, dove anche l’orientamento sembra essere stato manomesso. A partire da questa data e da quelle a seguire, ci aspetta una nuova sfida.
Certamente dovremo fare i conti con il senso di smarrimento. E la tanto attesa “uscita” può non essere come ce l’aspettavamo: l’angoscia da contaminazione può disorientarci e rendere frustrante ogni nostra azione.
Cosicché anche i nostri desideri, tanto pensati e sognati potrebbero spegnersi: andare a trovare i nostri congiunti con mascherina e con distanza più di un metro può apparirci persino più doloroso della lontananza.
Il punto è che occorre una volta per tutte abbandonare la nostra visione delle cose, le nostre abitudini e il nostro modo di rapportarci: con respiro lungo, occhi aperti e sogni equilibrati occorre superare tutte le incertezze che abbiamo e guardare avanti.
Ma se da una parte occorre riprendere la propria vita in mano, rendere nuovamente vivi gli spazi, ridare linfa a strade e città divenute in questi mesi “fantasmi”, dall’altra bisogna evitare comportamenti irrazionali in grado di vanificare quanto fatto sino ad oggi.
È ora di ripartire, senza dimenticare i confini entro cui muoverci.
Perché quello che abbiamo vissuto e stiamo vivendo non è un” incubo” dal quale ci sveglieremo e tutto è rimasto come prima.
È un dovere andare avanti, ma lo è altrettanto restituire dignità alla memoria, senza debordamenti che possono tradirla.
Ed è proprio nel momento in cui il traguardo è vicino che è necessario mantenere alto ancora di più l’impegno, perché l’entusiasmo di vedere presto superato il momento di difficoltà non ci faccia dimenticare che c’è un altro tratto di strada, altrettanto importante, da percorrere.
Ci siamo sacrificati, adattati, ripensati senza aspettare che la crisi passasse da sé, ma l’abbiamo affrontata.
Ancora una volta è questo ciò che dobbiamo fare: l’impazienza di ritornare “alla vita di prima” non ci faccia dimenticare la necessità di tutelare la salute di tutti e di trovare vie nuove e nuovi modelli del nostro agire per investire nel cambiamento e continuare a proiettarci in un futuro.
Dietro la morsa dell’attesa non ci ha mai abbandonato la speranza.
Occorre abilitare il cuore a un nuovo modo di volersi bene e stare vicini nella distanza.
Allo stesso tempo, aprire la mente ad una “nuova” se non “migliore” normalità.

UN NOME PER SOPRAVVIVERE

Proseguiamo con le pubblicazioni delle opere risultate vincitrici al Premio Letterario Clepsamia 2020. Oggi leggiamo il racconto quarto classificato nella Sezione Narrativa: “Un nome per sopravvivere” di Maria Letizia Pecoraro.

UN NOME PER SOPRAVVIVERE

Una corsa sotto la pioggia, stringendosi addosso la giacca leggera, un brivido ed il respiro ansimante la spingono sotto un portico di mattoni rossi. Si ferma con il cuore in gola, una mano a staccare dalla fronte i capelli fradici e l’altra sulla bocca per coprire il sorriso che si apre senza controllo: scoppia a ridere forte,  la testa rovesciata indietro, quasi s’aspetti un bacio sulla gola palpitante, quel bacio lontano.
Matilde  rabbrividisce, mentre ancora quella sfacciata allegria le illumina il sorriso.
“Che pazzi eravamo!” sospira alla pioggia che sferza l’aria.
Una scossa le percuote la schiena, come una scudisciata gelida.
“E’ ritornato il freddo – dice a se stessa – colpa di questo temporale”.
Si abbraccia stretta dentro il trench troppo leggero, tenta di ancorare al suolo i suoi pensieri, ora, sotto questo portico piene di crepe ai muri, che paiono guardarla con compassionevole affetto.
Un rintocco lontano annuncia mezzogiorno: deve sbrigarsi, alle due dovrà essere in biblioteca.
Si scrolla risoluta, il viso ritorna chiuso, la sua bellezza riacquista l’austerità del presente –  tutto in ordine, ogni cosa nel suo cassetto, in casa e dentro di lei.
Corre veloce ed agile verso la sua casetta in fondo alla strada: un cancello basso di ferro si apre sul giardino, piccolo e ben curato, con il vialetto di mattonelle di cemento che conduce fino ai due scalini e poi alla porta d’ingresso, massiccia. L’aveva comprata 20 anni prima, pochi anni dopo essere arrivata a Perugia. Aveva pochi soldi, messi via dentro un libretto di risparmio, come avrebbero fatto i suoi nonni. L’aveva aperto quando, a 25 anni, aveva trovato il suo primo lavoro vero. Era felice, ricorda, aveva tanti progetti, una vita infinita davanti, le sembrava, un amore grande e la gioia di vivere stretta nei pugni.
I suoi genitori avevano aggiunto la somma mancante, per regalarle un pezzetto di serenità.
“Ancora ricordi – scrolla le spalle stizzita – dev’essere quest’acqua che mi gronda addosso”.
Si passa rapida le dita sulle guance, sotto gli occhi, per toglier via le gocce aggrappate. Non sono lacrime, è solo pioggia.
Matilde non piange mai, non piange più.
Varca lesta la porta di casa e la richiude su quella pioggia inopportuna.

Era l’estate del 1989, Matilde, Tilly per tutti, era euforica mentre preparava una lista di cose da fare, in vista della partenza per Ferrara. Era riuscita a spuntarla lei; mamma l’avrebbe voluta più vicina, magari a Lecce, magari a casa con loro, a fare su e giù con la corriera, come tante altre ragazze.
“Studierai Lettere, no? Perché mai andare così lontano? Avrai anche il pensiero di badare alla casa e a te stessa, qui ci sarei io…” continuava a borbottare la mamma e intanto le imprigionava i capelli ricci in una coda bassa, con tutt’e due le mani a fare da fermaglio.
Tilly scuoteva la testa in segno di protesta: non sopportava i lacci, portava in giro quella capigliatura selvaggia e corvina come un trofeo vistoso sopra il suo corpo minuto; i suoi ricci erano sogni da realizzate, sfide da accettare, scogli da superare.  
“Ho altri progetti, mamma! – smaniava – voglio iscrivermi a Lettere per imparare a fare la scrittrice! Voglio viaggiare, conoscere altre persone, un modo di vivere che non sia il tuo o quello di papà; voglio imparare un altro modo, un altro mondo”.
Poi s’accorgeva che quelle sue parole la ferivano e correva ad abbracciarla stretta stretta.
“Tornerò per le vacanze, mamma, verrete a trovarmi, tu e papà… ti prego lasciami partire felice. Dai mamy, su!” e riusciva a strapparle il sorriso di sempre, quello bello.
Alla fine partì. Una domenica mattina, dopo aver salutato gli amici, gli zii e i cugini, con l’auto di papà stracarica di bagagli, intrapresero quel viaggio, che per Tilly era un’avventura, per i suoi genitori uno strazio lungo un migliaio di chilometri.
Le avevano preso una camera in affitto in una casa con altre tre ragazze, anche loro studentesse fuori sede, lontane dalla loro terra.
Tilly fu subito entusiasta di quella città antica ed elegante. L’appassionarono gli studi scelti e vi si tuffò con la determinazione e la gioia di chi vedeva già il traguardo. Crebbe d’un colpo, in pochi mesi: trovò se stessa dentro la ragazzina che aveva lasciato il suo paese, divorava libri e cominciava a scrivere i suoi giorni. Trovò il suo posto dentro il mondo, così le pareva, trovò Tilly dentro se stessa. Adattò anche l’immagine a quella nuova Tilly, si liberò dai condizionamenti che credeva di aver subito fin lì. Divenne un’esplosione di colori – li sceglieva accesi e li mescolava come un pittore fauve sopra la tela del suo corpo piccolino, la gran massa di capelli ondeggianti  liberi sulle spalle, il viso pulito e senza trucco ad eccezione di un rossetto rosso, indossato sempre, come un accento.
La si notava subito, veniva voglia di avvicinarsi a lei, di parlarle per capire se fosse dentro così come appariva. Si era fatta tanti amici, in quel modo. Le piaceva essere dov’era e quell’entusiasmo le si leggeva al primo sguardo.

E poi  ci fu Enrico. Lo conobbe per caso, come accade  spesso.
C’era una festa, in un locale in centro, una sera di marzo; Tilly era insieme ai suoi amici, con un bicchiere in mano e tanta voglia di dimenticare lo studio intenso di quei giorni.
Aveva discusso a lungo con Rosella, la sua amica del cuore, compagna di stanza, di studi e di piccole follie. Tilly non aveva voglia di uscire, aveva studiato tutto il giorno e voleva continuare ancora. Temeva quell’esame di Storia moderna, le sembrava che non sarebbe mai riuscita ad arrivare fino in fondo.
“Ma smettila, dai, devi uscire da questa stanza oppure diventerai brutta come uno zombie! Ti cadranno gli occhi dalle orbite e perderai tutti i capelli, TUTTI!”, rideva singhiozzando Rosella e le lanciava addosso i guanciali, tirandoli via dai letti gemelli, fin quando non si arrese, abbandonò quel libro vergato da segni multicolori e si lanciò nella lotta.
Un’ora dopo erano in strada, Rosella alta e bionda come una vichinga, Tilly minuta e bruna; una vestita sempre di nero, l’altra la tavolozza di un pittore impazzito: impossibile guardarle e non restarne impigliati.
Enrico era uno studente di veterinaria, al terzo anno; bello come  un dio greco, una testa di capelli ricci e neri, occhi verdi sopra un naso aquilino che in faccia a chiunque sarebbe stato brutto, ma su quel viso dava un’idea di nobiltà d’altri tempi che ammaliava.
In realtà Enrico era tutt’altro che il fascinoso rubacuori che ci  si aspettava guardandolo. Era un ragazzotto di campagna, cresciuto nell’asciuttezza degli affetti di una famiglia semplice, in un paesone nella bassa padana; i suoi genitori erano sempre immersi nel lavoro nella loro azienda agricola, poco tempo per le smancerie, poche parole, ma un bene immenso per quel figlio così bravo, a scuola, in casa, con tutti.
Anche lui era a quella festa per un caso, non era abituato alla vita mondana, si sentiva sempre un pochino fuori luogo. Girava tra gli altri ragazzi con un bicchiere di birra in mano quando fu rapito da un batuffolo di ricci corvini sopra un ammasso di colori.
La ragazza si voltò per salutare l’amico che era con lui ed incontrò quelli occhi verdi che le entrarono fin nella pancia e lì sarebbero rimasti.    
“Ciao, sono Tilly” disse tendendogli la mano accompagnata dal tintinnio dei bracciali che le ornavano il polso sottile.
“Enrico, ciao” rispose lui serio.
“Sei di qui? Cosa fai? Non ti ho mai visto in giro…  hai degli occhi bellissimi, lo sai?”
Tilly lo travolse con le sue chiacchiere allegre, con un interesse genuino, con i suoi ricci, con quei colori, con il sorriso contagioso.
Si ritrovarono a chiacchierare fitto fitto lei, ad ascoltare interessato lui, dividendo una birra, seduti a cavalcioni su un muretto fino a notte tarda, quando si accorsero di aver perso di vista Rosella e Luigi, l’amico di lui.
Enrico la scortò fino a casa e da quella notte divennero inseparabili.
Si erano innamorati nello stesso istante, con un’intensità uguale, come se stessero aspettandosi da sempre.
Le loro vite si intrecciarono via via sempre più strettamente: si coltivavano l’un l’altra come piante rare, ciascuno con i propri sogni e ciascuno sorvegliandosi l’un l’altro perché tenessero fede alle promesse fatte in segreto sul loro futuro.
Arrivarono al traguardo della laurea vicini, lui l’anno prima, lei quello successivo.
Si guardavano intorno, nel frattempo: Enrico cominciava a fare tirocinio in una clinica veterinaria della città, accarezzando, tuttavia, il progetto di creare un’associazione di medici e veterinari che portasse assistenza sul territorio della sua terra d’origine, in quelle cascine che lui conosceva così bene.
Tilly aveva incominciato a collaborare con una casa editrice di Ferrara: faceva ogni cosa le venisse richiesta, dalle commissioni ordinarie alla correzione di piccole bozze, imparando tutto ciò che credeva le sarebbe servito poi. Intanto scriveva fiumi di pagine che poi rileggeva e riscriveva; a volte riusciva a far pubblicare qualcosa ed era una festa ogni volta.
Le loro vite prendevano forma, separatamente ed insieme, in un’armoniosa allegria che pareva irreale tanto era perfetta. Cominciavano a progettare di comperare una casetta dove andare a vivere insieme, invece di infilarsi a turno nelle case da studenti che ancora li ospitavano. Poi si sarebbero sposati, per accontentare le mamme, per non vedere il broncio dei papà, per cominciare a fare sul serio,
Decisero una  data e un sabato mattina andarono alla cascina, per annunciarlo ai genitori di Enrico. Arrivarono a mezzogiorno, mamma Angela aveva preparato una cosa alla buona, puntando le sue energie sul pranzo della domenica, intuiva già che i ragazzi stavano covando qualcosa e lei, in cuor suo, sperava fosse quella che aspettava. Le piaceva quella ragazzina colorata e allegra, le piaceva il modo in cui amava appassionatamente il suo Enrico e le piaceva e la commuoveva il modo in cui lui l’amava. Non vedeva l’ora, mamma Angela, non stava nella pelle, ma aspettò rispettosa di quel suo figlio riservato.
La domenica fu una festa inconsueta: quando a pranzo, Enrico annunciò con voce esitante ed emozionata che lui e Tilly si sarebbero sposati, forse in estate – non avevano voglia di aspettare a lungo – la mamma esplose in un battimani allegro da bambina, mentre il papà si asciugò lacrime lente che gli rigavano le guance. Enrico li guardò stupito e scoppiò in una risata contagiosa che riempì la stanza.
Rimasero fino al tardo pomeriggio seduti a tavola a programmare, progettare, contare ipotetici invitati, scommettere sulle reazioni dei genitori di Tilly – avevano deciso che per le prossime vacanze di Pasqua avrebbero fatto loro una sorpresa.
Poi, quando le ombre del crepuscolo cominciarono ad allungarsi, i due ragazzi si congedarono e si accinsero a percorrere con calma i cento chilometri che li separavano da Ferrara.
In macchina Enrico non parlò, accorgendosi che Tilly si era assopita rannicchiata sul sedile, la mano di lui sulle sue gambe, come faceva sempre.
Si accorse di essere senza carburante e cercò con il pensiero una stazione di servizio. Si ricordò che la più vicina era quel postaccio mal frequentato che aveva sempre preferito evitare, ma quella sera non poteva, era quasi a secco, non sarebbe riuscito ad arrivare alla prossima, venti chilometri più in là.
Controvoglia mise la freccia ed entrò nell’area di servizio, accostando alla pompa più esterna.
Non c’era nessuno, così pareva, scese per controllare se potesse usare il self service e mentre stava per inserire la banconota nella bocchetta, sentì alle sue spalle una voce strascicata:
“Ehi, ragazzino! Il coso non funziona, devi andare al bar laggiù e chiedere al proprietario”
Con un cenno del capo indicò la porta del bar, mentre s’appoggiava alla colonnina del gasolio scrutando intorno, come se ci fosse qualcuno da aspettare.
Enrico esitò, fece due passi verso il bar, poi tornò alla macchina. Tilly dormiva, non s’era accorta neppure della sosta. Non voleva svegliarla e non voleva lasciarla lì.
Poi il tipo si allontanò e lui decise di andare a chiamare il proprietario perché gli desse una mano a far rifornimento e scappare via dal quel posto. Avrebbe fatto in fretta e tenuto d’occhio la macchina.
Entrato nel bar fece per apostrofare il brutto ceffo appollaiato dietro il registratore di cassa, quando sentì la porta serrarsi alle sue spalle, si girò appena in tempo per vedere due braccia palestrate incombergli addosso come una morsa e fu immobile.
Urlò e si dimenò mentre gli occhi correvano alla macchina e con terrore seguivano una scena che pareva tratta da uno di quei film che a volte guardavano in tv: il tipo di prima apriva lo sportello ed un altro, sbucato da chissà dove, strattonava Tilly, tirandola via di peso fuori dall’abitacolo.
“Tilly, Tilly, lasciatela… Tilly!” Enrico gridò con tutto il fiato che aveva  in corpo e con il terrore che lo soffocava guardava lei che si dimenava, trascinata di peso da quei due fino a che non la vide più. Sentì solo delle urla disperate, il suo nome gridato nel buio e poi più nulla.
Quando riprese i sensi era riverso sul pavimento sudicio, le mani legate alla bell’e meglio e intorno non un’anima viva. Si liberò rapidamente e incespicando corse fuori, urlando disperato il nome del suo amore. Piangeva sapendo, temendo già quello che avrebbe visto.
Urlava come un disperato, chiamandola.
Poi s’accorse di lei, rannicchiata sull’asfalto contro lo sportello aperto della macchina di Enrico. Lui corse, la raccolse tra le braccia, lei non lo guardava, era ferita alla bocca, sul collo, si stringeva su se stessa fino a diventare un pugno, mugolava, di dolore, di terrore, pareva non sentire la voce di Enrico, non lo vedeva, forse, chino sopra di lei, piangeva e le parlava piano.
“Cosa ti hanno fatto, amore mio, cosa ti hanno fatto?”
Si guardò intorno, non c’era anima viva.
Cercò tremante il cellulare, chiamò la polizia, il 118, chiamò suo padre perché venisse loro in soccorso.
Piangeva disperato, stringendo tra le braccia la sua Tilly, inerme .
L’ambulanza arrivò quasi insieme alla volante della polizia. Presero Tilly, la portarono via al più vicino ospedale, lui chiese di andare, li implorò. Arrivò al pronto soccorso in tempo per vedere Tilly, distesa su una barella, portata  via da un infermiere.
“Dove la portate, cos’ha?” gridò Enrico
Lo sguardo dell’uomo lo colpì come una pugnalata.
“Le hanno fatto male, povera ragazza” e con lo sguardo disse tutto il resto.
Enrico urlò, urlò con quanto fiato aveva in corpo, urlò per il dolore infinito che lo stava squarciando, urlò fino a svenire.
Furono giorno terribili. Tilly fu curata dalle ferite del corpo, ma non si riusciva a scuoterla dallo stato di torpore comatoso in cui versava da quella sera disgraziata.  
Erano arrivati subito, all’alba del giorno dopo, i suoi genitori dalla Puglia, la madre di Enrico non aveva lasciato il capezzale un solo giorno.
Quando la dimisero dall’ospedale Enrico volle che andassero tutti alla cascina, sarebbero stati insieme, i genitori di lei, quelli di lui; avrebbero avuto, loro due, una stanza grande, luminosa, dove stare soli, per curare le ferite. Sarebbero stati tutti insieme, per Tilly.
Enrico la amava più di prima, contava su quell’amore senza confini per risollevarla, per guarirla.
E intanto odiava il mondo intero. Odiava se stesso per ogni cosa fatta in quel pomeriggio di primavera; gli pareva, inoltre, che tutti gli altri lo odiassero in ugual misura, che lei lo odiasse, per averla lasciata sola.
In realtà nessuno lo odiava, erano tutti stretti attorno a quel dolore così grande che aveva scoperchiato le loro giovani vite. Enrico piangeva, abbracciato alla sua Tilly, poi cercava di farsi perdonare quelle lacrime accarezzandola piano, leggendole pagine e pagine dei suoi libri preferiti. A volte si allontanava da lei, credendo di essere un promemoria doloroso di ciò che era successo, poi lei lo chiamava a sé, lo voleva lì, vicino a lei, si consegnava silenziosa nel suo abbraccio.
Una psicologa della Asl venne a casa i primi giorni, per aiutarla; poi quando Tilly cominciò a star meglio fisicamente andava lei nello studio della dottoressa, perché potessero parlare in un ambiente neutro, lontana dagli affetti stringenti che continuavano a sostenerla.
La dottoressa  Bottoni fu la prima persona alla quale chiese di essere chiamata Matilde. Non tollerava più quel suo nomignolo che pure l’aveva accompagnata per la gran parte della sua vita, fino a quella sera maledetta.
“Adesso mi sembra uno sberleffo – disse con voce piatta – non me lo merito quel nome dal suono tintinnante”.
Poi chiuse la conversazione, non tollerò più alcuna  domanda e neppure il rimanere in quello studio luminoso. Interruppe la seduta, salutò educatamente e uscì con passo misurato.
Mi muoveva così da quella sera, come se ponderasse, letteralmente, ogni movimento. Parlava con voce calibrata e senza calore.
I suoi genitori, Enrico, non se ne davano pace, ma si dicevano l’un l’altro che  sarebbe occorso tempo e pazienza ed un infinito amore.
Quando fu il momento per i genitori di Matilde, di tornare a casa, le chiesero accoratamente di andare con loro, la supplicarono di ascoltarli, di partire.
“Stare a casa tua ti aiuterà” le dicevano.
Lei rifiutò con veemenza quella possibilità e fu la prima volta che scorsero in lei la determinazione della ragazzina che era stata, della donna che stava diventando.
Ma non accadde più, ritornò i fretta al suo tono basso e monocorde.
Dopo la partenza dei suoi decise che sarebbe tornata a Ferrara, nella sua stanza in affitto. Voleva essere sola mentre cercava il modo di scavalcare quella montagna che era le franata addosso. Sentiva di dover essere lei a ricostruire se stessa, in qualunque modo, ma avrebbe trovato la strada da sola.
Chiese a tutti di dimenticare Tilly. Dichiarò di essere Matilde, per tutti, senza eccezione alcuna, Enrico incluso.
Aveva lasciato il lavoro alla redazione, non aveva più senso per lei continuare a frequentare quell’ambiente: Matilde aveva in qualche modo deciso in quale direzione si sarebbe mossa da quel momento in poi; sentiva di aver bisogno di quiete, di un ordine che fino a quel momento non le era stato necessario. Aveva bisogno di poche, essenziali linee lungo cui muoversi per non sbagliare e i suoi progetti di scrittura, quel sogno stravagante di ragazzina, adesso le risultava intollerabilmente fuori luogo.
Voleva trovare la pace e cominciò a cercarla in un perimetro strettissimo attorno a sé.
Poteva permettersi di vivere ancora per qualche mese senza lavorare: c’erano quei risparmi, quelli che profumavano di confetti e fiori d’estate. Sciocchezze!
Cercò un lavoro più consono alla donna che stava diventando e, come un gancio in mezzo  al vuoto, arrivò quel concorso per bibliotecari all’Università, c’erano pochi posti e poco tempo per prepararsi.
“Forse è la mia àncora – pensò Matilde – forse catalogando libri potrei riuscire a rimettere in piedi quel che mi resta, forse i libri mi salveranno”.
Si buttò a capofitto nello studio, dimenticando la vita fuori dalla sua stanzetta in affitto: aveva bisogno davvero di poco, una spesa generosa ogni due settimane la rendeva  autosufficiente.
Poi c’era Enrico, che dalla distanza in cui lo aveva confinato la sorvegliava, la accudiva, aspettava paziente che tutto in qualche modo passasse. Era stato allontanato anche lui, si era rotto quel filo che li allacciava da quella sera lontana in cui si erano raccontati dividendo una birra.
Lo amava, ancora e con tutta se stessa, ma quella se stessa non riusciva più a tenersi dritta sulle gambe.
“Cammino io per te – la implorava Enrico – fammi essere le tue gambe, adesso, poi imparerai, ritornerai a camminare spedita, da sola ed io al tuo fianco”.
Ma lei era sorda, sembrava essere diventata impermeabile alla vita, a qualunque palpito fosse fuori dal suo perimetro circoscritto.
Non ce l’aveva con Enrico, no! Lui a un certo punto le aveva chiesto se fosse quello il punto, se lo ritenesse responsabile di quanto accaduto quella maledetta sera; voleva sapere se anche lei credeva – come lui stesso – che avesse mancato in qualche modo i suoi doveri di innamorato, allontanandosi da quella macchina, lasciandola dormire, non essendo stato così scaltro da capire il tranello dentro cui stavano cadendo. Se lo chiedeva giorno e notte, Enrico, e ad un certo punto volle saperlo, lo chiese a Matilde. Voleva darsi ragione di quella distanza.
Ma lei negò accorata, com’era prima, negò con tutte le sue forze, gli tolse  via dalle spalle quel fardello insopportabile. Non poteva accettare che il suo Enrico, si macerasse dentro quel dolore. Ma allo stesso tempo non riusciva ad accoglierlo al suo fianco, come prima; non tollerava più di qualche carezza e i baci casti che lui le posava a fior di pelle le volte in cui riusciva a stare con lei, sempre più raramente. Lui l’assecondava, credeva che dovesse guarire le sue ferite in solitudine, come un animale che si rintana fino al momento buono.
La guardava da lontano, faceva da ponte con la sua famiglia che nello stesso modo teneva lontana, le sbrigava piccole incombenze quotidiane di cui non aveva alcun bisogno, aspettando il momento in cui Tilly avrebbe ripreso a risplendere dentro Matilde.
Quel momento restava lontano, tuttavia; i mesi passavano e le loro vite di accomodarono su quello strano binario: avanzavano paralleli senza che le loro strade si incrociassero com’era prima.
Matilde intanto aveva vinto il concorso ed era stata assunta presso la facoltà di Lettere e Filosofia, nella biblioteca che aveva frequentato per così tanto tempo. Trovò il suo posto in quella dimensione ovattata: otto ore, da lunedì a venerdì, persa tra i libri, dentro le storie scritte da altri, ferme dentro quelle pagine, incapaci di far male.
Enrico, intanto, aveva messo da parte il suo progetto di lavorare nella sua terra, tra le cascine della sua infanzia e adolescenza. Era diventato più taciturno e solitario, non riusciva a vivere con Tilly, non esisteva più, amava Matilde, in un altro modo – si diceva che sarebbe successo lo stesso, che gli amori cambiano crescendo e loro, in quel modo disgraziato erano invecchiati, ma si amavano. Ed era vero! Quel legame continuava strenuamente ad esistere, ridotto all’essenzialità che Matilde richiedeva e che Enrico accettava, pur non capendo.
Aveva accettato di collaborare come ricercatore presso la facoltà di veterinaria. Sentiva di stare tutelandosi, non era più riuscito, da quel giorno, a tornare a casa sua, alla cascina, se non per mezza giornata appena. Sentiva di dare un dolore ai suoi genitori che pure comprendevano quel figlio dolorante per le ferite inferte alla sua donna.
Prese un monolocale in città e lo preparò con cura al momento in cui anche Matilde sarebbe stata pronta per quella vita che avevano sognato insieme.
Un anno intero scivolò via, senza che nulla cambiasse.
Poi una sera di fine giugno, Matilde chiamò Enrico.
“Vieni a cena da me?” chiese.
“Certo, amore mio! Ma se invece venissi tu qui? Saremo più tranquilli” propose Enrico, accendendosi di una speranza nuova.
Matilde acconsentì e lui corse a prenderla volando. Sentiva che erano a una svolta. Aveva percepito nella sua voce la determinazione di un tempo. Credette che Tilly fosse sul punto di affacciarsi nelle loro vite, lo voleva così tanto da crederci davvero.
Matilde entrò nell’auto di Enrico e d’istinto si chiuse al collo la giacca leggera e si assestò il foulard rosso acceso che aveva annodato al collo.
“Hai freddo?” le chiese lui, seppure immaginasse da dove provenisse quel gelo.
“No, grazie, sto bene. Lo sai che non mi pace sedere… girare in macchina, preferisco sempre la bici.” si allungò a baciarlo sulla guancia e gli accarezzò piano la nuca.
“Vuoi andare a cena fuori?” le chiese poggiandole la mano sulle ginocchia
“Andiamo a casa tua, Enrico, davvero, preferisco” e mentre pronunciava piano quelle parole con la mano si accarezzava il collo fasciato di rosso.
Enrico la guardò con occhi nuovi, non si era mai reso conto di quanto fosse cambiata in quel lungo anno. Non vestiva più i colori di una volta, raccoglieva i capelli e non le aveva più visto il suo rossetto rosso. Anche quella sera, jeans scuri e camicia e sopra quel blazer quasi nero, eppure non era affatto freddo, e quel foulard, bellissimo, che però lo inquietava, gli sembrava un segno a sottolineare una vecchia ferita o a nasconderne i segni.
Ebbe una  stretta al cuore mentre capiva che Matilde non parlava più con le parole, con quei suoi fiumi di parole, ma lasciava che a farlo fossero i segni.
Ebbe voglia di piangere al ricordo dei lividi vistosi che avevano squarciato l’ambra della sua pelle sul collo, per un tempo che era parso infinito. Matilde non l’aveva cancellato, era evidente, e proteggeva quei segni visibili solo a lei; nello stesso tempo quel rosso acceso impediva a chiunque le fosse vicino di dimenticare.
L’aveva amata per quel suo modo buffo ed allegro di prendersi la vita, era un quadro dipinto a pennellate furiose ed avide; adesso l’amava di un amore infinito per essere sempre e ancora capace di sfidare la vita, coraggiosa e ribelle, a suo modo, lasciando parlare quel che aveva deciso di mostrare. L’amava ma sapeva in cuor suo di essere fuori da quel piccolo giardino che lei stava imparando a coltivare.
Arrivati a casa, prima ancora di cenare, Matilde chiese ad Enrico di sedere con lei.
“Ascoltami, Enrico, è importante” e intanto gli teneva una mano nelle sue.
Lo guardò a lungo e si vedeva chiaramente che stava cercando le parole ad una ad una; si capiva che quel che avrebbe detto le era costato fatica fin lì e che dopo le avrebbe forse fatto ancora più male.
Per un attimo Enrico intravide la sua Tilly di prima, in quella fronte appena aggrottata che precedeva le sue decisioni più ferme.
“Vado via, Enrico – disse con voce bassa e piana – ho chiesto di essere trasferita in un’altra città. Andrò a Perugia, stesso lavoro, stessa facoltà”
“Tilly…”
“No, Enrico, Tilly non esiste più, lo sai. Tilly è morta quella sera. Sono Matilde, sono diversa, sono la donna che ho messo insieme raccogliendo quel che è rimasto di quella ragazza chiassosa.”
“Non dire così! Tilly era il mio amore. Tu sei il mio amore. Tu sei Tilly, sei Matilde, sei la donna straordinaria che ha saputo lottare” si era alzato di scatto Enrico.
Non riusciva a dominare la rabbia per quelle parole che uccidevano la ragazza che amava; tremava di paura al pensiero di perdere anche la donna nata da quella; voleva urlare per farsi ascoltare, per scalfire la compostezza frigida con cui Matilde gli parlava.
“Vado via perché qui tutto mi riporta indietro, in ogni istante. Vado via per salvarmi, Enrico. Perché non sono più una donna da amare. Vado perché tu sei l’uomo che amo e che mi ama, ma io non so più trovare dentro questo incarto che è il mio corpo, un solo motivo per essere ancora chi ero. E non sono capace di essere altro.”
“Non capisco quello che dici!” urlò Enrico e lei ebbe un sussulto.
“Mi temi – disse angosciato dalle sue stesse parole – no, no, tu mi lasci perché credi sia colpa mia… sapessi quante volte mi sono maledetto per ogni azione fatta quel giorno, sapessi…”
Matilde gli chiuse la bocca con la mano.
“Non dirlo mai più! Tu sei stato la scialuppa di salvataggio, mi hai raccolta in quella tempesta, mi hai scaldata, nutrita, hai vegliato il mio letargo. Mi hai amata. Senza di te io non sarei qui, adesso. Ma non sono capace di essere altro che questa pietra che sono diventata. Non so essere altro. Tu sei un uomo da amare con calore, con tenerezza, passione. Io sono marmo. Ero in frantumi, lo sai. Ma più di questo non riesco a fare. Lasciami andare, Enrico, ti prego”
Gli prese in viso tra le mani, lo baciò come faceva prima, fermò per un istante la sua bocca su quella di lui,
Poi senza guardarlo andò via.
Era la fine di giugno del 1996.  
Le bastarono due settimane per raccogliere le sue cose, la sua vita rimasta e portarle in quella nuova città.
Non si voltò un attimo indietro, quel giorno in cui lasciò Ferrara, non scese una sola lacrima sul quel viso bellissimo.
Cominciava una nuova vita. Avrebbe tentato di perdonare quella ragazzina troppo colorata, avrebbe continuato ad amarla e, con lei, quel suo ragazzo troppo bello e serio, da sposare, ma l’avrebbe tenuta lontana, l’avrebbe rinchiusa in un cassetto segreto.
Matilde avrebbe, da quel momento in poi, soltanto vissuto, null’altro.

“Piove – parla da sola ancora una volta – piove sempre più spesso”
Chiude a chiave la porta di casa, rinsalda con cura il cancello di ferro sul suo piccolo giardino ordinato.  
Apre un ombrello scuro, assesta il foulard rosso fuoco sul collo, si accarezza distratta la gola e si avvia.
Dopo Tilly non è più tornata ad amarsi, Matilde, mai più.
Nonostante in tanti la amino, lei non riesce a trovare un solo motivo per cui valga la pena di amarsi ancora.
Ma continua a vivere.  

UNA MADRE

Pubblichiamo oggi la lirica classificatasi al quarto posto assoluto nella sezione Poesia: “Una madre” di Emanuele Liaci

UNA MADRE

Fortezza dei miei giorni felici,
di quest’albero sei lei sue radici.
Non vi è cosa che non porti il tuo odore
né frutto che non abbia il tuo sapore.
Fra le tue fronde mi hai cresciuto,
con latte e miele sono pasciuto.
La tua voce fu come vento vibrante,
soave e dolce legno parlante.
Mi hai sostenuto nella paura,
mi hai riparato dai giorni di calura,
dei tuoi frutti hai riempito ogni cesto,
sopravvivesti al fuoco di Efesto.
Grande il mio tronco, forti le mie radici,
oggi sul tuo corpo sono tante le cicatrici,
dove finì la tua grande forza
e cosa è rimasto della tua dura scorza,
tenevi insieme la terra e oscuravi il sole
e i tuoi piedi si adornavano di viole.
Grigia ora la tua chioma, spenti i fiori,
non vi è più ricordo dei brillanti colori,
i fiori di loto ti fumano addosso
mentre i ricordi ti cadono di dosso.
Tu mi donasti il tuo amore
saggia vecchia dal grande cuore
e nulla volesti in cambio albero stanco,
nemmeno la promessa di restare al tuo fianco.

La ‘Sindrome della Capanna’ nel post lockdown

E’ oggi la volta del saggio quarto classificato “La ‘Sindrome della Capanna’ nel post lockdown” di Federico Marchi.


“Sindrome della Capanna”. Un nome che nella sua seconda parte richiama un’atmosfera fanciullesca, quindi piacevole e legata ai ricordi, ma nel proprio incipit cela invece qualcosa di più negativo ed anche inquietante.
Si tratta in realtà di un fenomeno che sta emergendo nella nuova fase dell’emergenza Coronavirus, ovvero con la fine del lockdown ed il ritorno graduale al quotidiano.
La Sindrome della Capanna è semplicemente la non voglia di uscire di casa e di tornare alla vita normale, che comunque per il momento normale del tutto non sarà. Un problema che si sta evidenziando un po’ in ogni parte d’Italia e per il quale i professionisti della psiche sono al lavoro, per analizzarlo ed intervenire prima che possa assumere una dimensione ancora più preoccupante nelle persone che ne sono state colpite.
Tutto è legato ad una sensazione di ansia, stress, paura, disorientamento, insicurezza, instabilità, sfiducia nel mondo e talvolta anche nel prossimo. Il risultato è uno stato d’animo di depressione fisica e psicologica. A causare questi effetti è stato il distacco forzato ed improvviso dalla realtà, in seguito alla
quarantena che è stata imposta ad inizio del mese di marzo come misura estrema di contenimento del Covid-19. Una pandemia che ha portato le autorità governative a disporre un confinamento nel proprio domicilio per limitare il diffondersi del virus. Il non poter uscire dall’abitazione ed incontrare parenti e amici, se non per motivazioni comprovate e ben definite, ha rappresentato un’estrema restrizione innaturale. Un distanziamento sociale che, pur necessario, ha comportato scompensi psicologici per la brusca interruzione delle relazioni umane. I collegamenti attuati tramite gli strumenti tecnologici, con videoconferenze a distanza, non sono infatti riusciti a sopperire del tutto ai mancati rapporti diretti. Anche oggi l’impossibilità di abbracciarsi, con un normale contatto fisico, e l’obbligo di indossare le mascherine, contribuisce a mantenere una distanza psicologica oltre che fisica tra le persone.
Il rimanere a casa ha però avuto, in alcuni soggetti, anche risvolti positivi. Il tempo è rallentato, abbassando i ritmi frenetici imposti dai consueti impegni lavorativi e famigliari. Le persone si sono rincontrate con loro stesse. L’inattività ha portato alla riscoperta di molti aspetti che si erano persi negli anni. L’occasione è stata infatti quella di ritrovare antiche passioni, tornando quindi ad occuparsi di attività più legate alle proprie attitudini e propensioni, che spesso sono di tipo differente rispetto alle occupazioni svolte in un quotidiano sempre più soffocato dal lavoro. C’è quindi chi ha riassaporato il gusto di suonare uno strumento musicale, di leggere un libro, di cucinare, di scrivere un racconto o una poesia, di disegnare o dipingere, di ascoltare musica non più solo come accompagnamento negli spostamenti in auto o sottofondo nei negozi. E’ però anche accaduto, seppur più raramente, che siano state scoperte attività che hanno attirato il proprio interesse, tanto da diventare potenzialmente nuovi hobby da coltivare e mantenere anche in futuro.
La quarantena in casa ha inoltre contribuito a recuperare un rapporto più naturale con la famiglia, tra coniugi o anche tra genitori e figli, differente da quello che il quotidiano permetteva. Anche in questo caso l’ostacolo principale è sempre stato il tempo, in termini quantitativi e qualitativi, che invece in questo periodo è stato recuperato. C’è stato inequivocabilmente un autocentramento delle persone, manifestato nel godere di semplici cose, come il piacere di mangiare e andare a dormire ad orari regolari. Abitudini che il quotidiano a volte rende difficoltose se non addirittura impossibili. E’ così stata ritrovata una vita meno caotica e più umana. Il lavoro ormai è una componente della vita che copre tutte le altre parti, spesso anche la famiglia dove si è assistito ad un deterioramento dei dialoghi e delle comprensioni reciproche. Nella Fase 1 ci si è costruiti una dimensione nuova con una riscoperta dei propri spazi. Ora viene chiesto di abbandonare questo mondo per tornare al vecchio, che però è radicalmente cambiato rispetto a quello che si era lasciato.
Questo non vuol dire che la quarantena sia stata vissuta in maniera positiva da tutti. In molti casi si sono registrate difficoltà di adattamento e addirittura di angoscia, complici anche case che da veri luoghi intimi si erano trasformate negli anni in anonimi ricoveri per dormire. Entrambe queste risposte alla quarantena, con stati d’animo nettamente contrapposti tra di loro, sono riscontrabili ora in chi presenta i sintomi della Sindrome della Capanna. Il malessere psicologico, manifestato con la fatica ad uscire ed a riavvicinarsi alla normalità, può essere infatti percepito sia da chi ha trascorso relativamente bene i mesi di chiusura in casa, sia da chi ha invece evidenziato un approccio più negativo.
A presentare gli effetti di questa Sindrome, in forma più o meno marcata, secondo la Società Italiana di Psichiatria sarebbero addirittura un milione di italiani. Non c’è una fascia di età più colpita di altre, ma ne sono coinvolti in maniera indistinta adolescenti, adulti ed anziani. La casa viene quindi vista come
un luogo sicuro, quasi un rifugio raffigurato con le sembianze di un guscio, entro il quale rimanere per proteggersi da tutto ciò che si trova all’esterno. Un luogo dove rimanerne confinati come prigionieri volontari per uno spirito di autoconservazione. Uscire significa ora togliersi, talvolta con difficoltà, da un isolamento divenuto quasi normale. Varcare l’uscio porta ad affrontare una pressione, da alcuni considerata insostenibile, per riprendere i normali ritmi, ai quali non sembriamo essere più abituati. Un disagio crescente che si tramuta presto in stress, depressione e perdita di motivazione.
La quarantena ha infatti paradossalmente contribuito a valorizzare il proprio tempo e la protezione rappresentata dalla casa. Se però questa considerazione oltrepassa il confine di un approccio razionale, ecco che può sopraggiungere una visione negativa di tutto ciò che si trova all’esterno. La paura di “quello che c’è fuori” induce a mostrare la porta di casa come un muro invalicabile, oltre il quale si trova l’ignoto, caratterizzato da incertezza e paura. Il ritorno graduale alla vita normale e alle consuetudini quotidiane diventa quindi un ostacolo difficile da affrontare, causa di ansia e stress. Il mondo esterno appare un luogo non sicuro, dove regna l’incognita per un futuro dai contorni ancora non definiti, dominato da persone estranee verso le quali non c’è fiducia e che addirittura possono rappresentare un pericolo di contagio.
I timori, oltre a perdere l’equilibrio ritrovato e la rinnovata pace interiore, sono anche quelli di vedere un mondo che è cambiato nelle sue consuetudini, con nuovi modi di vivere che caratterizzeranno i prossimi mesi. Cambieranno le modalità di rapportarsi tra persone, ma anche di affrontare le vecchie abitudini dal prendere un caffè al bar fino all’andare in spiaggia. Un mondo con il quale si ha timore di non riuscire a convivere, sentendosi inadeguati e spaventati. C’è quindi la convinzione di non saper gestire le paure al di fuori del proprio ambiente.
Importanti, se non addirittura determinanti, sono stati in termini negativi i messaggi utilizzati durante la quarantena. Una fase delicatissima in cui le parole e le metafore hanno avuto effetti molto forti, complici anche le amplificazioni dei social network che ormai dominano le relazioni umane. Basti pensare al ricorrente #iorestoacasa che, pur volendo dare un’indicazione necessaria a livello sanitario, ha acuito con la sua dirompenza l’immagine di un ‘fuori’ pericoloso ed insicuro. Un impatto ancora maggiore ha avuto la metafora: “è come una guerra”. Le parole sono infatti importanti per gli effetti che possono avere nelle persone, in base a come vengono interpretate ed assimilate. Talvolta la forma è ancora più impattante della sostanza, con risvolti che possono essere negativi con conseguenze difficili poi da affrontare.
Da un recente studio dell’Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, è emerso che il 63% degli italiani presenta disturbi come insonnia, mal di testa, mal di stomaco, ansia, panico e depressione. Andando ad analizzare i singoli dati, il 43% degli intervistati denuncia addirittura di subire “un livello massimo di stress”. L’Associazione europea per il disturbo da attacchi di panico (Eurodap) ha poi avviato un altro sondaggio, i cui risultati hanno evidenziato che solo il 7% delle persone contattate si è detto ottimista e sicuro che tutto tornerà alla normalità. La più grande paura, per l’81% delle risposte, è quella del contatto con gli altri, ovviamente più forte adesso rispetto al periodo di quarantena forzata a casa. Un sentimento che quindi comprometterà i rapporti sociali e di conseguenza anche economici.
Le persone hanno difficoltà a guardare avanti e ad affrontare con fiducia il futuro, con risvolti negativi e preoccupanti anche per il lavoro. Per non parlare di chi lo ha perso o ha difficoltà a mantenere la propria attività imprenditoriale. La poca chiarezza dei medici, che spesso hanno espresso opinioni contrastanti sul virus e
sulla sua pericolosità, ha ulteriormente accresciuto il senso di inquietudine verso un mondo esteriore sempre più incomprensibile e ignoto.
La cosiddetta ‘Sindrome della Capanna’ è stata studiata per la prima volta all’inizio del 1900 quando, negli Stati Uniti, alcuni minatori accusavano i medesimi sintomi dopo un prolungato periodo che li vedeva confinati tra le viscere della terra e le capanne che li ospitavano in prossimità delle montagne. Gli scavi in miniera si concentravano infatti in pochi mesi, durante i quali i lavoratori venivano isolati e tolti dalla quotidianità, alla quale avevano poi difficoltà a tornare. Sintomi riscontrati anche in altre esperienze, come dopo lunghe degenze in ospedale o detenzioni in carcere.
Secondo gli esperti, per combattere queste sensazioni negative e riacquistare una serenità interiore, è necessario ascoltarsi per ritrovare una giusta stabilità. Un vantaggio è rappresentato dall’arrivo dell’estate. La bella stagione porta infatti naturalmente a muoversi, praticare attività fisica, andare al mare o in montagna, incontrare le altre persone e quindi riacquistare una socialità generale. Un ritrovato equilibrio nella vita potrà derivare dal porsi obiettivi non solo a lungo termine ma anche nel breve periodo. Per alcuni sport di resistenza, in cui la resilienza e perseveranza sono la chiave vincente, il segreto è proprio quello di porsi traguardi intermedi da conquistare passo dopo passo. In una gara di ultramaratona, per esempio, dopo essersi posti come scopo generale il raggiungimento della linea di arrivo, bisogna procedere per piccoli obiettivi, concentrandosi solo su di essi e non su quelli successivi, che andrebbero ad appesantire l’impegno fisico richiesto con un conseguente effetto moralmente negativo per la prosecuzione della competizione.
Ovviamente, se questo stato negativo non si riuscisse a superare, sarà necessario rivolgersi a specialisti psicologi, psicoterapeuti o addirittura psichiatri nei casi più gravi di disturbo mentale.
Dalla quarantena bisogna comunque preservare e custodire tutto ciò che, in termini di riscoperte personali e famigliari, è stato positivo. Il ritorno alla normalità dovrà prevedere l’inserimento di attività un tempo sconosciute o perse negli anni. Dai momenti più difficili, come la storia insegna, possono infatti nascere nuove opportunità volte ad una rinascita.

Soldato Franz

Proseguiamo con la pubblicazione delle opere vincitrici del Premio Letterario Clepsamia 2020. Oggi è la volta del racconto classificato al 5° posto assoluto: Soldato Franz di Marina Ciancetta.

SOLDAT FRANZ
Lea è triste.
Vuole bene alla nonna sì; ma è domenica e ha dovuto rinunciare ad uscire con gli amici per stare con lei. I suoi genitori hanno un impegno. Glielo hanno detto con tanto anticipo. “Non possiamo lasciarla sola, Lea. Non sarà la fine del mondo non uscire per una domenica, non credi?” Si, glielo hanno comunicato con tanto anticipo, così tanto che Lea l’aveva scordato!
“Cosa ne può sapere sua madre della fine del suo mondo!?”. Ad ogni modo non può farci nulla, bisogna stare con nonna Lucia e questo è, punto. I suoi occhioni azzurri, senza la luce del solito sorriso, sembrano due cieli spenti che le incupiscono lo sguardo.
Seduta vicino alla nonna appisolata è irrequieta. Messaggia con il cellulare per avvertire le amiche e la guarda. “Proprio oggi nonna! Oggi che avrei rivisto Marco!” Pensa.
Un misto di irritazione e impotenza le stringono lo stomaco e un lacrimone fa capolino dai suoi occhi azzurri scivolando dolcemente sulle gote rosee. “Lea, mi dispiace.”
Nulla può sfuggire al cuore e agli occhi di quella donna di 90 anni. “Tranquilla nonna”. A stento e, irrimediabilmente dal tono insicuro, le parole rinviano alla lacrima che la ragazza frettolosamente asciuga. “Piccola mia ti capisco. Sono felice di vederti vivere una vita spensierata. Alla tua età io facevo ben altro, ma non solo perché erano altri tempi.”
Un sospiro profondo. “Allora c’era la guerra!”
Il tono delle parole di Lucia muta nel pronunciare quella parola: “guerra”.
Lea avverte un brivido e coglie nelle pieghe di quelle rughe una tristezza che non ha mai visto. Somiglia alla sua di oggi e, per la prima volta, la guarda con occhi diversi pensando: “la tristezza è identica per tutti, il posto che occupa no, tantomeno le possibilità di allontanarla.”
D’istinto dice: “nonna raccontami! Raccontami qualcosa di te, della guerra”.
L’anziana donna si alza. Il peso dei suoi anni per un attimo sembra svanito mentre con un passo che trapela padronanza, quasi sfida, si dirige verso la sua camera e ne torna subito con un cofanetto fra le mani. Gli occhi sono inumiditi, sembrano due oceani in fase di alta marea. Non sono lacrime ma immagini portate a galla dal suo cuore. Con un dolcissimo gesto, come quando si dona qualcosa, porge il cofanetto alla nipote invitandola con lo sguardo ad aprirlo.
La scatola contiene foto e lettere poggiate alla rinfusa ed un piccolo quadernetto dalla copertina sbiadita e sgualcita.
“Ero una ragazza molto semplice. Alla tua età frequentavo una scuola di cucito. Altro che uscire per divertirsi! Durante le lezioni con le altre ragazze riuscivamo a trovare sempre il modo per chiacchierare e parlare dei nostri sogni”.
“Cosa sognavate nonna?” Esclama Lea osservando le poche foto che vede per la prima volta e che le mostrano una ragazza più o meno della sua età. Lea è talmente incuriosita da quelle immagini e dalle parole della nonna da non accorgersi dei continui bip del cellulare che annunciano messaggi. Fino ad allora lo aveva tenuto nervosamente in mano, leggendo furtivamente, poi lo aveva poggiato sul divano. “Piccola mia,” gli occhi di Lucia non sono più umidi ora ma rivelano un velo di gioia mista a malinconia, come quando nel cielo si posa una leggera foschia che lascia intravedere una promessa d’azzurro limpido. “Sognavamo di innamorarci, di poter andare a passeggio per il corso o scendere giù al mare. Di andare a ballare e sentire musica. Sognavamo di sposarci e avere una casa tutta nostra dove crescere i nostri figli. Questi erano i nostri sogni! Riuscivamo, allora, ancora a farli nonostante l’Italia fosse già in guerra. Dopo la dichiarazione di guerra a Francia e Inghilterra l’Italia, alleata con la Germania, era ormai completamente coinvolta. I riflessi della guerra su Lanciano si moltiplicarono velocemente nel 1942 con l’arrivo degli americani a fianco degli inglesi. Molte persone erano state richiamate alle armi. Sul campanile della cattedrale fu installata una sirena di allarme. Dalle case non doveva trapelare luce, così fummo costretti ad oscurare le finestre incollando carta scura sui vetri. Certo, così come non trapelava luce all’esterno non entrava più in casa nemmeno un raggio di sole, che tristezza! Il razionamento dei viveri divenne ogni giorno più stretto ci toccavano sempre più razioni ridotte. La fame si faceva sentire. Anche la distribuzione dell’acqua potabile avveniva a turno per i quartieri.” Lea ascolta con gli occhi sbarrati quel fiume di parole rovesciate dalle labbra della nonna. Lo squillo del cellulare le sottrae entrambe al silenzio sceso come un sipario, segnato dal lungo sospiro della nonna.
“Pronto” la voce della ragazza trapela ansia, sa bene chi la sta chiamando e per un attimo ripiomba nel vuoto della tristezza. Si avvicina alla finestra, osserva malinconica la giornata meravigliosa che è fuori, parla sottovoce guardando di sbieco l’anziana donna che sorridendo le sussurra. “Dai, esci un pò”. Il desiderio è ancora forte e l’invito della nonna incoraggia la tentazione. Ma ormai una strana energia si è impadronita di lei, un’energia che le fa rispondere un secco “No. Sto facendo qualcosa di troppo importante, ciao.” Senza commenti torna a sedersi accanto alla nonna e con un sorriso la invita a continuare. “La situazione nell’estate del ’43 era diventata veramente preoccupante” riprese Lucia. Nei suoi occhi la foschia ora non lascia più trapelare il cielo ma nuvole scure, ricordi tristi. “Il fronte di guerra stava risalendo dal sud in tutta Italia, ovunque si stavano ricreando gruppi antifascisti. Dalla caduta di Mussolini i Tedeschi fecero scendere diverse divisioni delle S.S. che si stabilirono anche intorno a Lanciano; a Villa Paolucci di Marcianese ed a Villa Lanza sul colle della vittoria di Castelfrentano. Poi i carriaggi ed i soldati tedeschi divennero sempre più numerosi e dilagarano in tutta la città. Molti di loro iniziarono a prelevare oggetti dai negozi e dalle case, toglievano ai passanti gli orologi da polso o altri oggetti preziosi. La gente era spaventata per questo stato di cose. Papà decise che era meglio allontanarsi”.
“Nonna cosa succedeva?”
“Gli Italiani avevano firmato l’armistizio con gli alleati. Ora il nemico erano i Tedeschi”.
“Dove siete andati?” Gli occhi di Lea sono come una finestra spalancata dalla quale voler osservare tutto. Ha perfino dimenticato il cellulare sul davanzale della finestra.
“Quel giorno lo ricorderò sempre; toccavo con il cuore la tristezza di mamma e la preoccupazione di papà mentre preparavamo il fangotto.”
“Il fangotto?!” “Era la nostra valigia: un grande lenzuolo dove ciascuno metteva qualcosa per il viaggio e la permanenza. C’era di tutto. Biancheria, qualche provvista, pochi oggetti personali. Mamma mise la foto di mio fratello che era in guerra. Io misi il mio diario.” “Questo?” Lea recupera il quadernetto dalla scatola, lo sfoglia ma non riesce a leggere; le parole della nonna la rapiscono.
“Ci incamminammo furtivi al mattino, molto presto, era ancora buio. La paura di incontrare dei soldati tedeschi era forte, ma il coraggio non ci mancava perché eravamo insieme. Il cammino fu faticoso e pieno di ansia tra le stradine di campagna che ci avrebbero condotto nei pressi di Arielli. Eravamo quasi arrivati. Fra i rami degli alberi papà indicò un casolare bianco.
Dovevamo solo risalire una china prima di arrivare alla piana di fronte alla casa. Era stanco, affannava, con il fangotto che aveva voluto portare da solo sulle spalle. Forse fu il suo stesso sorriso a distrarlo, un sorriso che sapeva di conquista ‘l’averci portato al sicuro’. Inciampò e cadde facendo rotolare a terra il fangotto che aprendosi lasciò sfuggire il piccolo patrimonio che custodiva. L’aiutai ad alzarsi mentre mamma ricomponeva frettolosamente il prezioso fangotto. Al casolare ci aspettavano. Ci accolsero con calore. Avevano preparato il pranzo, verdure di campagna con pizza di farina di granoturco. I giorni successivi trascorsero tranquilli. Il tempo non passava, potevo solo ricamare e cucire. Una mattina sentimmo degli strani rumori. Erano i segnali emessi dai ricetrasmettitori dei tedeschi che da poco erano arrivati nelle vicinanze. Ci avvertì un vicino consigliandoci di stare all’erta anche se sembravano tranquilli. Avevano solo il compito di fare da ponte radio tra i diversi presidi della zona. Ci fu proibito di uscire. Proprio in quei giorni mi accorsi…” silenzio.
“Perché ti sei fermata?” “Lea quello che sto per raccontarti non lo sa nessuno” la ragazza guarda la nonna con aria impaziente e orgogliosa di accogliere un segreto. Lucia prosegue cercando di dissimulare il tremolio della voce. “Mi accorsi che non avevo più il diario. Pensai che di certo era rotolato fra l’erba al nostro arrivo quando papà inciampò. Non potevo dirlo. Non mi avrebbero permesso di uscire ma io lo rivolevo a tutti i costi.”
Lea prende di nuovo il diario fra le mani senza aprirlo. Aspetta un segnale che non arriva.
“La sera si andava a letto presto. Approfittai di quel momento per uscire e recarmi verso la scarpata.” “Non avevi paura?” “Sì, tanta. Ma era una sera molto luminosa, era stata una bella giornata, ho pensato che potevo facilmente nascondermi e trovare il diario. Quando ormai ero nel punto in cui il fangotto era caduto un rumore mi gelò. Era il rumore di passi e di frasche mosse. ‘Un animale!?’ Pensai. ‘O un soldato!?’ Avevo intravisto il diario ma ero terrorizzata e senza guardare mi girai di scatto per fuggire verso casa. Una mano mi afferrò il polso ed un’altra si poggiò con forza sulla mia bocca come a prevenire un eventuale urlo.” Gli occhi di Lucia sono spalancati, Lea legge tutta la paura del ricordo e grida “Nonna cosa…” Lucia prosegue: “era un giovane soldato tedesco, avrà avuto 18 o 19 anni. Mi guardò dritta negli occhi. I suoi, immobili, erano di un azzurro che non dimenticherò mai. Fu un attimo… mentre il suo sguardo mi tratteneva, con uno scatto fulmineo mi divincolai. Fuggii così veloce da giungere a casa senza accorgermene.” Lea emette un sospiro di sollievo. “Entrai in casa cercando di non fare rumore. Ero madida di sudore ma stranamente la paura mi aveva abbandonata. Dalla finestra intravidi l’ombra del soldato ai limiti della scarpata che guardava verso la casa. Poi si girò e andò via. Non mi aveva rincorsa. Ripensai a come avevo fatto a fuggire e capii che in realtà mi aveva lasciata andare.” “E il diario?” Lucia guarda Lea con una dolcezza infinita e dice: “i tuoi occhi azzurri mi ricordano i suoi. Doveva essere un bravo ragazzo anche se tedesco. Non dormii quella notte e fui la prima ad alzarmi. Aprii la porta per guardare se fuori ci fosse qualcuno. Solo i rumori dei ricetrasmettitori nell’aria e davanti alla porta il mio amato diario. Lo raccolsi, era sgualcito ed odorava di erba. Lo aprii e mi accorsi che qualcuno aveva scritto qualcosa sulla prima pagina bianca.” Lea apre il diario mentre la nonna aggiunge “non capivo e non ho mai chiesto a nessuno di leggere. Avevo paura di essere sgridata. Era scritto in tedesco”
“Glaub’ mir, ich wollte dir nicht weh tun. Ich sehnte mich nach einer liebkosung , nur eine
liebkosung. Du erinnerst mich an meine liebste, du siehst ihr so aehnlich, wer weiss, ob ich sie
jemals wiedersehe! Dieser krieg ist so unmenschlich fuer alle! Dieb der jugend, dieb der liebe,
dieb unschuldiger leben. Soldat Franz”
Il cellulare inizia a squillare ma nessuna delle due sembra sentirlo. Lea guarda la nonna con orgoglio e con voce dolce traduce:
“Credimi, non ti volevo fare del male. Avevo bisogno di una carezza, solo una carezza. Mi hai fatto pensare alla mia sposa, le assomigli tanto, chissà se la rivedrò! Questa guerra è disumana per tutti! Ladra di giovinezza, ladra di amore, ladra di vite innocenti . Soldato Franz”
Il cellulare continua a squillare ma l’eco di quelle parole nell’abbraccio di Lucia e Lea suona più forte.

Ritrovarsi è segnale che accorcia l’incompiuto

Proseguiamo con la pubblicazione delle opere vincitrici del Premio Letterario Clepsamia 2020. Oggi è la volta della poesia classificata al 5° posto assoluto “Ritrovarsi è segnale che accorcia l’incompiuto” di Sergio D’Angelo.

Ritrovarsi è segnale che accorcia l’incompiuto
di Sergio D’Angelo.

Apro appelli contro vento

frastuoni che a strascico

mi scavano i nervi.

Sei felicità senza presidio

sorte di ferite e combinazione.

Oltre noi, corpi privi di elogi

abitano equilibri

e non sanno che perdersi

è amnesia che ipoteca il nostro vivere o morire.

Torno a barattare battiti.

Ritrovarsi è segnale che accorcia l’incompiuto

vocazione necessaria a disgregare l’ego.

Non voglio calcoli che siano riallineamenti su cui mettere legna

né segnali dove riesumare croci.

Voglio abitarti senza nessuna variabile di perdita,

percorrerti come l’acqua che dà assedio alla goccia.

Voglio Amarti oltre il male a cui ci siamo esposti,

donarti una costola da cui rinascere.

E il cuore oltre l’offerta finalmente potrà chiudere gli occhi.

Così da avere notti da stendere sui palmi,

esiti su cui fare l’amore

e ogni soglia aldilà dell’attesa, sarà casa.

DEPRESSIONE COVID 19

Incominciamo la pubblicazione delle opere vincitrici delle tre sezioni del Premio Letterario Clepsamia 2020. Oggi presentiamo DEPRESSIONE COVID 19 il saggio con il quale Vincenza Simonetti si è classificata al 5° posto assoluto.

DEPRESSIONE COVID 19 di Vincenza Simonetti

La pandemia Coronavirus del marzo 2020 passerà alla storia e parlerà di un terribile virus influenzale arrivato dalla Cina e mai studiato prima. Ci siamo trovati tutti davanti all’inaspettato. Il mondo sembrava fermarsi in attesa di una bella stagione che tardava a venire.
In collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità, la Treccani ha isolato, nel frattempo, un dizionario di termini cruciali per aiutare gli utenti nella comprensione dell’emergenza sanitaria. In tempi normali avrebbe visto prevalere parole come profilassi o medicina, ora invece si è passati a paziente zero, letalità, quarantena, stress, infodemia e anche al termine draconiano, in riferimento a provvedimenti rigorosissimi e intransigenti.
Nella I fase per orientarci abbiamo cercato il significato di epidemia, contagio, virus, poi ci siamo chiesti come comportarci e, a questo punto, è stata registrata una grande ricerca della parola resilienza, accanto a casa, responsabilità, resistenza attiva. Vuol dire che c’era voglia di reagire, trovare una soluzione.
Un bel segnale.
Se rimani a lungo a casa, è normale confinare nell’ansia che, come un piccolo ruscello, attraversa la mente e, se alimentata, può diventare un torrente che annegherà tutti i nostri pensieri. L’ansia, scatenata dalla paura, inizia con un piccolo timore e si evolve producendo una vera e propria fobia dinanzi a una minaccia che riteniamo possa essere letale.
Lo tsunami del Covid 19 ci ha preso alla sprovvista immettendoci in un tempo di prova e solitudine di fronte a una malattia sconosciuta e potenzialmente mortale: da una parte i colpiti dal virus con la consapevolezza della fallibilità della scienza, soli e lontani dai legami affettivi dove vacilla la speranza di guarigione in una sensazione di alternanza di alti e bassi, di buio e luce, attraversati dal dolore fisico anche se accompagnati da medici, infermieri e terapie spesso inadeguate; dall’altra i restanti esseri umani tutti in quarantena forzata che, nell’assenza di un contatto fisico, vivono una condizione di isolamento sociale che comporta inevitabilmente un incremento del malessere psicologico soprattutto per chi è a rischio di cadute depressive.
A sostegno della situazione creatasi c’è stata una particolare attenzione alla salute mentale con l’apertura ai supporti digitali come le video chat per superare la burocrazia e fare attività psicologiche, psicoterapeutiche e psichiatriche.
Quando c’è divieto di uscire, se non per ragioni importanti, fare assembramenti, salutarsi con baci e abbracci e, quindi,vietato fare festa, andare a messa, fare una passeggiata, andare alle prove di musica, in palestra, a tennis, è normale sentirsi turbato e ansioso. Il primo passo è riconoscere e accettare queste emozioni, ossia essere onesti nei confronti dei tuoi sentimenti, non reprimerli e non cercare di cambiarli.
Ciò aiuta a gestirle.

Gli elementi più consoni a mitigare le preoccupazioni inevitabili all’insorgere della pandemia sono:

  1. La famiglia: per chi ce l’ha, è molto importante perché è uno degli elementi che aiutano di più a superare le difficoltà e ha un effetto protettivo antistress soprattutto se diventa un momento di condivisioni di gioie e sofferenze che aiuta a trovare meccanismi di difesa interna.
  2. Dieta equilibrata che includa cibi vari e un programma di sonno regolare, importante per la salute e per il sistema immunitario. Il sonno profondo, in particolare, riduce l’ansia.
  3. Meditazione o mindfullness: gli studi dimostrano che queste pratiche possono condurre a una visione più positiva della vita e occorre farle concentrandosi sul respiro (inspirazione ed espirazione, chiudendo gli occhi e facendo rilassare il corpo). Anche la riproduzione di musica soft in sottofondo può essere di aiuto.
  4. L’esercizio fisico: può migliorare l’umore, alleviare lo stress e l’ansia e funziona per persone di tutte le età. A soccorso vengono scaricate le apposite app di fitness o i video tutorial su Youtube:
  5. Lontananza da sovraccarico di informazioni che, secondo l’Oms, fa più male del coronavirus perché a volte sono inaffidabili come le “fake news”.
  6. Le comunicazioni digitali: soddisfano il nostro bisogno di socializzare . Fortunatamente oggi è diventato più semplice connettersi con parenti e amici e chiamare o chattare aiuta a condividere le emozioni.
    Da ricerche statistiche sulla popolazione è emerso che la maggior parte ha accettato le azioni di mitigazione mettendo in moto nuove abitudini a favore di quelle sopra descritte, la parte restante si è divisa fra coloro che si lasciano andare assecondando il pensiero fatalista del “tanto non vi è nulla che possiamo fare” e fra chi si ribella alle Autorità assecondando il proprio opportunismo egoista, ossia testimoniando, con la propria disubbidienza, la sfiducia e la rabbia verso le istituzioni.
    Le emozioni, purtroppo, sono processi fondamentali multicomponenziali.
    Ecco perché bisogna gestire non le emozioni in sé ma la perdita di controllo, l’interruzione della “stabilità interna” e la capacità di contemperare la reazione automatica addomesticandola con la mente.
    Tutti noi mettiamo in atto meccanismi mentali e comportamenti sviluppatisi durante l’intero arco di evoluzione della nostra specie. In particolare, i comportamenti di salvaguardia individuali e del nucleo familiare sono primitivi,basilari e automatici ma ciò che era funzionale un tempo non sempre lo è ai giorni nostri. Per ovviare a ciò la mente insegue processi di assimilazione e confronto per somiglianza con quanto già si conosce e così affrontare l’ignoto ci rassicura. Purtroppo il Covid 19 e la derivante pandemia non assomiglia a quello che abbiamo sperimentato in passato.

Fino ad ora, solo due tipi di Coronavirus erano risultati molto pericolosi: SARS-CoV, responsabile della Sindrome Respiratoria Acuta Grave (SARS) comparsa nel 2003 in Cina e MERS-CoV, che invece ha causato la Sindrome Respiratoria Mediorientale (MERS) nel 2012 in Giordania e Medio Oriente.
Il SARS-CoV-2 è stato identificato in Cina nel dicembre 2019 e fa parte della stessa famiglia di virus. Sebbene non sia letale quanto i suoi cugini SARS e MERS, la sua diffusione estremamente rapida ha portato l’ Organizzazione Mondiale della Sanità, lo scorso 30 gennaio, a dichiarare il focolaio da nuovo Coronavirus, un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale.
Si pensa che l’infezione sia partita da un mercato di animali della città cinese di Wuhan. Infatti il virus si trasmette da uomo a uomo in modo molto simile all’influenza e ad altri virus respiratori. Il virus viaggia nell’aria, attraverso le goccioline prodotte durante tosse e starnuti. Per questa rapidità di trasmissione il nuovo virus si è diffuso rapidamente in tutto il mondo.
Il SARS –CoV2 causa la malattia COVID 19, sigla decisa dall’OMS (“CO” per “corona”, “VI” per “virus” e “D” per “disease”, che vuol dire “malattia” in inglese). Una volta contratta la malattia iniziano a comparire i primi sintomi, molto simili a quelli dell’influenza: febbre e tosse ma anche raffreddore, mal di testa, mal di gola e, in alcuni casi, possono manifestarsi complicanze come bronchite e polmonite, nonché insufficienza di molti organi, come i reni e il cuore (nei casi più gravi).
Si è parlato molto anche di nuovo Coronavirus asintomatico, ovvero della possibilità di essere positivi al SARS-CoV-2 senza manifestare particolari sintomi. Il nuovo Coronavirus colpisce anche i bambini,con sintomi lievi, che sembrano essere meno sensibili al COVID 19, probabilmente perché hanno un sistema immunitario particolarmente reattivo e efficace.
Una volta avvenuto il contagio, adulti e bambini possono trasmettere il virus agli altri. Per questo motivo vengono messi in “quarantena”, col solo contatto via internet.
Il virus ormai si è impadronito dell’intero mondo e delle nostre vite paralizzando ogni cosa al suo passaggio. Si sente nell’aria, si avverte nei gesti, negli sguardi impauriti e smarriti. Non esiste un vaccino in merito e vengono adottate misure di prevenzione utili per tutte le malattie infettive respiratorie.
Per non farsi prendere dal panico vengono in aiuto i consigli digitali con esercizi da fare a casa con i bimbi, nonché delle divertenti attività ludico-motorie. Esperti dell’ospedale “Bambino Gesù”, in Roma, hanno stilato una guida al nuovo Coronavirus, in relazione anche alle diverse patologie di cui possono essere affetti i pazienti: in particolare i cardiopatici, gli ipertesi, i diabetici, le persone con problemi respiratori e i forti fumatori:
Mani e tosse: applicare con rigore le ormai note misure di prevenzione che sono le uniche valide per proteggere la saluta propria e quella degli altri (lavare le mani frequentemente con detergenti e soluzioni alcooliche o solo con acqua e sapone, non tossire o starnutire di fronte alle persone ed evitare luoghi affollati;

Nord vietato : nel Nord Italia (come Lombardia subito diventata zona rossa, Piemonte) si sono registrati i primi focolai di infezione;

Casi da ospedale : solo in una minoranza di casi, l’infezione da Coronavirus può dar luogo a quelle complicanze da trattare in ospedale o, in rianimazione, nei casi più gravi. Il virus,
infatti, può provocare una polmonite e un’insufficienza respiratoria da richiedere l’intubazione del paziente (circa il 20%) o complicanze cardiache (circa il 16%), infarti (circa il 7%) e il 4% circa può rischiare, addirittura, una grave forma di insufficienza renale acuta;

Terapia : nella maggioranza dei casi è solo di supporto non disponendo farmaci efficaci contro il Covid; il trattamento dell’infezione parte solo nella cura delle complicanze;

Stop fai – da – te : è inutile assumere antibiotici perché trattasi di infezione virale e non batterica e gli antivirali a disposizione non sono efficaci nel caso in specie;

Organi da salvare: i medici mirano a supportare la funzione respiratoria con ossigeno attraverso anche l’intubazione del malato, il cuore (con terapie anti-ischemia miocardica o terapie antiritmiche) e i reni con la dialisi;

Teleconsulto: è molto utile ricorrere al teleconsulto con i medici, inviando loro, per WhatsApp o e-mail, parametri sullo stato di salute soprattutto nel caso di ipertesi, bronchitici cronici,diabetici per non intasare i pronto soccorso o lo studio dei medici di base;

Sospetto: un protocollo operativo prevede un triage telefonico a mezzo del quale il paziente descrive i sintomi avvertiti, la loro durata, nonché l’eventuale soggiorno, nei quattordici giorni precedenti,in Cina, nelle zone rosse dell’Italia settentrionale o il contatto con probabili contagiati;

Ambulanza speciale: Solo in caso sospetto l’individuo andrà in un’autoambulanza attrezzata alle misure di contenimento dove verrà sottoposto ad un primo tampone e assistito secondo le indicazioni del triage in vigore.
L’Italia, come evidenziato da più parti, è il fronte più avanzato nella guerra contro la pandemia e rappresenta un laboratorio naturale per misurare, scientificamente, l’efficacia delle azioni di mitigazione attivate, dalla sua trasmissione, a come difendersi dal contagio in famiglia.
Contro il Covid 19 ogni tentativo è apprezzabile come la possibilità di utilizzo del sangue dei pazienti guariti o, ultimamente, del plasma dei convalescenti contro il virus Sars-Cov-2 .
Nel plasma, ottenuto da un macchinario detto separatore cellulare perché toglie dal sangue la parte non corpuscolata, confluiscono le proteine che si legano e neutralizzano corpi estranei come virus e batteri. Questi anticorpi rimangono, nella persona guarita, per un certo periodo di tempo, pronti a combattere quel virus nel caso ritorni.

Tradotto significa che possono aiutare il sistema immunitario della persona malata, accelerando il tempo necessario per sviluppare il proprio esercito di anticorpi.
Riguardo a quest’ultima terapia, il direttore scientifico dell’Istituto nazionale di malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma asserisce che è stata già provata ma sono necessari studi randomizzati controllati e centralizzati con il Governo nazionale.
Il presidente della Società europea di virologia, nonché professore emerito di Microbiologia dell’Università di Padova evidenzia che i cinesi per primi hanno dimostrato che il siero di convalescente era in grado di migliorare o addirittura di guarire il soggetto ma queste sperimentazioni non sono state fatte con trial clinici controllati ovvero, come già detto, con test in doppio cieco, randomizzati,che dovrebbero dare una risposta certa con metodo scientifico.
Gli studi clinici controllati randomizzati(dall’inglese randomized controller trial,RCT) sono studi sperimentali che permettono di valutare l’efficacia di uno specifico trattamento in una determinata popolazione. Con il termine trattamento si intendono convenzionalmente non solo le terapie, ma anche tutti gli interventi(diagnostici, di screening, di educazione sanitaria). Di solito è uno studio parallelo randomizzato di due gruppi di individui da svolgersi, nella maggioranza dei casi, in quattro fasi: reclutamento, intervento, follow–up ed analisi dati.
Dello stesso parere è il direttore del dipartimento di Onco-ematologia e Terapia cellulare e genica dell’ospedale Pediatrico Bambino Gesù ma, in assenza di terapie specifiche, questa sperimentazione sarebbe il modo più efficace per trattare l’infezione e ridurre la mortalità dei pazienti critici.
Se questo, in parte ci può dare un po’ di serenità, è da sottolineare che, a parte i problemi respiratori, in modo indiretto, a causa anche dell’infodemia (abbondanza di informazioni, alcune accurate e altre no, che rendono difficile per le persone trovare fonti affidabili quando ne hanno bisogno) e del lockdown (protocollo d’emergenza che impedisce alle persone di muoversi da una determinata area per salvaguardare la salute) la pandemia da coronavirus può causare ansia e depressione.
Enrico Zanalda, presidente della SIP (Società italiana di psichiatria) ha dichiarato che trattasi di ansia post-traumatica, legata a ciò che abbiamo vissuto specie per i lutti, le perdite e per il danno economico. E’ impossibile evitare questi disagi, lo si è visto anche nel 2007 con la crisi economica e con l’aumento dei suicidi, ma si possono supportare coloro che durante la fase critica del Covid sono state più soggetti a situazioni di alto rischio o stress (morte di persone care, perdita lavoro, problema di salute).
Grazie ai progressi della medicina e alle tecnologie di cui oggi disponiamo, sono stati già messi a punto nuovi metodi per la diagnosi del SARS-Cov-2. Inoltre nuovi farmaci e vaccini sono in fase di sviluppo nei laboratori di tutto il mondo. Le istituzioni, prima fra tutte il Ministero della salute, hanno messo a disposizione degli utenti delle preziose risorse online: pagine, siti e canali dedicati alla corretta informazione sull’infezione da nuovo Coronavirus.
Urge portare la centralità alla salute mentale e stare vicino a chi già soffre e stimolarlo ad essere resiliente.

Gli eventi storici in cui abbiamo avuto il lockdown ce ne sono stati negli ultimi tempi:
settembre 2001: sulla scia degli attacchi dell’11 settembre allo Twin Towers di New York, fu avviato un blocco di tre giorni dello spazio aereo civile americano;

dicembre 2005: la polizia del Nuovo Galles del Sud, in Australia, avviò un blocco della Sutherland Shire e di altre aree di spiaggia del Nuovo Galles per contenere la rivolta di Cronulla tra suprematisti bianchi e la polizia australiana;

30 gennaio 2008 : è stato dimostrato all’Università della British Columbia (UBC) un esempio di lockdown di un campus/scuola che, in seguito ad una minaccia sconosciuta, ha costretto la Royal Canadian Mounted Police (RCMP) a emettere un blocco su uno degli edifici del campus per sei ore, isolando l’area;

10 aprile 2008 : due scuole secondarie in Canada sono state chiuse a causa di sospette minacce di armi da fuoco. La George S. Henry Academy fu rinchiusa a Toronto, in Ontario, mentre la New Westminster Secondary School fu chiusa a New Westminster, nella British Columbia;

19 aprile 2013 : l’intera città di Boston è stata chiusa e tutti i trasporti pubblici sono stati fermati durante la caccia all’uomo del terrorista islamista Dzhokhar e Tamerlan Tsarnaev, i sospettati dell’attentato alla maratona di Boston, mentre la città di Watertown è rimasta sotto il pattugliamento della polizia armata, durante ricerche sistematiche casa per casa;

blocco di Bruxelles del 2015 : la città è stata chiusa per giorni mentre i servizi di sicurezza hanno cercato sospetti coinvolti negli attacchi di Parigi nel novembre dello stesso anno. Sempre nel 2015, una minaccia terroristica ha causato la chiusura del Distretto scolastico unificato di Los Angeles del 2015.

Tali blocchi, che dettano misure riguardanti il lockdown, vengono avviati dalle autorità e le relative restrizioni possono amplificarsi in quei luoghi dove si sperimenta già una condizione di costrizione, come le carceri. I prigionieri vivono già una situazione di distacco sociale e, inoltre, sono legati da una routine quotidiana ed estremamente ripetitiva.
Ecco perché queste persone risultano più vulnerabili in questo tempo di pandemia e ciò spiega anche la loro ribellione in Italia, quando è venuta meno la speranza di vedere i propri congiunti, l’unico legame esistente con la vita esterna.
Anche in Columbia sono esplose rivolte nelle carceri quando i detenuti hanno appreso del diffondersi del coronavirus.
Bisogna, però, riconoscere l’utilità delle misure suddette quando vengono utilizzate per proteggere le persone all’interno di una struttura.

E’ noto che il nostro sistema sanitario garantisce assistenza alle donne vittime di violenza attraverso strutture facenti capo al settore materno-infantile (esempio tipico è il consultorio familiare). In merito sono state adottate linee guida nazionali per le Aziende sanitarie, le Aziende ospedaliere in tema di prevenzione, soccorso e assistenza a tali categorie vittime di violenza e stalking.
La violenza sulle donne è stato sempre un problema di sanità pubblica per le ripercussioni che ha sui sistemi sanitari e assistenziali.
Ecco perché, in periodo di emergenza Covid 19, le case rifugio e i centri antiviolenza sono stati aperti nonostante l’emergenza e, nel mese di aprile, sono pervenute oltre mille richieste di aiuto in più.
Per le donne vittime di violenza sono stati istituiti appositi numeri telefonici e App da contattare:
numero rosa 1522, antiviolenza e anti stalking che fornisce assistenza e supporto 24 ore su 24.
App 1522 disponibile su IOS e Android, che consente alle donne di chattare con le operatrici e chiedere aiuto e informazioni in sicurezza, senza correre il rischio ulteriore di essere ascoltate dai loro aggressori.
App “Youpol”. Realizzata dalla Polizia di Stato per segnalare episodi di spaccio e bullismo, l’App è stata estesa anche ai reati di violenza che si consumano tra le mura domestiche.
Centri antiviolenza. La mappa dei centri è disponibile sul sito del Dipartimento della Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio. 
Consultori familiari. La mappa è disponibile sul sito del Ministero della salute. 
In un’era come quella che stiamo vivendo in seguito alla pandemia del coronavirus, la paura della situazione nuova, inattesa e potenzialmente dannosa per la salute nostra e dei nostri familiari e la necessità di isolamento sociale comportano un incremento del malessere psicologico e predispongono al rischio di cadute depressive. 
La difficoltà di adattamento alla situazione di incertezza prolungata nel tempo, si ripercuote sul comportamento, sull’emotività, sull’umore generando ansia, insonnia, panico e depressione, come segnalato da molte persone.
Importante è l’attivazione di una rete di intervento per fornire un supporto psicosociale immediato sia per le categorie più a rischio, quali gli operatori sociosanitari coinvolti nel Covid-19, che per i parenti delle vittime e per la popolazione generale.
Da dati statistici emerge che le donne sono più soggette degli uomini alla depressione. L’associazione di questa patologia con il sesso femminile è stata osservata praticamente in tutti gli studi concernenti i disturbi mentali.
In genere il rapporto tra prevalenza dei disturbi depressivi negli uomini e nelle donne è di 1 a 2. La maggiore frequenza di depressione nelle donne comincia in età adolescenziale, subito dopo il menarca.

Ecco una mappa della situazione:

Depressione post partum: ne sono colpite dal 7 al 12% delle neomamme
La depressione post-partum colpisce, con diversi livelli di gravità, dal 7 al 12% delle neomamme ed esordisce generalmente tra la 6ª e la 12ª  settimana dopo la nascita del figlio, con episodi che durano tipicamente da 2 a 6 mesi. La donna si sente triste senza motivo, irritabile, facile al pianto, non all’altezza nei confronti degli impegni che la attendono. 
Covid-19, depressione e disturbi legati all’ansia 
Uno studio cinese condotto tra 1.000 operatori sanitari (medici e infermieri)  impegnati a Wuhan, e in prima linea per il contrasto all’epidemia, tra il 29 gennaio e il 3 febbraio,  ha evidenziato una maggiore incidenza della depressione e dei disturbi legati all’ansia e all’insonnia negli operatori donne.
Quasi l’80% egli intervistati erano donne ed è emerso che tali disturbi erano legati non solo al distanziamento sociale dai propri cari ma anche alla stigmatizzazione sociale a causa del proprio lavoro.
Particolare attenzione è stata riposta nelle donne in attesa. Il percorso nascita, infatti, è un momento importante nella vita della donna. Il SSN tutela questo percorso lungo ogni fase che lo compone: preconcezionale, gravidanza, parto, allattamento.
L’emergenza sanitaria, fra le altre problematiche cliniche e di salute pubblica, ha sollevato anche quelle relative alla organizzazione della rete perinatale relativamente alla gestione dell’infezione in gravidanza, alla possibile trasmissione materno-fetale dell’infezione prima, durante e dopo il parto, alla sicurezza della gestione congiunta puerpera-neonato e all’allattamento materno.
Sono state quindi emanate disposizioni per tutelare la salute e la  sicurezza della puerpera e del neonato. Ecco una sintesi di quanto contenuto nella Circolare del Ministero della salute del 31 marzo 2020.
Posticipare i controlli differibili
L’operatore che segue la gravidanza deve favorire la possibilità di posticipare i controlli differibili al fine di ridurre al minimo i contatti della donna in gravidanza con possibili fonti di contagio.
Predisporre aree di pre-triage nei Pronto Soccorso
Il Pronto Soccorso ostetrico di ogni Punto Nascita deve prevedere un’area di pre-triage garantendo un luogo di isolamento (stanza con bagno) e personale sanitario (ostetriche e medici ginecologi) dotato di Dispositivi di Protezione Individuale.
Gestione dei casi sospetti nella struttura dove afferisce la donna incinta
In attesa della conferma dei dati di laboratorio, i casi sospetti sono gestiti dalla Struttura a cui afferisce la donna gravida, individuando, come summenzionato, un posto isolato dove la gestante venga sempre assistita da personale dotato di DPI previsti dalla normativa vigente.
Nel caso in cui il tampone risulti positivo, in assenza di controindicazioni al trasferimento, la paziente verrà trasferita per la successiva gestione del caso, presso uno dei Centri di riferimento identificati a livello regionale.

In ogni Punto nascita percorsi specifici per donne non trasferibili negli centri  dedicati alle donne positive al virus
Ogni Punto Nascita deve predisporre un percorso per la gestione dell’assistenza ostetrica al travaglio/parto dei casi sospetti o accertati, per eventuali situazioni in cui vi sia una controindicazione al trasferimento della donna gravida in centri di riferimento specifici. A proposito delle donne che allattano, sono state adottate particolari misure nei protocolli delle autorità , supportati da esperti in materia, proprio per prevenire o ridurre i casi di depressione legati a questo stato particolare.
Alle stesse sono state date le seguenti informazioni utili per non cadere nell’infodemia :
Virus non presente nel latte materno: nessun motivo per non allattare 
Finora il virus non è stato rilevato nel latte materno, quindi considerate le informazioni scientifiche disponibili al momento e il potenziale protettivo del latte materno, si ritiene che, nel caso in cui la madre stia facendo gli accertamenti diagnostici o sia affetta da Covid-19, se le sue condizioni cliniche lo consentono e lei lo desideri, l’allattamento debba essere avviato e/o mantenuto, direttamente al seno o con latte materno spremuto.
Prima di allattare lavarsi le mani e usare la mascherina
Per ridurre il rischio di trasmissione al bambino/a, si raccomanda l’adozione delle procedure preventive come l’igiene delle mani e l’uso della mascherina durante la poppata, secondo le raccomandazioni del ministero della Salute. Nel caso in cui madre e bambino/a debbano essere temporaneamente separati, (in virtù di una infezione francamente sintomatica e successivo test positivo), si raccomanda di aiutare la madre a mantenere la produzione di latte attraverso la spremitura manuale o meccanica. Anche la spremitura del latte, manuale o meccanica, dovrà essere effettuata seguendo le stesse indicazioni igieniche.
Studi collegati ai problemi di depressione hanno portato alla luce soggetti ancora più fragili che già per natura vanno incontro a depressione in quanto la loro situazione attuale è derivata da eventi andati male o affetti venuti a mancare le cui conseguenze negative hanno comportato un celere stato depressivo.
Il riferimento è a quelle persone ospitate nei centri di accoglienza che in questo periodo di emergenza nazionale stanno fronteggiando enormi difficoltà.
Gli spazi, già limitati in condizioni normali, non bastano per assicurare distanze di sicurezze ed eventuali quarantene e chi si presenta a un dormitorio e ha la tosse non sta a casa, torna in strada, il luogo delle persone senza fissa dimora. (le stime ISTAT parlano di circa 50.000 persone di cui quasi 8.000 solo a Roma anche se dati non ufficiali ne contano solo 20.000 circa intorno alla Stazione Termini).
L’urgenza è stata quella di trovare luoghi separati dai centri di accoglienza, dai dormitori, dalle strutture diurne e dalle mense in cui i senzatetto che presentano sintomi o sono positivi al tampone possano trascorrere la quarantena senza sostare sui marciapiede delle strade.
Le misure varate dal D.P.C.M. dello scorso 8 marzo sono chiare, lapalissiane già dal titolo “Io resto a casa” e impongono una riscoperta del senso di comunità perché mense e dormitori sono luoghi affollati nei quali la distanza minima e le norme igieniche, con tutta la buona volontà di ospiti e operatori, non possono essere rispettate al meglio.

I centri di accoglienza spesso operano all’interno di fitte reti nazionali, specie in casi emergenziali.
I focolai, poi, fanno chiudere tali centri inadeguati.
Già in tempi normali nessuno si avvicinava ai senzatetto, li toccava li abbracciava, tranne gli operatori sociali che ora cercano di riconfigurare gli spazi sia per le mense che per le docce oltre a sanare gli ambienti, nonché a realizzare cartelloni multilingue chiari e ben visibili e ad usare presidi medici consigliati quali gel, mascherine, fazzoletti.
I servizi, comunque, non sono in grado di garantire assistenza agli ospiti positivi al tampone se non interviene la Protezione Civile e il Sindaco a trovare spazi più grandi atti a garantire la quarantena.
Un altro settore che ha immediato bisogno di aiuto è quello riguardante le case di cura e le case di riposo, attualmente assistite da sociosanitari, persone più che umane, meglio definite come gli eroi di questa pandemia.
Lavorano in strutture con sovraccarico di lavoro e spesso sono sottopagate, nonché prive di protezione adeguata.
Ma non sono solo gli anziani le vittime morali di questo periodo contingente, ci sono anche disabili gravi, malati di Alzheimer, altri affetti da patologie rare che venivano già scartati dalla società prima dell’emergenza corona virus e ora vivono una realtà aberrante nella nostra società.
Non assistere anziani o disabili per il solo fatto che lo sono è una discriminazione inammissibile che va contro ogni morale, solo per una visione pragmatica che conduce a una grande disumanizzazione. Molte le questioni dietro il dilemma etico, come ritenere che i giovani diano e gli anziani e i disabili ricevano soltanto. Non è così. Tutti danno e ricevono, ma il contributo degli anziani non è socialmente apprezzato perché non produttivo quanto a funzionalità economica.
Diverse associazioni hanno già lanciato l’allarme, come nel caso di “Alliance Vita”, da decenni punto di riferimento nella difesa proprio delle persone più vulnerabili, in questo periodo di contagio, di confinamento, di mancanza di mezzi materiali e umani e di saturazione dei servizi ospedalieri di rianimazione.
Questo porta, inevitabilmente, a una scelta (è successo in vari stati americani), con protocolli a sfavore degli anziani che, solo per essere in età avanzata, sono esclusi dal ricovero o dall’accesso a terapie intensive in caso di infezione Covid,
In alcuni casi le linee guida stilate dalle autorità sanitarie locali contraddicono il principio stabilito dall’Ufficio Federale Usa per i diritti civili, che chiede agli ospedali di non discriminare i pazienti in base a sesso, etnia o età. La Louisiana, ad esempio, non offre respiratori agli affetti da demenza grave o da Alzheimer avanzato.
Aberrante è poi diramare statistiche entusiastiche sull’età media dei morti da corona virus.
Questo sarebbe un segnale di poca civiltà propria di una società volgarmente giovanilista.
I vecchi sono i nostri padri e nonni che tengono aperte e calde le case anche quando i giovani figli sono lontani, per le strade del mondo a trovare fortuna.
La pandemia, insieme ai morti e ai malati, si porta dietro anche un altro fenomeno estremamente insidioso con cui fare i conti: sono i problemi psicologici provocati dal Covid-19 fra quanti, e sono tanti, sono stati toccati più dolorosamente dalla malattia.

Parliamo di medici e infermieri a contatto continuo con situazioni difficilissime, dei parenti delle persone ricoverate e degli stessi pazienti di coronavirus. Parliamo dei familiari delle vittime, che spesso non hanno neanche potuto dare l’ultimo saluto ai loro cari. In questo modo viene a mancare l’elaborazione fisiologica del lutto, per non parlare dello choc di chi si è visto portare via da casa un congiunto da operatori bardati con maschere e tute per poi sapere della sua morte a distanza di qualche giorno, immagine ricorrente fra i racconti raccolti dagli psicologi.
Per la fase 2 non c’è da farsi troppe illusioni. E’ probabile che, col ritorno alla normalità, aumentino le psicopatologie e i disturbi da stress post traumatico. Un po’ come succede in guerra, con tutte le differenze del caso. E poi, quando l’emergenza cesserà, bisognerà occuparsi anche dei pazienti già in carico ai servizi, dai bambini seguiti dalle neuropsichiatrie agli adulti, fino ai tossicodipendenti e ai dipendenti dal gioco. Tutte persone per cui l’assistenza ordinaria si è dovuta interrompere.
Medici e scienziati si chiedono come sarà la società mondiale dopo il corona virus. Uno studio di ricercatori ha cercato di sintetizzare gli effetti psicologici causati dalla quarantena, ossia dalla restrizione del movimento delle persone potenzialmente esposte a rischio Covid. Tradotto significa non poter frequentare le persone e i luoghi preferiti, separandosi da familiari e amici e perdendo margini di libertà di scelta.

Osservazioni e analisi sulla relazione fra quarantena e benessere mentale e fisico, esistono già, in quanto sono state eseguite altri episodi di epidemie SARS, ebola, febbre equina nel passato.
I sentimenti provati durante l’isolamento sono soprattutto negativi: paura, tristezza, nervosismo e senso di colpa per non parlare di maggiori casi di abuso da alcool e altre forme di dipendenza costrizione a dover restare a casa, isolati a causa del Covid.

Come già detto, la depressione post Coronavirus è uno dei temi che maggiormente sta mettendo in allarme gli psichiatri che prevedono una vera e propria ondata di disturbi del genere, anche quando si comincerà ad allentare la morsa delle prescrizioni da seguire e si cercherà di tornare alla normalità.

A cambiare è proprio l’approccio nei confronti della società.

Il vissuto emotivo, in alcuni casi, si è tradotto, anche a distanza di tempo, in depressione, rabbia, stress, insonnia, umore basso, dolore, confusione e addirittura in tentativi di suicidio.

La cronaca di questo periodo testimonia il caso di un’infermiera della Brianza, risultata positiva al tampone, che si è tolta la vita perché non ha retto al forte stress accumulato al reparto di terapia intensiva dove lavorava, nonché ai sensi di colpa per avere contagiato altre persone. Poi c’è l’angoscia di tipo economico e lavorativo.

Dopo che l’emergenza sarà finita, il rischio è che le persone potrebbero dimenticare la malattia ma diffidare degli altri senza saperne il motivo.

Questo perché le associazioni di pensiero negative creano ricordi più facili rispetto a quelle positive. Senz’altro la quarantena potrebbe stimolare un uso più sofisticato della tecnologia, un rinnovato apprezzamento per la vita all’aria aperta e l’ambiente.

E ancora potrebbe cambiare la percezione del nazionalismo, inteso come gratitudine per il personale socio sanitario che ha lavorato con dedizione per la salute della collettività.

Una delle conseguenze più pesanti della diffusione della pandemia è la crisi sanitaria che sta aggredendo i Sistemi sanitari nazionali di tutto il mondo e richiede, pertanto, agli enti preposti di mettere in atto politiche e strategie di prevenzione.

Gli esercenti di questo servizio, con i loro diversi ruoli e mansioni, dovranno affrontare una situazione non facile perché inciderà non solo sui carichi di lavoro e sulla loro stanchezza fisica, ma soprattutto sulla loro salute psicologica e metterà radici in un futuro disturbo da stress post-traumatico.

Gli operatori socio-sanitari hanno avuto un forte impatto con l’emergenza sanitaria, aggravatasi per la scarsità di risorse umane, luoghi attrezzati al soccorso e presidi che garantissero la sicurezza del personale.

Sono queste circostanze molto critiche che richiedono uno specifico e rapido addestramento nel fare scelte di soccorso dolorose perché indirizzate in primis alle vittime primarie e solo dopo a quelle secondarie.

Alcuni professionisti intervistati hanno dichiarato che sono spesso auto confinati in quanto quotidianamente a contatto con il rischio del contagio e, quindi, sperimentano un isolamento ulteriore non vivendo con le proprie famiglie.

È questo, il terreno su cui cresce il burnout e mette radici il futuro disturbo da stress post-traumatico.

Queste considerazioni a carattere narrativo trovano fondamento nei risultati di uno studio cinese effettuato durante l’epidemia della COVID-19 esplosa a gennaio 2020.
L’indagine ha coinvolto più di mille operatori sanitari che hanno assistito pazienti in reparti COVID-19 e in reparti posti in seconda e terza linea, riportando percentuali importanti di depressione (50%), ansia (circa 45%), insonnia (34%) e distress (circa72%), con particolare severità soprattutto per infermieri, donne e operatori di prima linea.
Circostanze analoghe sono emerse durante l’epidemia della SARS -1del 2003. Gli operatori sanitari temevano particolarmente il contagio e l’infezione della famiglia, degli amici e dei colleghi; avvertivano incertezza e stigmatizzazione; riferivano riluttanza al lavoro o contemplavano le dimissioni; riferivano di sperimentare alti livelli di stress, ansia e depressione.
In conseguenza di questa epidemia è stato osservato anche a distanza di tempo un’aumentata incidenza di disturbi post-traumatici da stress negli operatori più esposti al rischio di contagio .

È quindi legittimo immaginare come il peso della crisi generata da COVID-19 possa avere un impatto negativo anche nel lungo periodo sul benessere psicofisico dei sanitari.

L’Organizzazione mondiale della sanità ha predisposto delle specifiche raccomandazioni, incentrate soprattutto sul fornire indicazioni per un corretto utilizzo delle protezioni, per una sicura gestione clinica dei pazienti e per informare i lavoratori rispetto alla riorganizzazione delle attività ospedaliere.
Queste indicazioni pratiche, comparse anche su riviste scientifiche, sono rivolte alle Aziende sanitarie e ai Dirigenti delle strutture per la gestione dello stress tra gli operatori e sono linee guida e analisi dedicate alla condizione psicologica del personale sanitario durante la pandemia.

Agli organismi e riviste, si affiancano le  molte iniziative a supporto dei sanitari coinvolti in prima linea, attuate dalle Aziende sanitarie, tra cui servizi di supporto psicologico telefonico (o via Skype) o veri e propri ambulatori specialistici di salute mentale dedicati al sostegno dei professionisti sanitari coinvolti nell’emergenza e numeri attivi che in ogni regione sono messi a disposizione dall’Ordine degli psicologi o da Organizzazioni di volontariato.
E’ da considerare che gli addetti alla Sanità sono allo stremo delle forze ma continuano a svolgere il loro lavoro regalando sorrisi e sanando ferite. Fanno squadra, bardati dentro e senza difesa fuori, badando a disinfettare tutto, dalal flebo al bicchiere d’acqua e scrivendo la temperatura sul vetro prima che arrivi al computer.
Oltre alla crisi sanitaria si prospetta una crisi economica. La pandemia da Covid si abbatterà sulle attività commerciali che devono fare i conti con il fatturato zero dei due mesi di serrata totale e con una prospettiva incerta di riapertura nella fase due. Il lockdown prova aziende e artigiani.
Alcuni settori più di altri faranno fatica a ripartire, altri imprenditori potrebbero non avere le risorse idonee per risollevarsi dopo la prolungata inattività e con nuovi costi da sostenere per le misure varate dal governo in tema di sicurezza e contagio.
Si pensa che circa il 40% di gelaterie non riapriranno seguiti dal 30% dal comparto della ristorazione e dell’acconciatura. Allarmante è poi il calo di fatturato per alcuni settori: gli alberghi avranno una diminuzione di circa l’85%, seguiti dall’artigianato artistico, dal trasporto passeggeri su strada e dai parrucchieri e centri estetici. Alcuni di loro hanno deciso di non riaprire per non andare incontro al fallimento.
Il Fondo monetario internazionale indica nell’Italia uno degli anelli più deboli europei, seguita dalla Grecia. Per il nostro Paese si prospetta una crisi finanziaria peggiore della grande depressione 2008-2009.
L’analisi basata, invece, sullo studio delle serie storiche dell’andamento trimestrale del Pil italiano, per un periodo compreso tra il 2000 e il 2019 porta a pensare che sono di intensità maggiore le crisi prodotte da fattori interni o da cause endogene al sistema economico perché intaccano la stessa struttura produttiva proprio perché a medio-lungo termine. Al contrario le crisi dovute a fattori esterni o esogeni (cause epidemiologiche) hanno una durata più breve e una più rapida ripresa proprio perché concentrate nel tempo, con forte aumento della disoccupazione e caduta del Pil nei primi trimestri ma con un recupero più celere rispetto alla I fase

Per ora sono solo ipotesi che il futuro declamerà in modo positivo o negativo.
Ma se è il tempo di stare fermi nel mondo è anche il tempo dove la nostra vulnerabilità è stata smascherata e l’ambiguità della globalizzazione ci ha fatto scoprire il nuovo coronavirus quando si era già infiltrato come nemico invisibile. Di certo possiamo dire che questa pandemia ha messo in crisi tre miti della società progressista di oggi:

  1. Potenza invincibile della tecnica e della scienza che non ci ha salvaguardato;
  2. Incrollabilità del sapere tecnico-scientifico messo alla prova;
  3. L’idea diffusa dell’Ego che basta a se stesso (il corona virus ci ha dimostrato il contrario).
    Questo Covid 19 ha mandato tutti in quarantena ma ha aperto i cuori, le comunicazioni digitali trasformando l’emergenza in manifestazioni sincere di affetto. Paradossalmente anche la chiusura delle chiese ha portato a un desiderio verso l’Eucarestia a dispetto delle teorie sulla secolarizzazione del mondo. Per i credenti in Cristo l’uomo non potrà mai vivere senza l’amore di Dio che ci rende una sola famiglia, aventi diritto a un’equa condivisione dei beni della terra.
    Secondo” la teoria del conforto religioso” in ogni disastro naturale del passato è stata forte la ricerca della Fede, quale aiuto alla propria vita. Avvenne in alcuni paesi americani, dopo la caduta delle Torri gemelle l’11 settembre 2001, a Christhurch in Nuova Zelanda nel 2011, a seguito di eventi sismici, oggi la ripropone la vicenda drammatica del Coronavirus.
    Voler estromettere Dio dalla sfera pubblica non rende la società migliore ma ne mette in evidenza gli aspetti deleteri che si manifestano nelle lotte e guerre fratricide, gli uni contro gli altri.

I vincitori della Sezione poesia del Clepsamia 2020

Dopo la proclamazione dei vincitori della sezione Articolo/Saggio breve e della sezione Narrativa completiamo oggi la proclamazione dei vincitori del Premio Letterario Clepsamia 2020 con la sezione Poesia. Fra le più di trecentocinquanta liriche giunte in redazione sono state scelte cento finalisti. Fra questi gli undici premiati sono:

1° premioPubblicazione interamente gratuita di un libro fino a 96 paginepubblicazione della poesia vincitrice sul blog del sito della VJ Edizioni e sulla pagina Facebook a:

E una luce piove di Claudia Ruscitti

2° premioPubblicazione interamente gratuita di un libro fino a 80 pagine; pubblicazione della poesia sul blog del sito della VJ Edizioni e sulla pagina Facebook a:

Anacronistico febbraio di Tina Wiquel

3° premioPubblicazione interamente gratuita di un libro fino a 64 pagine pubblicazione della poesia sul blog del sito della VJ Edizioni e sulla pagina Facebook a:

Mario di Erminio Giavini

4° premiopubblicazione della poesia sul blog del sito della VJ Edizioni e sulla pagina Facebook a:

Una madre di Emanuele Liaci

5° premiopubblicazione della poesia sul blog del sito della VJ Edizioni e sulla pagina Facebook a:

Ritrovarsi è segnale che accorcia l’incompiuto di Sergio D’Angelo

Menzione speciale della giuria a (in ordine alfabetico degli autori):

  • L’amore di Beatrice Biondo
  • Fugacità di Danilo Di Prinzio
  • ‘a paura di Noemi Neiviller
  • Prego piano di Flavio Provini
  • Depressione di Luca Venturi

“NATI NEL 2000” – PREMIO RISERVATO AI GIOVANI SCRITTORI a:

La Canzone di Rinaldo di Biagio Riolo

I vincitori saranno contattati via email per concordare la realizzazione del premio.

A tutti i partecipanti rinnoviamo il nostro ringraziamento per aver partecipato e aver contribuito a portare cultura. Ricordiamo che l’antologia “I racconti del Clepsamia 2020” sarà pubblicata e spedita, a chi ne ha fatto richiesta, entro la fine di ottobre 2020.

PREMIO LETTERARIO CLEPSAMIA 2020: I VINCITORI DELLA SEZIONE narrativa

Dopo la proclamazione dei vincitori della sezione Articolo/Saggio breve proseguiamo oggi con i vincitori della sezione Narrativa. Sui quasi duecento racconti giunti in redazione sono stati scelti sessanta finalisti. Fra questi i sedici premiati sono:

1° premioPubblicazione interamente gratuita di un libro fino a 200 paginepubblicazione del racconto vincitore sul blog del sito della VJ Edizioni e sulla pagina Facebook a:

L’incanto di Emilia Testa

2° premioPubblicazione interamente gratuita di un libro fino a 164 paginepubblicazione del racconto sul blog del sito della VJ Edizioni e sulla pagina Facebook a:

Giancarlo (Edoardo) di Vincenza Precone

3° premioPubblicazione interamente gratuita di un libro fino a 128 pagine pubblicazione del racconto sul blog del sito della VJ Edizioni e sulla pagina Facebook a:

Espiazione di Manuela Zucchi

4° premiopubblicazione del racconto sul blog del sito della VJ Edizioni e sulla pagina Facebook a:

Un nome per sopravvivere di Maria Letizia Pecoraro

5° premiopubblicazione del racconto sul blog del sito della VJ Edizioni e sulla pagina Facebook a:

Soldato Franz di Marina Ciancetta

Menzione speciale della giuria a (in ordine alfabetico degli autori):

  • La prima luna di Mauro Bortoli
  • La ladra di Emanuela Frassinetti
  • La forza del gruppo nuovo di Giancarlo Guani
  • Il sapore dell’acqua di Giovanni Maggio
  • Il Talismano di Annamaria Marconicchio
  • Il coraggio di rischiare di Francesco Mazzucco
  • Pozzanghere di Nives Previtali
  • La resa della gentilezza di Claudia Simonelli
  • Garibaldi di Sara Spataro
  • L’amore di mente e di cuore di Cristiano Venturelli

“NATI NEL 2000” – PREMIO RISERVATO AI GIOVANI SCRITTORI a:

Per un pezzo di cielo di Gaia Rottigni

I vincitori saranno contattati via email per concordare la realizzazione del premio.

A tutti i partecipanti rinnoviamo il nostro ringraziamento per aver partecipato e aver contribuito a portare cultura. Ricordiamo che l’antologia “I racconti del Clepsamia 2020” sarà pubblicata e spedita, a chi ne ha fatto richiesta, entro la fine di ottobre 2020.

Premio letterario clepsamia 2020: I vincitori della sezione articolo /saggio BREVE

Finalmente ci siamo! Da oggi saranno resi noti i vincitori delle tre sezioni della seconda edizione del Premio Letterario Clepsamia 2020. Incominciamo con la sezione Articolo/Saggio breve sul tema: La depressione al tempo del Covid-19.

1° premioPubblicazione interamente gratuita di un libro fino a 128 paginepubblicazione del saggio/articolo vincitore sul blog del sito della Vj Edizioni e sulla pagina Facebook a:

Preme Pericolosa Pandemia di Rita Nello Marchetti

2° premioPubblicazione interamente gratuita di un libro fino a 96 paginepubblicazione del saggio/articolo sul blog del sito della Vj Edizioni e sulla pagina Facebook a:

Il mondo è Mers di Simona Bassi

3° premioPubblicazione interamente gratuita di un libro fino a 80 pagine pubblicazione del saggio/articolo sul blog del sito della Vj Edizioni e sulla pagina Facebook a:

La pandemia. Ricostruire una “migliore normalità” di Alessandra Longhitano

4° premiopubblicazione del saggio/articolo e intervista sul blog del sito della Vj Edizioni e sulla pagina Facebook a:

La ‘Sindrome della Capanna’ nel post lockdown di Federico Marchi

5° premiopubblicazione del saggio/articolo e intervista sul blog del sito della Vj Edizioni e sulla pagina Facebook a:

Depressione COVID 19 di Vincenza Simonetti

Menzione speciale della giuria a:

La vita,l’amore,le persone al tempo del Coronavirus di Anna Caiati

“NATI NEL 2000” – PREMIO RISERVATO AI GIOVANI SCRITTORI a:

La depressione ai tempi del Covid-19 di Rosy Cristiano

I vincitori saranno contattati via email per concordare la realizzazione del premio.

A tutti i partecipanti rinnoviamo il nostro ringraziamento per aver partecipato e aver contribuito a portare cultura. Ricordiamo che l’antologia che conterrà questi e gli altri saggi finalisti selezionati sarà l’Antologia Speciale dedicata alla pandemia da COVID19. Sarà pubblicata e spedita a chi ne ha fatto richiesta entro la fine di ottobre 2020.